Heracles Reed – finale alternativo — Music For Travelers

Qualche giorno fa avete letto la storia di Heracles Reed. Una storia creata a quattro mani da M3Mango e il sottoscritto e con protagonista un personaggio, Heracles, particolarmente restio a muoversi e girare il mondo. Ad un certo punto della stesura ci siamo detti: “come deve finire?”. Non ne avevamo idea… ed ecco che ci […]

via Heracles Reed – finale alternativo — Music For Travelers

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Heracles Reed

Le collaborazioni tra blogger sono il sale della vita social.


Qui insieme al mitico Zeus e a una delle matite più sexi di WordPress: Ali di Velluto, che interpreta Sapienza. Voliamo alto, ne siamo consapevoli. Per il secondo finale ci rivediamo giovedì prossimo.

Heracles Reed non aveva mai viaggiato molto. Aveva sempre visto qualcuno viaggiare, muoversi, mentre lui era nel suo cubicolo a respirare smog, polveri sottili e maledizioni. Vivere così l’aveva invecchiato precocemente. I capelli, lunghi fino alle spalle e tenuti insieme con un elastico nero, erano striati di grigio e così, per qualche riflesso strano dei vetri, sembrava anche la faccia. Una faccia che, vista in un qualche pub o sulla piazza cittadina, poteva essere definita senza età, in quel cubicolo, con quei vetri resi scuri da una patina persistente di sporcizia, Heracles sembrava vecchio. I giovani avevano l’impressione di trovarsi di fronte ad un nuovo Matusalemme, i vecchi vedevano quello che li aspettava da lì a poco. Heracles, come diceva la carta d’identità, non aveva più di quarantacinque anni.

Ogni giorno l’uomo si alzava, faceva una colazione veloce con un caffé nero, lungo, e con un donuts coperto di una crosta di zucchero rosa dall’aspetto chimico. Finito il pasto, immerso in un silenzio quasi irreale, prendeva la metro e si dirigeva verso il posto di lavoro. Aveva odiato, e denigrato, quelle quattro mura per così tanti anni che, adesso, le bramava in una forma sadica di contrappasso.

Si era abituato ad osservare tutta quella umanità in movimento, distratta, sfuggente, muta. Buttavano tre monete sul suo piatto di metallo sbilenco e in cambio afferravano qualcosa da mettere sottobraccio. Rotoli di carta, che in poche ore perdevano di significato, come un biglietto della lotteria con l’ultima cifra strappata. Con le valigie pesanti, trascinate per corridoi bui e cupi, scarpe lucide su pavimenti lerci, musicanti improvvisati e stonati, che occupano troppo spazio e limitano il passaggio frenetico nelle ore di punta. Tacchi incerti sulle scale mobili rotte, militari con mitra che non avevano mai sparato, macchinette spara documenti di viaggio che nessuno pretendeva. Questo era il suo mondo, un’isola infelice, un cubicolo ricolmo di carta straccia, utile solo a pulirsi il culo. Heracles osservava i clienti coi suoi occhi a fessura e senza proferir parola, con gesti lenti e misurati consegnava l’oracolo.

Le ore e i giorni passavano identici e inesorabili. Non si fermavano per un morto al centro della dura piazza di granito o per un bambino disperso sotto le ali dei piccioni. Piccole unità di tempo, come eserciti in marcia, passavano davanti agli occhi di Heracles. L’uomo cercava di fermarli ma, ogni volta, ritraeva il pugno contenente aria e uno stelo di speranza essiccata. Dopo anni cercando di racchiudere il tempo nella coppa delle mani o di fermare le lancette dell’orologio, Heracles aveva optato per un’altra attività, spogliare chi li passava davanti di un bene prezioso: il loro tempo libero e le loro storie.

Era un hobby senza vittime, almeno così la pensava. Non chiedeva niente alle persone, le guardava passare indifferenti o fermarsi davanti a lui e porgere monete per informazioni. Lui rispondeva dando giornali e, nel suo piccolo, rubando qualcosa al suo interlocutore. Heracles non aveva nessun interesse per carte di credito o gioielli, non gli interessavano le proprietà o i beni materiali. La sua vita, per quanto semplice e dettata da un’economia di risparmio, gli andava bene così com’era. Lui si impossessava del tempo libero che lui, nella sua vita, non aveva mai assaporato.

Un giorno perciò smetteva di essere Heracles Reed e metteva i panni dell’uomo in viaggio per Miami. Il giorno successivo, stufo di essere stato a Miami, scioglieva l’identità dell’uomo in un miscuglio di rimpianti e nebbia, ed indossava le vesti del manager in tour per il Nord della Francia. 
- Quanto ho amato la baguette con il paté – si vantava con i suoi amici – Che emozione vedere le cattedrali e passeggiare nelle vicinanze dell’Arco di Trionfo. E il cimitero di Parigi! Che decadenza – soleva ripetere al suo piccolo pubblico che, incantato dai suoi viaggi e dalle sue avventure, beveva queste storie come un poppante succhia il latte materno. I giorni si ripetevano, inesorabili, uguali a se stessi, intervallati solo dai clienti dell’edicola che si presentavano al suo cospetto per comprare i giornali. I suoi vacui racconti immaginari scandivano il suo tempo.

Ma un giorno arrivarono due uomini e gli consegnarono una busta bianca. C’è posta per te, gli dissero e se ne tornarono da dove erano venuti. Non aveva mai ricevuto nulla in tutti questi anni. Mai un telegramma, una lettera, niente. Giusto le bollette a fine mese, miseri conti, da pagare in ritardo, sperando di evitare la mora. Heracles era stordito da questa novità e per dieci minuti la fissò in silenzio. Chi poteva mai avergli scritto? Non aveva parenti, non aveva amici, neanche un vicino di casa. Contollò più volte l’indirizzo per essere sicuro che non si fossero sbagliati. Ma a caratteri ben leggibili compariva il suo nome. Inequivocabilmente la missiva era per lui. A un certo punto inforcò gli occhiali fermati con lo scotch e prese ad aprire la busta, provando a non sgualcire la carta. Estrasse la lettera e prese a leggere.

“Egregio dottor Heracles Reed,
 La informiamo che deve recarsi entro 10 giorni dal ricevimento della seguente, all’indirizzo di via Boston 16, Chicago. Farà fede il timbro postale.
 Cordiali saluti”.

Ohibò.

Heracles fece un lungo sospiro e si accasciò sulla sedia.

FINALE 1

Qualcuno gli aveva scritto. Doveva viaggiare. Era il protagonista delle sue stesse fantasie. Sentì il formicolio del sudore freddo sulla fronte. 
Come doveva muoversi? Mille pensieri gli saltarono davanti agli occhi, come piccoli canguri contenenti idee. E veloci come erano arrivate, le idee sparivano lasciando Heracles immerso in una solitudine bagnata, umida di una paura atavica. Quella del cambiamento, della novità. 
Incominciò a scrocchiarsi il collo, muovendolo a destra e sinistra.

Respirò piano, aprendo a dismisura i polmoni fino a sentire la testa leggera per l’ossigeno. Cercava la calma e trovò un dolore lancinante al braccio. E poi al petto. 
Ebbe paura, ma solo per poco tempo.

Adesso poteva viaggiare, anche se il viaggio che l’aspettava non era per Chicago.

Nuovo anno?


Settembre è come gennaio. Ci sono i buoni propositi, quasi sempre trasgrediti. Però si fanno, chissà perché. Per mettere nero su bianco, focalizzarsi, avere degli obiettivi, dicono.

E come quando vorresti tanto un’agenda immacolata da riempire di fitti appunti. Pagine e pagine. Sempre ammirato chi fosse in grado di farlo. Magari una moleskine con l’elastico su un lato e lo spazio per la matita. Non ne sarei capace. Mi manca la costanza e pure la forza di volontà. Che su altri fronti sono un caterpillar e su altri una lieve foglia che galleggia sul mare.

Ma dicevo, amo fare le liste, quelle lunghe, elenchi puntati, col flag di fianco, che quando cancelli un punto ti riempi d’orgoglio. Che non importa tirare una riga su tutti, perché poi te li dimentichi e passi ad un’altra lista. E ora c’e pure l’app, che ti fa godere scuotendo l’iPhone.

Ecco la mia, per quest’anno:

  • Ricominciare pilates, i miei addominali ne hanno bisogno
  • Fare un vero e proprio corso annuale di roller
  • Riprendere le divertenti conversazioni in inglese con R.
  • Buttare via le cose inutili, soprattutto a casa
  • Eliminare qualche capo dal guardaroba, almeno quelli che non indosso da almeno 5 anni
  • Comprarmi un orologio (ma forse mi basta il telefono)
  • Leggere di più, non solo internet, ma anche libri*
  • Continuare a studiare. Al momento l’argomento che più mi interessa sono innovazione, sharing economy, start up e fabbrica 4.0
  • Imparare a fare meditazione
  • Bere almeno 1,5 litri al giorno di acqua
  • Dedicarmi alla resilienza, anima e corpo

* mi hanno prestato il Kindle: cosa posso desiderare di più?

Senso: vista


Di tutti i sensi a disposizione che non son cinque, ma almeno sei, di cui qui si cerca di far un’antologia da quattro soldi, l’occhio vuole la sua parte ed è la fetta più grande. Ingordo, certo, ma se a quarant’anni non porto gli occhiali e alla visita medica del dottore del lavoro, ogni 2-3 anni, mi si dice 10 decimi, complimenti, posso andare ben, ben fiera.

Opposto all’udito ci sta la vista, mentre il tatto fa categoria a sè, perché scivola senza ombra di dubbio nel torbido, più torbido.

Che mi piaccia guardare è ormai noto, pure la ricerca del bello, del brutto, della simmetria e dell’incoerenza. Del resto il linguaggio scritto e non scritto della comunicazione, che a volte viene confuso dai profani col marketing, che cos’è? Perché c’è qualcosa che funziona, equilibrata e suona bene, mentre un’altra no?

E dagli a correre a catturare con l’occhio una collezione di quadri, di oggetti, arte in generale. E dagli a scorrere su Tumblr per scegliere la foto giusta, per il mio post. Poi ogni tanto mi perdo, mi distraggo, mi eccito, ma quell’immagine è perfetta per me, ne sono certa e la salvo dal mare magnum. Saranno le luci, l’ambiente, l’aria che si respira. E tutto questo lo sanno i tizi che pubblicano le foto su Tinder coi gattini, con lo sfondo del bidet in secondo piano o le unghie visibilmente non curate, con i visi sfregiati dagli aloni bianchi e lo zoom ristretto sul cazzo semi eretto? A volte sforo nel patinato, me ne rendo conto, ma ti assicuro che anche a me piacciono quelle non professionali e caserecce, ma un minimo di buon gusto e occhio clinico, perbacco!

Che io son quella che a tavola si siede spalle al muro per guardarmi attorno, che sbircia dal buco della serratura, che amava osservare la gente che passa, seduta sul balcone pugliese,  a inventare voli pindarici sui personaggi che facevano le vasche verso il borgo. Che bei tempi andati ed anche odiati!

Senso: udito

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Di tutti i sensi e i doppi sensi, a cui sono instancabilmente legata, perché sono un esercizio per il cervello e per il corpo, che se tu afferri i miei doppi sensi e giochi di parole ed io i tuoi, siamo sulla stessa lunghezza d’onda, siamo insieme sul filo che ondeggia e ridiamo all’unisono e c’è sintonia e forse qualcosa di simile all’amore, dicevo, quello su cui sono in maggior difetto, è l’udito.

Perché se mi origli nell’orecchio, io afferro le singole  lettere che esco dalla tua splendida bocca, ma se sono dall’altra parte della stanza e non parli forte e chiaro, io non capisco.

Non voglio giustificarmi, sia mai, ma di tutti i sensi, quello che serve di meno é proprio questo. Non trovi? Per due anime che si cercano e non dichiarano a parole, ma coi gesti, la tensione reciproca, a che servono le emissioni vocali? Forse sto cercando una giustificazione ai tuoi silenzi, alle frasi spezzate che dette così non vogliono dire nulla, ad occhi discreti, mentre invece i fatti, quelli dichiarati e lampanti, parlano chiaro. Che quando ti chiamo rispondi, quando ti mando una foto mi mandi la faccetta coi cuoricini al posto degli occhi, che mi cucini, che voli da me.

E allora a che serve sentire con le orecchie, se gli organi del cuore, del cervello e del corpo tutto, parlano così chiaro?

Che poi non sentire significa anche un po’ dimenticare, non ricordare e tutto ciò è tipico mio, di Mango, M3 o come vuoi chiamarmi tu. Che il mio nome era un tempo così ricercato e unico e ora ce l’hanno tutte le bambine dai due anni in su. Che affronto l’inflazione!

Che poi si può anche dire, senza vergogna, di essere un pò sordi, del resto lo si può essere su tanti fronti, non trovi? Sordi alle richieste degli altri, sordi al silenzio, sordi al mondo intero.

Ma il silenzio a volte aiuta e pure le orecchie tappate, l’importante è la libertà di parole, che sostengo fortemente, sempre e comunque, pure quella di Charlie Hebdo.