Magico Mondo di M3m (1 parte)

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Eravamo in quattro e inspiegabilmente ci siamo parecchio divertiti. Eravamo lì per lavorare, ma tutti accumunati da una forte passione per quello che stavamo facendo. Gente fortunata, essere pagati per qualcosa che ci piace e ci fa stare bene.

Sembra quasi una barzelletta, dall’incipit.

C’è la signora ultra settantenne, ex bella, ma ancora ora, da metterci la firma e vendere l’anima al diavolo per sperare di potersi conservare così. Con il pellicciotto e lo stivaletto in tinta, che io appena salita in taxi ho dovuto cercare in fretta e furia su Yoox, guidata dal pensiero fisso: da grande voglio essere come lei! Biondo platino, coiffata di fresco, borsa Luis Vitton che invece mi fa orrore, ma nel complesso uno stile meraviglioso. Che io quasi intimidita da tanta grazia e splendore, le ho sussurrato: “Lei è bellissima” e la signora in questione mi ha abbracciata e baciata. Professionale come un puma, anni e anni di esperienza, riconosce la lunghezza delle piastrelle con una alzata di sopracciglio e un battito di mascara, senz’altro di alta gamma. Gestisce uno dei catering più longevi e sabaudi della città, un marchio di fabbrica.

C’è la responsabile gruppi e comunicazione del museo, uno dei più belli del mondo, ricco di atmosfera e fascino, tra pergamene e gatti egizi. Una che la prima volta faceva la maestrina e ora si era sciolta come neve al sole e ha raccontato tutta la sua vita: lavorava in Alpitour e nei villaggi all you can eat e provava amabilmente a convincermi che quella era la vera vacanza. Forse in pensione, ma non ne sono così sicura.

E poi c’è il fiorista, splendido cinquantenne, artista mani-abili, gran pregio per un uomo di tutte le età, che ti mostra in un soffio il book dei fiori composti, quadri viventi, serpenti di foglie e bacche profumate che si diramano lungo il tavolo imperiale, con gli occhiali strambi, una lente tonda e una esagonale, che ti chiama Amore e ti promette preventivi a prezzi popolari, non più di mille euro, tutto compreso.

Infine ci sono io, il cliente, se vogliamo, che come in un’orchestra osserva e coordina, sempre con un sorriso e la voglia di fare ed esserci.

Noi quattro insieme, arriviamo da percorsi differenti, mondi diversi, ma felici di essere artefici di questa bella serata, come cuochi che ci mettono tutto l’impegno, a cui poi magari neppure interessa mangiare, perché il divertimento è dietro le quinte, sul palco ci vanno altri. Noi siamo nel retro. Per fortuna.

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L’epilogo – warning!- a lieto fine (Managers #8)


E’ stato wow. Mi sono divertita e sono stata bene. Anche loro erano entusiasti, l’ho percepito dai loro occhi, dai sorrisi, dall’entusiasmo con cui saltellavano da una parte all’altra. Dai loro ohhh!, dalla genuina volontà di mettersi in gioco, erano bambini spontanei e divertiti. Abbiamo fatto la foto di gruppo (senza i cheeeese e le corna), mangiato tutti insieme, bevuto troppo, sono morti molti ‘lei’ che sono diventati dei bei ‘tu’, abbiamo respirato la stessa aria, distesi uno accanto all’altro sui tappetini yoga, nel silenzio, interrotto dal nostro fiato, vicini vicini, uniti, solidali, rilassati e anche felici.

I trainer sono stati bravi, ci hanno messo a nostro agio, abbiamo collaborato, imparato e approfondito le relazioni.

Non sono impazzita, tranquilli. Semplicemente, tutti quanti, sono riusciti a tacciare il mio lato cinico. Poi a me le full immersion, peace and love di gruppo fan questo effetto: mi rammolliscono e mi fanno vedere il mondo tutto rosa. Domani mi passa, stay tuned!

A sorpresa è stato un week end piacevole per me e anche per loro, che mi hanno applaudito all’unisono alla fine, che mi hanno scritto, messaggiato e telefonato, grati per l’esperienza vissuta.

Come quando vai a fare il campus estivo, vivi coi tuoi compagni 24/24 ore e poi alla fine, quando ci si saluta, ti mancano. Che la scuola è per tutti finita da un pezzo, ma quel clima cameratesco, in cui si sghignazza, si sussurrano gossip, ci si fa seri per ascoltare i maestri, si prende appunti, si arrossisce quando bisogna parlare al microfono davanti a tutti (in inglese, per giunta!), si fa l’occhiolino al vicino di banco, si schernisce per gioco il compagno di banco, si balla, si ride, si fa team building, beh ti trasforma davvero e capisci che tutto questo ogni tanto serve. Che mandare le mail, alzare il telefono, fare le call, certo aiuta, riduce i tempi, nero su bianco perché verba volant, ma il contatto diretto, occhi negli occhi, avvicina, unisce, fai parte di un gruppo, remi  nella stessa direzione, i soldi non c’entrano, almeno per un istante, sono le persone con cui passi la maggior parte della tua vita e scopri a sorpresa che sono davvero simpatiche.

Nota: questo post così concitato e tenero si autodistruggerà in un… bum!!

La sbobba (Managers #7)

  
I manager e i brain trainer a un certo punto si troveranno davanti ad un tavolo. Imbandito. Perché dopo tanto lavorare, pensare, stringere di meningi e di chiappe, il languorino salirà, l’arsura si farà sentire e so già che tutti quanti in massa guarderanno me, con fare famelico, questuando, solo con l’inclinazione della testa e il sopracciglio ben pettinato: dov’è la sbobba?

E allora forse si lasceranno andare tra una tartina rinforzata e un bel bicchierone di Primitivo di Maduria, di quelli che fanno minimo 14 gradi e che dopo due rabbocchi sei a quattro zampe con gli occhi pallati, attaccato alle gambe del tavolo oppure a quelle slanciate e sexi della vicina, occhi di gatto e rossetto Chanel numero 5. Che devi fare attenzione a non offrire troppo, ma neanche troppo poco, che non si dica che la sottoscritta lesina il cibo, ma neanche che tenda allo spreco in questo mondo perennemente in crisi. Che per inciso IMO non si può dare tutta la colpa alla recessione economica, il mondo sta cambiando e tu ti devi adeguare. Anzi innovare, la parola più abusata del globo terraqueo.

Macché! Altro che Primitivo, questi sono dei quaquaraqà, ingurgitano al massimo un Prosecchino al volo, anche due, non sono certo abituati a bere sereni. Che se si ubriacassero anche poco, credo ci si divertirebbe davvero molto. Da tutti impettiti, con il doppiopetto, il capello impomatato e il palo infilato nel culo, impazzirei a vederli spettinati, con la cravatta allentata, la camicia fuori dai pantaloni, svaccati per terra, sulla moquette a pallini tono su tono, che credo costi quanto il prodotto interno lordo di una regione a caso del sud est asiatico. E magari a fine serata, invece di correre sulle punte a casa con il taxi prenotato un mese in anticipo, decidano di tornare in hotel a piedi, cantando mano nella mano una canzone del grande Lucio, palpando culi a caso, che fa tanto team bulding (IMO).

Macché! Altro che tartina rinforzata, sformatino di melanzana alla parmigiana, timballo con polpettine, millefoglie con besciamella colante, questi sono tutti intolleranti a qualcosa o anche a più cose insieme, ma immagino anche a qualcuno. Per cui sui menù campeggiano doppi, tripli asterischi che recitano ignavi:
– senza glutine
– senza lattosio
– vegetariani
– senza ritegno alcuno

Ma che cazzo mangiate miei prodi colleghi? Ah, giusto, voi fate la spesa online, l’insalata già lavata e masticata e barrette energetiche che non sporcano e non portano via tempo inutile al vostro proficuo e utilissimo lavoro di consulenti in corriera.

Ma per concludere e spezzare una lancia in favore loro, posso dire che non sono tutti così, anzi. Ed io, modestamente, ho il radar per individuare qualche eletto, con cui ridere e scherzare e soprattutto sopravvivere durante questi momenti di puro terrore. Ho persino un collega che mi ha giurato di farmi da cameriere per tutta la serata!

 

Yes Man (Managers #6)

    
I brain trainer sono così, non gli basta tenere la lezioncina, vogliono far vedere a tutti che non sono improvvisati, ma lavorano sodo, prima, durante e dopo e soprattutto portano i risultati, che è la cosa che interessa a tutto il pubblico pagante e anche a quello che sta a guardare. O no?

Per cui inoltrano liste di richieste, sempre per elenchi puntati, inesorabili, che ti appendono al muro e che paiono quasi editti, recitati con voce impostata da messaggeri alati, con la pergamena stirata tra le mani e gli stivaletti in camoscio morbido.

Vogliamo che:

  1. tutti i manager rispondano a un fitto questionario sulla vita, sui morti e sui miracoli, che siam tutti miracolati, se ci troviamo qui a parlare di spirito santo e sesso degli angeli
  2. selezioniate sei e dico sei eletti, rappresentativi dell’universo tutto, né giovani, né vecchi, né maschi, né femmine, né cittadini, né contadini, da intervistare in call conference agli orari stabiliti, secondo i termini di legge, timbrato e firmato
  3. vi rendiate disponibili, a ridosso della fatidica data, per condividere i risultati e prepararci in religiosa operosità al glorioso giorno di training together, altrimenti detto ammucchiata di cervelli sopraffini.

Non oso ancora immaginare il dopo.

Ed io penso, è arrivata la mia fine. E’ stato bello, grazie assai, arrivederci, addio. I manager, si sa, son tutti impegnati, e dopo la mia missiva questuante, sarò catapultata definitivamente nello spam aziendale, nella spazzatura virtuale e fisica, additata ed esposta al pubblico ludibrio.

E invece no. Colpo di scena, son tutti gentili e disponibili, pronti Yes Man, che con sconcertante cedevolezza, segnano in agenda orari e impegni per aderire alle mie richieste, come nella squadra di baseball, quando Dusty Baker realizzò il suo trentesimo fuoricampo e tutto lo stadio esultò come se i Dodgers avessero appena raggiunto i playoff.

Dammi un cinque, fratello!

 

E i giornalisti? (Managers #5)

  
Non leggo i giornali, non guardo la TV e di conseguenza i telegiornali. Leggiucchio Facebook, che uso impropriamente come RSS di notizie a me confacenti, per cui smaccatamente schierate a sinistra, con riporto ed evidente titillamento e conferma che le mie idee politiche e filosofiche sono le migliori del mondo, pardon, del mio mondo. Poi lo uso per far stalking spinto, ma questa è un’altra cosa, che mi tengo per un altro post.

Se c’è una cosa che ho capito nel piccolo, piccolo del mio lavoro è che i giornalisti non dicono e non fanno mai quello che gli dici. Mai. E avoja a mandare loro la foto da pubblicare. Sicuro come l’oro ne metteranno un’altra, di repertorio, oppure che fa più notizia, o quella che hanno sul desktop, più comoda. Del resto non scrivono neanche più, i più, gli devi preparare il comunicato stampa, come pappa pronta per neonati e nonostante questo copiano male, si dimenticano un pezzo, travisano, esagerano, manipolano. Se ne fottono, insomma. Se sapessi costruire le note come Gintoki e Ysi, ne allestirei una specificando che questo non vuol essere un discorso generalista, odio i discorsi qualunquisti, da salgo sul palco e dispenso critiche, ma spesso ho a che fare con la categoria e ne esco sempre ammaccata. Certo, potrei essere un un pò sfigatella, oppure questa razza è un pò così. Del resto hanno il coltello dalla parte del manico, in una società che si basa sull’informazione, visto che i beni materiali li hanno esauriti. Ma non voglio perdermi nei meandri di discorsi sociologici, che eccitano me e tediano la maggior parte del mondo [Zeus, ti piace come spunto?].

Indi per cui l’altro giorno, ho passato amabilmente la serata a cercare la foto più consona per l’articolo che usciva su La Repubblica, uno scambio continuo ed estenuante con l’ufficio stampa e, infine,  12 ore dopo mi son vista stampata fresca fresca, l’unica foto che avevo detto di non pubblicare. Fantastico.

Ma tranquilli, non ho imparato nulla, la prossima volta sono sicura che, fiduciosa, mi comporterò esattamente nello stesso modo. Io non imparo, i giornalisti neppure. Uno a zero per loro.

Vengono tutti (Managers #4)

  

Scusate il titolo, i doppi sensi di bassa lega sono irresistibili per me.

Dicevo, vengono tutti. Nonostante il week end, il riposo lavorativo dei campioni, la primavera, i cervi a primavera, il campo da golf, i brain trainer, praticamente tutti hanno aderito con piacere all’invito del capo. E vogliono tutto del menù che abbiamo loro offerto. Sono lì tutti i flag delle loro scelte. Pacchetto completo: aperitivi, cene, lezioni per far rilassare il cervello di queste slot machine con le gambe ingessate.

Bene, dico io. C’è entusiasmo ragazzino. Male per me che ho più pedine da muovere, anche se ovviamente mi fa piacere, anche solo per il fatto che si conferma che la mia posizione nel mondo aziendale serve a qualcosa, parbleu!

Solo in cinque han rifiutato, ma si sono premuniti di chiamarmi e snocciolarmi la giustifica. Sai, è il compleanno di mamma, del nonno, del gatto, del cane e del topo, ecc. ecc. Viene da giù proprio per festeggiare, porta le cime di rapa, riso patate e cozze, le melanzane alla parmigiana, le cartellate, i panzerotti, la focaccia alta con le patate e chissà quale altro piatto tipico della tradizione del Tavoliere delle Puglie. Ed io son dall’altra parte della cornetta che cristono e mi domando perché diavolo vengono a raccontare a me la rava e la fava della loro assenza ingiustificata. Che al massimo può aver senso una mail al grande capo, ma io non sono nessuno e mi nascondo dietro le quinte. Certo, allestisco il palcoscenico, ma poi l’attrice protagonista non sono io, per fortuna, gestisco i soldi degli altri, coordino, che in altri termini suona come faccio cose, muovo gente. Sono un facilitatore. Ti piace come ruolo? Tantissimo, mo’ chiedo se mi aggiornano il bigliettino da visita. Anche perché un tempo avrei detto il capro espiatorio, quando lavoravo in agenzia di pubblicità, dico. Ho fatto carriera, o almeno lo ha fatta il mio ego.

Ma cosa vogliono i Managers? #3


Quando parli con loro devi essere sempre molto sintetica, puntuale nelle domande e se possibile usa un elenco puntato. Sono così: sono distratti, concentrati su se stessi, ma soprattutto si annoiano in fretta. Del tipo che se gli scrivi testi con più di 100 caratteri, già ti cestinano. Sono come bambini e loro adorano essere trattati così. E proprio come i fanciulli hanno bisogno di sentire l’autorità e ogni tanto devi cazziarli. Prenderli per la punta dell’orecchio e sussurargli, sibilando, tipo maestra vecchio stampo, suora tutto d’un pezzo: hai fatto i compiti? No? Dovevi consegnarli oggi. Muoviti, cristo!

E allora con la mail di recall in cui gli ricordi che sono in ritardo cronico, loro si spicciano ed eseguono a testa bassa quello che gli stai chiedendo.

Giuro, è un bel godere. Abituati come sono a dare ordini a destra e manca, vederli un pò sottomessi che finiscono il compitino e te lo mandano anche un pò titubanti, riempie di orgoglio il mio lato mistress. Così in quattro e quattr’otto realizzo dall’Excel autoprodotto al volo via web che i manager incalliti partecipano a frotte all’evento di un week end primaverile e rinunciano a giocare a golf, almeno per 48 ore.

Sono felice, sta avendo successo. Alla fine i ragazzi vogliono solo divertirsi.

Certo, non riesco fare a meno di pensare che questi bei personaggi, che credono di essere tutti fighi e avere solo top client, dopo una giornata in giro per il mondo, con il cellulare siliconato alla mano, che muovono l’economia, producono utili, scorie, che muovono aria e bigliettoni, non desiderino arrivare la sera in un luogo di rifugio, non dico casa perchè il manager non ha fissa dimora per definizione, e con un tè al limone, invece del classico scotch liscio, anelino una donna, un uomo che con frustino alla mano gli dica per una volta cosa fare, come mettersi, come posizionarsi, ma non sul mercato, ma sul letto o sulla sedia, o sul balcone, sul cesso, in doccia, per terra, nel pianerottolo, in ascensore, in garage, magari sul cofano, che è sempre un posto molto carino per far certe cose.

 

 

Le cene pagate (Managers, #2)


Siamo destinati a soccombere. Ora ne sono certa.

Cerco un luogo dove rifocillare mente e corpo e se possibile anima dei miei graditi e stronzi ospiti. Devono godere dello stile sabaudo e al tempo stesso saziare la pancia e gli occhi con la magnificenza della casa madre. Hai un budget? No, non ce l’ho, però cerco qualcosa di esclusivo, con un servizio impeccabile. Un dilettevole dinner experience, che concluda coi controcazzi la sessione di brain training. Ho detto concluda, per cui domenica sono chiusa sul serio. A meno che il CEO mi prenda per la collottola e mi dica con quel sorrisetto irresistibile: vai a recuperare la ciurma e con l’ombrellino da CRAL a Venezia, portali in giro per la città. Ma io mi tutelo e ho chiesto il preventivo a una guida professionale, per cui gli ospiti, ormai parecchio strattonati da un week end che non ti lascia il fiato, anche se dovrebbe insegnarti a respirare, dovrebbero riuscire a muoversi tipo bradipi sonnolenti in autonomia, I suppose.

Cerco un centro di ritrovo molto top e mangereccio, non lontano dal ricovero a 4 stelle per ‘sti manager che paiono bambini in gita scolastica. Li vogliamo fare un pò camminare, ma senza esagerare, sennò le signore non possono infilarsi i tacchi sottili per via dei maledetti sanpietrini, che non saranno quelli di Roma, ma poco ci manca. Ah, la decadenza di queste città!

E allora selezioniamo col dito che scorre sulla pagina web la cream della cream e partiamo a fare i tanto amati sopralluoghi. Va bene alle ore 12? Ci scapperà almeno un light aperitif? Macchè! Il miglior ristorante della capitale che fu, il solitoposto di Cavour e compagnia bella, posizionato proprio nel salottino sabaudo ti offre magnanimamente un bicchiere di acqua e un caffè molto ristretto in tazzina sporca di rossetto. Orrore e spavento! Tante scuse. Sarà, ma son passati 3 giorni 3 ed io il preventivo nero su bianco non l’ho ancora ricevuto. Ahimè, mi tocca dichiarare: neeeeeext!

Passiamo al salone delle feste nuovo di zecca, scintillante, quattro anni a lavorar con la soprintendenza nazionale, per il recupero storico di questo bel gioiellino d’altri tempi. Poi ci sta pure il catering, ci mancherebbe altro, del resto costa uguale al ristorante testè raccontato, non mi offrono nulla, nonostante siano le ore 13, in compenso la proprietaria è una dea del globo terracqueo. Capello folto e arruffato fino alla schiena, si muove come fosse a casa sua (e lo è, perbacco!), umile e gentile, mi convince come una bambina davanti alla bancarella delle caramelle. E non saranno i 10 parcheggi inclusi, lo scalone presidenziale, il monitor che scende giù, il soffitto stuccato e i bagni minimal, che mi fanno annuire e chiedere: dove si firma, darling?

What’s sfidante? (Managers, #1)

mango
Avere a che fare con brain trainer e motivatori di top manager incalliti, ti permette d’imparare che anche le parole sono importanti.

Non che non si sapesse, ma costoro sono fighi e allo stesso tempo senza speranza ai miei occhi disillusi.

Come con un radar, mi ritrovo a soppesare con malizia ogni presa per il culo di chi prova a vendermi fumo (N.d.r. io preferisco di gran lunga la Maria) a 2.500 euro al giorno.

Dicevo le parole. C’è tutto un linguaggio che strizza l’occhio alla lingua inglese e tiene conto che i pensieri negativi sono il male per cui sono vietatissimi dalla legge di questi brain trainer da strapazzo. Per esempio: il termine sfidante, che viene usato tipo salsa ketchup sugli hamburger, sulla pasta parecchio scotta e anche a colazione col caffè, solo un sottile strato sul pan carré per pulire il piatto sporco di uovo al padellino, scrambled per i più fichi, appunto.

Traduzione pedestre di challenger, indica ogni cosa e solo il fatto di poterla seminare come il seme il contadino, quando esce dalla bocca vuol sol dire: cazzo, sono uno dei vostri!

Ma andiamo con ordine (!). Workshop di una giornata intera di 8 ore 8 in cui il sopracitato brain trainer inneggia alla respirazione, al lavoro su di sè, che non è masturbatio ad libitum, ma meditazione pro attiva per generare business con l’anima.

A questo punto, se arriva il top top manager un pò scettico che vorrebbe essere sul campo da golf a cazzeggiare (visto che si sta parlando di sabato, e non giorni feriali) e si trova davanti tappetini da pilates: sarà una situazione un po’ troppo sfidante per lui? Eh sì!

Giacca e cravatta tatuati tipo seconda pelle, mocassini di struzzo, secondo te non soffre davanti al fatto che dovrebbe liberarsi di ogni cosa e iniziare a respirare forte nella posizione del fiore di loto? Tutto ciò è assai sfidante! Che poi vorrebbe dire: è una cazzata! Vuoi ucciderli tutti ‘sti top manager a XXX zeri di retribuzione annua lorda, piu i benefit, i buoni pasto e i premi di produttività tutta?

No, niente, piazziamo delle sedie, allestimento conferenza, così sono a loro agio e non ci mandano affanculo a giornata appena iniziata, che sempre di sabato si tratta e tu avevi programmato tutt’altro e invece ti tocca lavorà.

(To be continued, forse).

Ore 9: call conference (Managers, #0)


Iniziare la mattina, alle 9, con una call conference in inglese stretto, stretto parlato da un tedesco o uno svizzero tedesco che si mangia le parole e tu non capisci una beata fava, ma sei di fianco alla Ceo e oltre a sorridere e annuire ogni tanto, ti fanno pure una domanda e cazzo tu devi dire qualcosa, qualsiasi cosa per non sembrare completamente stupida? Yes, of course.

Perché, a volte, cogli almeno una parola, un significato, un termine che ti pare di riconoscere e punti tutto su quello, per interpretare, seppur lontanamente, il cuore di questa incomprensibile conversazione. Perché a noi il video funzionava, allo svizzero tedesco no, per cui manco leggere il labiale è una soluzione percorribile, Capitano! Siamo fottuti.

In queste situazioni cerco di mantenere una faccia intelligente, quasi arguta, di una che pensa, pensa, talmente pensa che non può neanche essere interrotta in questo pensiero invadente. Così non si sente l’enorme punto interrogativo che aleggia nel mio cervello e nel mio cuore. Di cosa sta parlandooooo? Sento l’eco dei miei pensieri. Anche fissare l’orchidea può servire, perché dà l’idea che si stia formando un pensiero che tra un po’ sarà esternato. Tra un po’, forse.

Per fortuna lo ST… (svizzero tedesco) è logorroico, la mia Ceo pure, per cui annuire sapientemente e gettare parole di circostanza a caso, in mezzo a loro, alla stanza, al monitor, nel corridoio, dalla finestra, non dovrebbe insospettirli più di tanto. C’è da dire a mia tenera discolpa che la situazione è una delle peggiori in cui puoi capitare, perché non vedere l’interlocutore, ma sentirlo con la linea disturbata (non era così disturbata, ma tant’è) e il fiato sul collo della magnifica mia Ceo, che tra l’altro adoro incondizionatamente, bellissima donna, di una classe innata e un’aura scintillante e tutte le piante di orchidee che mi fissano, io che sono rientrata dalla malattia, ora, che sono le 9 di mattina, praticamente l’alba ed io non capisco un acca.

Tempo fa temo che mi avrebbero chiesto un meeting report, il temutissimo riassuntino da terza elementare con i to do e i next step. Per fortuna ho superato quella fase da mo’, nessuno si aspetta che li faccia. È il fottuto vantaggio di essere il cliente. Ho fatto per 15 anni il fornitore, ora che sono dall’altra parte della barricata, raccolgo i frutti. Per cui chiudo brillantemente la call con un thanks a lot, We’re waiting for your proposal. Anche questa volta ce la siamo sfangata.