Magico Mondo di M3m (1 parte)

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Eravamo in quattro e inspiegabilmente ci siamo parecchio divertiti. Eravamo lì per lavorare, ma tutti accumunati da una forte passione per quello che stavamo facendo. Gente fortunata, essere pagati per qualcosa che ci piace e ci fa stare bene.

Sembra quasi una barzelletta, dall’incipit.

C’è la signora ultra settantenne, ex bella, ma ancora ora, da metterci la firma e vendere l’anima al diavolo per sperare di potersi conservare così. Con il pellicciotto e lo stivaletto in tinta, che io appena salita in taxi ho dovuto cercare in fretta e furia su Yoox, guidata dal pensiero fisso: da grande voglio essere come lei! Biondo platino, coiffata di fresco, borsa Luis Vitton che invece mi fa orrore, ma nel complesso uno stile meraviglioso. Che io quasi intimidita da tanta grazia e splendore, le ho sussurrato: “Lei è bellissima” e la signora in questione mi ha abbracciata e baciata. Professionale come un puma, anni e anni di esperienza, riconosce la lunghezza delle piastrelle con una alzata di sopracciglio e un battito di mascara, senz’altro di alta gamma. Gestisce uno dei catering più longevi e sabaudi della città, un marchio di fabbrica.

C’è la responsabile gruppi e comunicazione del museo, uno dei più belli del mondo, ricco di atmosfera e fascino, tra pergamene e gatti egizi. Una che la prima volta faceva la maestrina e ora si era sciolta come neve al sole e ha raccontato tutta la sua vita: lavorava in Alpitour e nei villaggi all you can eat e provava amabilmente a convincermi che quella era la vera vacanza. Forse in pensione, ma non ne sono così sicura.

E poi c’è il fiorista, splendido cinquantenne, artista mani-abili, gran pregio per un uomo di tutte le età, che ti mostra in un soffio il book dei fiori composti, quadri viventi, serpenti di foglie e bacche profumate che si diramano lungo il tavolo imperiale, con gli occhiali strambi, una lente tonda e una esagonale, che ti chiama Amore e ti promette preventivi a prezzi popolari, non più di mille euro, tutto compreso.

Infine ci sono io, il cliente, se vogliamo, che come in un’orchestra osserva e coordina, sempre con un sorriso e la voglia di fare ed esserci.

Noi quattro insieme, arriviamo da percorsi differenti, mondi diversi, ma felici di essere artefici di questa bella serata, come cuochi che ci mettono tutto l’impegno, a cui poi magari neppure interessa mangiare, perché il divertimento è dietro le quinte, sul palco ci vanno altri. Noi siamo nel retro. Per fortuna.

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Facciamo un gioco

Lei (m3mango), Lui (wutternach)

Il locale è semplice, in un luogo semplice. La campagna, fuori città, una lunga strada semi deserta, l’ingresso illuminato con cura, senza strafare. Una trattoria, non qualunque, un posto per amatori. Pochi piatti ma curati, in ogni particolare. Mai affollata, soprattutto nei giorni feriali, ma mai vuota, come succede nei posti dove si mangia bene. La sala dove ci accomodiamo è piccola, una decina di tavoli in tutto. Quattro sono occupati, più il nostro. Un bicchiere di vino, nell’attesa.

Lui
“Sei molto sexy. Lo sei spesso, stasera in particolar modo.
Sai cosa? mi piace quando ti vesti così, quando usciamo e sei così attraente. Mi piace poterti guardare quando scendi dall’auto, quando cammini e posso osservare da vicino ogni tuo particolare, ogni particolare del tuo corpo. Mi piace il modo in cui lo metti in evidenza, senza esagerare. E sai cosa, in più? mi fermo ad osservarti, a immaginare guardandoti, i motivi per cui hai scelto quell’abbigliamento, perché so che quando scegli, pensi a quello che potrà accadere durante la serata. Penso che ti vesti per avere uno sguardo che ti desideri. Uno, il mio; ma non solo. Altri sguardi. Ti osservo quando esci con me e quando esci senza di me. Il piacere nel farlo è lo stesso, anzi. Anzi, forse guardarti seducente, uscire per una serata senza di me mi stimola l’immaginazione e di conseguenza il piacere.
Ora che sei con me ti guardo così, mi piaci. Mi ecciti”.
Lei
“Facciamo un gioco”, ti dico, “un gioco dei miei, quelli che ci mettono un po’ in imbarazzo, un po’ ci stuzzicano. Quelli che ci fanno anche un po’ male, ma poi ci permettono di andare a dormire abbracciati, per consolarci e leccarci le ferite. Che noi siam convinti di essere diversi da tutti, unici. Chissà se poi davvero è così. Guardati intorno, ci sono altri tavoli occupati: sono tutte coppie come noi, con gli stessi problemi e forse anche identici desideri. Scegline una. Quella che ti ispira di più. Quella che pensi di poter dominare. Quella che potrebbe starci al gioco. Quella con lui brutto e lei bellissima, o viceversa. Quella che sembra che la serata sia appena iniziata e forse proseguirà nel privè poco lontano da qui. Quella che frequenta i siti per scambisti, che si eccita a mostrarsi in telecamera, quella che si incastra perfettamente con noi. Ne hai la facoltà. E poi alzati da questa seggiola e vai a presentarti. Così su due piedi. ‘Vi dispiace se ci uniamo al vostro tavolo?’. Con un bel sorriso, potrebbero anche dirci di sì. Non essere reticente, dai. Ti adoro quando mi accontenti, anche se ti propongo una cazzata enorme, rischiosa, scomoda, faticosa, stupida. Mi piaci come appoggi il tovagliolo accanto al piatto, mi guardi, un po’ sbuffi, un po’ sei già eccitato. La serata potrebbe farsi interessante, oppure potresti tornare al tavolo, sconfitto, perché il gioco non è neppure iniziato”.
Lui
Lo sai che sbuffo perché detesto rompere le scatole a chi è venuto a mangiare per stare in tranquillità. Penso di poter passare per un rompicoglioni, e lo detesto. Ma sai, perché tu sai tutto di me, che quello sbuffare serve a coprire l’eccitazione evidente che mi dà la tua richiesta. Il tuo essere sfrontata, il tuo seguire l’istinto. Allora vado. Scelgo. Tento.
Quei due, al tavolo in fondo mi sembrano simili a noi, che non siamo simili a nessuno. Non tanto per l’aspetto, come potrebbe essere, ma per la serenità nei loro sguardi. Invento una scusa poco credibile “non ci siamo già incontrati noi?” per cominciare a parlare del ristorante, a chiedere da quanto lo frequentano, a dire la mia sul cibo, sull’arredamento. Cazzate, solo per poter dire uniamo i nostri tavoli, se non vi dispiace. Non gli dispiace, sono cordiali. Quaranta, forse quarantacinque, entrambi. Vestiti sportivi, casual, come si può definire meglio? Parlo, mi presento, ci presento. Disquisisco di città, di campagna, di coppie senza figli (simili, sì, chi lo avrebbe mai detto?). Ordino una bottiglia ulteriore, specificando che saranno ospiti. Stasera saranno ospiti. Chiedo, da quanto siano in coppia. Introduco. Parlo di noi, che lo siamo da un po’ ma che lasciamo che ciascuno di noi viva la sua vita, quando ne sente l’esigenza. Butto lì la frase fatta che lasciare l’altro libero solidifica il rapporto. L’importante è la condivisione delle sensazioni, la sincerità. Non l’esclusività. Condivisione, insisto. Verso da bere a lei, poco trucco, capelli sciolti, scuri. Sguardo sincero e vivo. Attraente. La immagino in altri contesti, mi attira. Verso da bere a lui, abbronzato, colori scuri, intensi. Meno loquace, ma ironico. Sta al gioco, su ogni argomento.
Ora tocca a te, al tuo gioco. Ora puoi cominciare il balletto della provocazione, quella sottile arte che mi fa venire il cazzo duro, non appena ne intravedo l’ombra nei tuoi occhi caldi. Fammi giocare, falli giocare. Potrebbe essere una buona serata.
Mi ecciti, con le tue idee. Devo solo seguirle, darti retta.
Prima che tu possa cominciare a giocare glielo chiedo, quasi d’improvviso: “domani sera siete impegnati? Potreste venire a cena da noi, se vi fa piacere”. Mi guardi, sorridi, annuisci con lo sguardo; lo vuoi.
Lei chiede solo un minuto per chiamare un’amica e disdire il mezzo impegno che aveva, lui ne sarebbe felice e si alza per andare in bagno. Siamo soli al tavolo, per qualche momento. Hai lo sguardo che trasuda eccitazione. Sei in quello stato che mi fa impazzire.
Sfiorandoti una coscia ti sussurro all’orecchio “gioca ora, come sai fare solo tu, stasera ti voglio scopare al pensiero di cosa sarà domani. Con le tue idee più perverse tra di noi”
Sorridi, mi fai cenno di sì. Bevi un sorso di vino, mi premi la mano sulla gamba. Quando rientrano al tavolo li guardi, poi guardi me. E mi lasci entrare in quello sguardo, pieno di amore e desiderio, pieno di sapore di sesso.

Lei
Eccoli rientrare, quasi contemporaneamente. “Ancora un po’ di vino?” La serata è giovane, l’atmosfera giocosa, piacevole la condivisione di pasti, risate, corpi. C’è sempre quel confine poco nitido in cui non sai mai se puoi oltrepassare, ma basta una battuta, uno sguardo, un leggero sfioramento per capire se c’è approvazione, concessione, sintonia. Il mio sguardo si rivolge a lei, se le due donne sono complici il più è fatto. Se sono disponibili a cedere il proprio uomo, c’è il via libera.
Gli uomini arrivano sempre dopo, le regine siamo noi. E lei mi guarda, sorride, è un po’ stupita, ma le piace essere stuzzicata. Parla di sé, risponde alle nostre domande, racconta aneddoti divertenti, cerca lo sguardo di lui, ogni tanto gli stringe la mano, qualche volta ci versa il vino nel bicchiere.
Concludiamo la serata e ci scambiamo i numeri di telefono.
“Hai scelto bene, amore. Cucini tu domani sera, vero?”

Senso: gusto


A questo punto potrei cadere nello scontato. Che ci si aspetta dal tema gusto su un blog che ha come incipit: ‘Se vieni, è il miglior apprezzamento’? Come minimo fellatio, pompini e se mangi ananas lo sperma è più buono. Ma dai?!? Le altre puntate sono nella pagina A puntate, ovvio.

Sono un’esteta delle papille gustative e quando sono in autostrada rifuggo il camogli o l’orrendo bufalino. Mi piace andare a comprare frutta e verdura al micromercatino dei contadini con le gote rubiconde, che d’inverno hanno giusto due cazzate, zucca e declinazioni di cavoli a merenda, ma d’estate è un tripudio di colori, profumi, sapori.

L’altro giorno ero in auto con l’architetto. Un tipo interessante, con cui ho parlato tutto il tempo di viaggi e arte. Ha saputo che chattavo con il mio spacciatore di fiducia per prenotare le uova fresche. Ha esclamato: ‘Sei una raffinata tu!’, ed io gongolavo. Uno dei migliori complimenti mai ricevuti, davvero, da parte di un sessantenne, molto pimpante. Aveva fatto il postale e mi raccontava della Norvegia, dei fiordi, dei treni, delle case di legno.

Da piccola, agli scout si faceva Kim gusto, un gioco che poi ripresi da adolescente interrotta, con giochini sfiziosi alla ‘Nove settimane e mezzo’. Lo vidi per la prima e ultima volta in seconda media, in videocassetta con la mia migliore amica e mi chiesi cosa diavolo c’era di così trasgressivo. Che mi innamorai di Mickey Rourke, che ora per carità.

Contamino il gusto con un pensiero sull’olfatto, del resto non è un modo come un altro per farsi pubblicità? Poi, davvero, scrivere in gruppo ti permette di condividere i brain-storming. Io li propongo sempre nelle collaborazioni, sono così stimolanti! Vecchio retaggio di quando lavoravo in agenzia. Con La Penny, ma anche La Prof, si diceva che l’olfatto è il primo senso, quello più animalesco, insito, profondo e che si sente attrazione per l’altro prima di tutto perché è il naso che lo decide. Per cui con qualcuno proprio non funziona, perché non c’è compatibilità olfattiva, mentre con altri c’è il sesso violento e sublime. La testa e il vestito passano subito in secondo piano.

Senso: olfatto


Non te lo aspetti, senti un odore e violentemente sei riportato indietro di anni, pure secoli. Scusa, ma te lo ricordi?

L’altro giorno camminavo imperterrita sulla pista ciclabile, che se io fossi stata dall’altra parte della barricata, svettante, su due ruote, avrei strombazzato con ira e in un nanosecondo mi ritrovavo tra i cespugli della villa, in fondo al borgo a rinfrescare le mie gote ragazzine ed ad annusare le petunie. Hai idea del profumo che hanno? Sanno di zanzare, di caldo, di sole ormai tramontato, della Madonna in processione, che al paese vecchio viene portata.

Scusa se sono aggrappata a certi odori, se quello della varichina mi ricorda quando mia zia mi insegnava a fare i servizi: a strizzare lo straccio per lavare a terra, a iniziare dai bicchieri e finire con le pentole unte, a fare il risvolto al copriletto che sa di talco Felce. La confezione azzurra sul comò. Ricordi? E se il profumo di fiori mi fa stare bene, il più buono di tutti è quello delle fresie, poi subito dopo la lavanda, i mughetti e il gelsomino. Che la sakura l’ho vista davvero, ma quella è la vista, meno l’olfatto.

Scusa se mi piace da matti quando sfrigola la cipolla nel burro, il profumo del prosciutto appena tagliato, la pizza testè sfornata.

Che respirare a pieni polmoni non serve all’olfatto, ma aiuta a prendere una pausa e mettere un punto tra i miei pensieri faticosi.
Che un tempo mi sarei fatta dei problemi a chiedere il codice da comunicare al controllore sul treno ed ora lo faccio con un sorriso. Perché? Perché sono più vecchia, con meno da perdere, meno da rischiare. Spesso mi chiedo come sarebbe stata, se avessi avuto il carattere che ho ora, 20 anni fa. Probabilmente non sarei qui, chissà.

Che mi ricordo, quasi dodicenne a comprare i sacconi al supermercato inglese di patatine che odoravano di dado Liebig. Allora non sapevo cosa fosse la moderazione, ora chissà.

Heracles Reed – finale alternativo — Music For Travelers

Qualche giorno fa avete letto la storia di Heracles Reed. Una storia creata a quattro mani da M3Mango e il sottoscritto e con protagonista un personaggio, Heracles, particolarmente restio a muoversi e girare il mondo. Ad un certo punto della stesura ci siamo detti: “come deve finire?”. Non ne avevamo idea… ed ecco che ci […]

via Heracles Reed – finale alternativo — Music For Travelers

Heracles Reed

Le collaborazioni tra blogger sono il sale della vita social.


Qui insieme al mitico Zeus e a una delle matite più sexi di WordPress: Ali di Velluto, che interpreta Sapienza. Voliamo alto, ne siamo consapevoli. Per il secondo finale ci rivediamo giovedì prossimo.

Heracles Reed non aveva mai viaggiato molto. Aveva sempre visto qualcuno viaggiare, muoversi, mentre lui era nel suo cubicolo a respirare smog, polveri sottili e maledizioni. Vivere così l’aveva invecchiato precocemente. I capelli, lunghi fino alle spalle e tenuti insieme con un elastico nero, erano striati di grigio e così, per qualche riflesso strano dei vetri, sembrava anche la faccia. Una faccia che, vista in un qualche pub o sulla piazza cittadina, poteva essere definita senza età, in quel cubicolo, con quei vetri resi scuri da una patina persistente di sporcizia, Heracles sembrava vecchio. I giovani avevano l’impressione di trovarsi di fronte ad un nuovo Matusalemme, i vecchi vedevano quello che li aspettava da lì a poco. Heracles, come diceva la carta d’identità, non aveva più di quarantacinque anni.

Ogni giorno l’uomo si alzava, faceva una colazione veloce con un caffé nero, lungo, e con un donuts coperto di una crosta di zucchero rosa dall’aspetto chimico. Finito il pasto, immerso in un silenzio quasi irreale, prendeva la metro e si dirigeva verso il posto di lavoro. Aveva odiato, e denigrato, quelle quattro mura per così tanti anni che, adesso, le bramava in una forma sadica di contrappasso.

Si era abituato ad osservare tutta quella umanità in movimento, distratta, sfuggente, muta. Buttavano tre monete sul suo piatto di metallo sbilenco e in cambio afferravano qualcosa da mettere sottobraccio. Rotoli di carta, che in poche ore perdevano di significato, come un biglietto della lotteria con l’ultima cifra strappata. Con le valigie pesanti, trascinate per corridoi bui e cupi, scarpe lucide su pavimenti lerci, musicanti improvvisati e stonati, che occupano troppo spazio e limitano il passaggio frenetico nelle ore di punta. Tacchi incerti sulle scale mobili rotte, militari con mitra che non avevano mai sparato, macchinette spara documenti di viaggio che nessuno pretendeva. Questo era il suo mondo, un’isola infelice, un cubicolo ricolmo di carta straccia, utile solo a pulirsi il culo. Heracles osservava i clienti coi suoi occhi a fessura e senza proferir parola, con gesti lenti e misurati consegnava l’oracolo.

Le ore e i giorni passavano identici e inesorabili. Non si fermavano per un morto al centro della dura piazza di granito o per un bambino disperso sotto le ali dei piccioni. Piccole unità di tempo, come eserciti in marcia, passavano davanti agli occhi di Heracles. L’uomo cercava di fermarli ma, ogni volta, ritraeva il pugno contenente aria e uno stelo di speranza essiccata. Dopo anni cercando di racchiudere il tempo nella coppa delle mani o di fermare le lancette dell’orologio, Heracles aveva optato per un’altra attività, spogliare chi li passava davanti di un bene prezioso: il loro tempo libero e le loro storie.

Era un hobby senza vittime, almeno così la pensava. Non chiedeva niente alle persone, le guardava passare indifferenti o fermarsi davanti a lui e porgere monete per informazioni. Lui rispondeva dando giornali e, nel suo piccolo, rubando qualcosa al suo interlocutore. Heracles non aveva nessun interesse per carte di credito o gioielli, non gli interessavano le proprietà o i beni materiali. La sua vita, per quanto semplice e dettata da un’economia di risparmio, gli andava bene così com’era. Lui si impossessava del tempo libero che lui, nella sua vita, non aveva mai assaporato.

Un giorno perciò smetteva di essere Heracles Reed e metteva i panni dell’uomo in viaggio per Miami. Il giorno successivo, stufo di essere stato a Miami, scioglieva l’identità dell’uomo in un miscuglio di rimpianti e nebbia, ed indossava le vesti del manager in tour per il Nord della Francia. 
- Quanto ho amato la baguette con il paté – si vantava con i suoi amici – Che emozione vedere le cattedrali e passeggiare nelle vicinanze dell’Arco di Trionfo. E il cimitero di Parigi! Che decadenza – soleva ripetere al suo piccolo pubblico che, incantato dai suoi viaggi e dalle sue avventure, beveva queste storie come un poppante succhia il latte materno. I giorni si ripetevano, inesorabili, uguali a se stessi, intervallati solo dai clienti dell’edicola che si presentavano al suo cospetto per comprare i giornali. I suoi vacui racconti immaginari scandivano il suo tempo.

Ma un giorno arrivarono due uomini e gli consegnarono una busta bianca. C’è posta per te, gli dissero e se ne tornarono da dove erano venuti. Non aveva mai ricevuto nulla in tutti questi anni. Mai un telegramma, una lettera, niente. Giusto le bollette a fine mese, miseri conti, da pagare in ritardo, sperando di evitare la mora. Heracles era stordito da questa novità e per dieci minuti la fissò in silenzio. Chi poteva mai avergli scritto? Non aveva parenti, non aveva amici, neanche un vicino di casa. Contollò più volte l’indirizzo per essere sicuro che non si fossero sbagliati. Ma a caratteri ben leggibili compariva il suo nome. Inequivocabilmente la missiva era per lui. A un certo punto inforcò gli occhiali fermati con lo scotch e prese ad aprire la busta, provando a non sgualcire la carta. Estrasse la lettera e prese a leggere.

“Egregio dottor Heracles Reed,
 La informiamo che deve recarsi entro 10 giorni dal ricevimento della seguente, all’indirizzo di via Boston 16, Chicago. Farà fede il timbro postale.
 Cordiali saluti”.

Ohibò.

Heracles fece un lungo sospiro e si accasciò sulla sedia.

FINALE 1

Qualcuno gli aveva scritto. Doveva viaggiare. Era il protagonista delle sue stesse fantasie. Sentì il formicolio del sudore freddo sulla fronte. 
Come doveva muoversi? Mille pensieri gli saltarono davanti agli occhi, come piccoli canguri contenenti idee. E veloci come erano arrivate, le idee sparivano lasciando Heracles immerso in una solitudine bagnata, umida di una paura atavica. Quella del cambiamento, della novità. 
Incominciò a scrocchiarsi il collo, muovendolo a destra e sinistra.

Respirò piano, aprendo a dismisura i polmoni fino a sentire la testa leggera per l’ossigeno. Cercava la calma e trovò un dolore lancinante al braccio. E poi al petto. 
Ebbe paura, ma solo per poco tempo.

Adesso poteva viaggiare, anche se il viaggio che l’aspettava non era per Chicago.

Nuovo anno?


Settembre è come gennaio. Ci sono i buoni propositi, quasi sempre trasgrediti. Però si fanno, chissà perché. Per mettere nero su bianco, focalizzarsi, avere degli obiettivi, dicono.

E come quando vorresti tanto un’agenda immacolata da riempire di fitti appunti. Pagine e pagine. Sempre ammirato chi fosse in grado di farlo. Magari una moleskine con l’elastico su un lato e lo spazio per la matita. Non ne sarei capace. Mi manca la costanza e pure la forza di volontà. Che su altri fronti sono un caterpillar e su altri una lieve foglia che galleggia sul mare.

Ma dicevo, amo fare le liste, quelle lunghe, elenchi puntati, col flag di fianco, che quando cancelli un punto ti riempi d’orgoglio. Che non importa tirare una riga su tutti, perché poi te li dimentichi e passi ad un’altra lista. E ora c’e pure l’app, che ti fa godere scuotendo l’iPhone.

Ecco la mia, per quest’anno:

  • Ricominciare pilates, i miei addominali ne hanno bisogno
  • Fare un vero e proprio corso annuale di roller
  • Riprendere le divertenti conversazioni in inglese con R.
  • Buttare via le cose inutili, soprattutto a casa
  • Eliminare qualche capo dal guardaroba, almeno quelli che non indosso da almeno 5 anni
  • Comprarmi un orologio (ma forse mi basta il telefono)
  • Leggere di più, non solo internet, ma anche libri*
  • Continuare a studiare. Al momento l’argomento che più mi interessa sono innovazione, sharing economy, start up e fabbrica 4.0
  • Imparare a fare meditazione
  • Bere almeno 1,5 litri al giorno di acqua
  • Dedicarmi alla resilienza, anima e corpo

* mi hanno prestato il Kindle: cosa posso desiderare di più?

Senso: vista


Di tutti i sensi a disposizione che non son cinque, ma almeno sei, di cui qui si cerca di far un’antologia da quattro soldi, l’occhio vuole la sua parte ed è la fetta più grande. Ingordo, certo, ma se a quarant’anni non porto gli occhiali e alla visita medica del dottore del lavoro, ogni 2-3 anni, mi si dice 10 decimi, complimenti, posso andare ben, ben fiera.

Opposto all’udito ci sta la vista, mentre il tatto fa categoria a sè, perché scivola senza ombra di dubbio nel torbido, più torbido.

Che mi piaccia guardare è ormai noto, pure la ricerca del bello, del brutto, della simmetria e dell’incoerenza. Del resto il linguaggio scritto e non scritto della comunicazione, che a volte viene confuso dai profani col marketing, che cos’è? Perché c’è qualcosa che funziona, equilibrata e suona bene, mentre un’altra no?

E dagli a correre a catturare con l’occhio una collezione di quadri, di oggetti, arte in generale. E dagli a scorrere su Tumblr per scegliere la foto giusta, per il mio post. Poi ogni tanto mi perdo, mi distraggo, mi eccito, ma quell’immagine è perfetta per me, ne sono certa e la salvo dal mare magnum. Saranno le luci, l’ambiente, l’aria che si respira. E tutto questo lo sanno i tizi che pubblicano le foto su Tinder coi gattini, con lo sfondo del bidet in secondo piano o le unghie visibilmente non curate, con i visi sfregiati dagli aloni bianchi e lo zoom ristretto sul cazzo semi eretto? A volte sforo nel patinato, me ne rendo conto, ma ti assicuro che anche a me piacciono quelle non professionali e caserecce, ma un minimo di buon gusto e occhio clinico, perbacco!

Che io son quella che a tavola si siede spalle al muro per guardarmi attorno, che sbircia dal buco della serratura, che amava osservare la gente che passa, seduta sul balcone pugliese,  a inventare voli pindarici sui personaggi che facevano le vasche verso il borgo. Che bei tempi andati ed anche odiati!

Senso: udito

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Di tutti i sensi e i doppi sensi, a cui sono instancabilmente legata, perché sono un esercizio per il cervello e per il corpo, che se tu afferri i miei doppi sensi e giochi di parole ed io i tuoi, siamo sulla stessa lunghezza d’onda, siamo insieme sul filo che ondeggia e ridiamo all’unisono e c’è sintonia e forse qualcosa di simile all’amore, dicevo, quello su cui sono in maggior difetto, è l’udito.

Perché se mi origli nell’orecchio, io afferro le singole  lettere che esco dalla tua splendida bocca, ma se sono dall’altra parte della stanza e non parli forte e chiaro, io non capisco.

Non voglio giustificarmi, sia mai, ma di tutti i sensi, quello che serve di meno é proprio questo. Non trovi? Per due anime che si cercano e non dichiarano a parole, ma coi gesti, la tensione reciproca, a che servono le emissioni vocali? Forse sto cercando una giustificazione ai tuoi silenzi, alle frasi spezzate che dette così non vogliono dire nulla, ad occhi discreti, mentre invece i fatti, quelli dichiarati e lampanti, parlano chiaro. Che quando ti chiamo rispondi, quando ti mando una foto mi mandi la faccetta coi cuoricini al posto degli occhi, che mi cucini, che voli da me.

E allora a che serve sentire con le orecchie, se gli organi del cuore, del cervello e del corpo tutto, parlano così chiaro?

Che poi non sentire significa anche un po’ dimenticare, non ricordare e tutto ciò è tipico mio, di Mango, M3 o come vuoi chiamarmi tu. Che il mio nome era un tempo così ricercato e unico e ora ce l’hanno tutte le bambine dai due anni in su. Che affronto l’inflazione!

Che poi si può anche dire, senza vergogna, di essere un pò sordi, del resto lo si può essere su tanti fronti, non trovi? Sordi alle richieste degli altri, sordi al silenzio, sordi al mondo intero.

Ma il silenzio a volte aiuta e pure le orecchie tappate, l’importante è la libertà di parole, che sostengo fortemente, sempre e comunque, pure quella di Charlie Hebdo.

Tokyo Hotel


Gintoki, non c’entra molto, ma mi è venuto così. Grazie per l’ispirazione, mondo gatto!

Ho sognato di essere in hotel. Quei casermoni enormi, tante stanze, tanti bottoni in ascensore. Che schiacci un tasto e non sai dove ti trovi, non sempre c’è il cartello che indica il numero di piano e ti confondi. Sempre.

Quei pavimenti ovattati, moquette di buon livello, peluria alta e densa che ci si sprofonda. Una carezza piacevole alla pianta del piede, che ha lungo camminato e sopportato il peso delle mie ossa, della mia carne. È come un massaggio, un preludio al lasciarsi andare, completamente. Perché quando mi tocchi i piedi, inevitabilmente chiudo gli occhi e apro un po’ le gambe.

Ormai le chiavi elettroniche credo siano una burla. Una qualunque apre tutte le porte. Chi mi garantisce che siano sicure? Protette per cosa? Vorrei entrare dove più mi aggrada, scegliendo a caso, confondendo come faccio sempre, i numeri delle camere. Ho il 456, il 645, no il 234. Non ricordo. Non chiedermi di memorizzare un numero per 24 ore. Mi è davvero impossibile.

Entro a caso. È un labirinto questo e le porte sono tutte aperte al mio tocco. Poggiare le dita sul pomello e lentamente divaricare l’uscio. Mi accolgono la penombra e i tuoi sussurri. Forse mi stai aspettando? Non cerco chiari elementi riconoscibili, che so, un libro sul comodino, le ciabatte, accanto al letto, la felpa col cappuccio che ho comprato online. Respiro l’odore di camera d’hotel e vengo a te.

Ci sei tu, my dear, in canottiera e mutandine, nonostante faccia parecchio freddo. Sei distesa sul letto con gli occhi socchiusi, mi riconosci e mi chiedi se ho una mela da offrirti. Quei frutti rossi che trovi solo al supermercato bio, talmente finti e lucidi che ti chiedi se possono rimbalzare e rimanere intonsi.

Per non fare rumore mi avvicino al tuo orecchio, non resisto e invece di risponderti qualcosa, ti alito un soffio. Calore per te. Risposta giusta, mi prendi la mano e la posi su di te. Protette in questo luogo ovattato, sbocconcelliamo la mela.

Chissà se qualcun altro si aggiungerà?