Il garagista

  
Erano ormai anni che mi guardavi mentre venivo a parcheggiare l’auto nella tua officina, perché trovare parcheggio qui, nel cemento di questa cazzo di città, era ormai un’impresa impossibile. Mi squadravi con gli occhi, mi spogliavi, mi toccavi solo col tuo sguardo arrapato, che nulla lasciava al caso. E io mi divertivo a sculettare generosa davanti a te, con la minigonna, le autoreggenti e i tacchi vertiginosi. Mi piaceva atteggiarmi a troietta, farti una battuta ambigua, sono la regina del doppio senso, io.

E tu, a volte facevi lo sguardo da gatto, a volte mi guardavi senza riuscire a socchiudere la bocca, mentre per sbaglio fingevo di cercare qualcosa nel baule, inchinata a novanta, a volte mi fissavi, passando la lingua sulle labbra umide.

Sapevo benissimo che ti scopavi le altre clienti, che te le portavi nel retro e senza preliminari, senza presentazioni, senza gentili approcci, ti facevi fare una pompa, oppure affondavi il tuo cazzo da garagista sozzo.

Ero consapevole che non ci mettevi una vena romantica, manco per sbaglio.

Avevi il banco da lavoro, impegnato da mille attrezzi, di cui non conoscevo nè il nome, nè l’utilizzo. Sporchi di grasso, di polvere, di zozzerie tutte. Eri grezzo, con le unghie bordate di nero e una salopette che gridava vendetta. Avevi appeso con del fil di ferro arrugginito due calendari di puttane succinte, con le unghie laccate e la lingua calata.

Ed io invece, così fintamente raffinata, con lo smalto rosso, fresco e curato, i collant velati, la pelliccia sintetica che sembra vera, sotto il tailleur Chanel e la collana di perle.

E venivo verso di te, a un centimetro di distanza, facendo rimbombare i miei tacchi dodici. Scusa, signor  garagista ci sarebbe un lavoretto per te. E socchiudevo le gambe, aprivo giusto lo spazio e il tempo per farti capire che non stavo scherzando, giusto il tempo per farti intendere che non avevo gli slip, che ero fradicia, che volevo appoggiare le chiappe sul tuo banco da lavoro, che volevo divaricare le cosce e senza proferire parola, sentire la tua lingua sul mio pezzetto di carne incantato, titillato e bagnato, sentire le tue dita luride ad uncino, che sapienti si muovono, seguendo il ritmo del mio respiro affannato e rumoroso.

Bravo, garagista, bravo, sapevo di rivolgermi ad un professionista affermato, sai come prendermi, sai come farmi godere. Vedrai che se mi conduci all’orgasmo ti farò con trasporto un pompino coi fiocchi.

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13 pensieri su “Il garagista

      1. Demonio

        Ah e non lo conosco! Epperò c’è ne sono di tanti tipi…il camionista da cantiere, da cava, il corriere, il portuale, il padroncino, quello da turnee, trasporti speciali…insomma io qualcuno di questi l’ho visto in action e non sembrerebbe nei tuoi racconti luridi! 😉

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