Chiuso per ferie (?)

 mango 
Cari fanz,

Come preannunciato in diversi post passati presenti e futuri, sono in partenza per terre lontane. Non so il Wi-Fi come sarà per cui visto che son parecchio cortese, non come il Cortese, ma comunque aspiro ad esserlo, vi faccio i migliori auguri di N. e vi omaggio una liberatoria seduta di spanking che fa benissimo, sia per gli attivi che per i passivi. 

È possibile che mi troviate tra le palle (di N.) tra due giorni, è anche possibile che ci risentiamo dopo la Befana. Non ne ho idea. Proverò a scrivere il diario segreto di una donna in rehab da internet, ma non sono sicura di riuscire ad evitare parolacce e blasfemie (Gintoki non mi giudicare, per l’amor di Dio). 

Dai pranzi annaffiati di Dolcetto per sopravvivere ai quattro parenti in croce che mi rimangono alle caipirosche di mango tra le chitarrine dei parenti il passo instabile è breve. Ed ecco svelato l’arcano di questo cazzo di nome che mi son data (e mi sciacquo la bocca con la cachaça), che fa venire in mente macedonie (Mela aiutami tu!) e oranghi (era l’arguto Avvocatolo che mi sognava parecchio pelosa?). Ysi aiutami tu!

Io che uso in maniera smodata ogni tipo di chat, posta elettronica, app, browser, maps, dire, fare, baciare, Lettera Zero e testamento mi ritroverò ‘nessun servizio’ sullo schermo in alto a sinistra. E saranno cazzi amari. Anche perché tutti a dire ‘quanto mi piacerebbe’, ‘io posso farne a meno’, però poi tra il dire e il fare ci sta il dito (medio). Io per prima dichiaro di non essere buona a sottrarmi alle tentazioni, io che adoro il buon D’Annunzio (Ali non mi son ancora fatta asportare una costola e tu?), e gli epicurei tutti. 

Indi, per cui, vi saluto, ciao, statemi bene, che il 2016 vi porti tanti doni e libagioni.

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Il secchio

 mango 
A casa ho un secchio pieno di sabbia.

Il secchio è una bacinella di plastica azzurra, consumata dal tempo e sformata dal calore delle torridi estati. Un manico si era rotto, ma l’ho riparato mettendoci una grossa vite, stretta ad un bullone.

La sabbia è fine, impalpabile, la presi durante un lungo viaggio. So che non si dovrebbe, che è eticamente scorretto e tutto il resto, ma l’ho fatto solo quella volta e poi mai più. Ho riempito un grosso sacchetto del supermercato e ho portato a casa la sabbia.

Tiro fuori il mio tesoro quando serve. Quando sono triste, affranta, scazzata, ho fatto un casino, non ho voglia, ho troppa voglia, apatica, incazzata, depressa. 

Prendo il secchio e infilo la testa, fino in fondo. E sto lì. Aspetto che i granelli mi entrino piano piano nelle orecchie, nel naso, tra i capelli e intanto trascorrono i minuti: con gli occhi chiusi passa il tempo. 

Così, a testa in giù, nel silenzio ovattato del secchio di sabbia, posso estraniarmi e pensare.  Ricordare di noi, dei tuoi sorrisi, delle tue mezze frasi, delle tue omissioni, delle mie, dei nostri silenzi, dei racconti, dei sogni, delle fantasie, tante, dei rumori, dei sapori, della fame, della sete, dei viaggi, dei ritorni.

Non posso piangere, nè ridere, per ovvie ragioni, ma il mio cervello cavalca le emozioni, si sofferma sui fatti, dosa le parole. E intanto la sabbia mi entra nei buchi, affluisce piano piano e mi separa dal mondo. 

È un metodo infallibile, meraviglioso, brevettato all’ufficio di depositi, certificato ed efficace. È meglio di yoga, meditazione, la migliore amica, la mamma, il lettino dell’analista, la canna.

Io e la sabbia, la mia pelle, i miei capelli, la sabbia, sassolini impalpabili, quasi polvere. 

Non saprei dirti quanto tempo ci sto, non ne ho idea, non ho l’orologio e comunque non riuscirei leggerlo. A volte è giusto il tempo di un tè, a volte sono ore.

E quando decido di tirarmi su, di spazzare via la sabbia, non è cambiato nulla, ma io sono come nuova.

La juta e il bambù 

 mango 
Non scherzi più, lo capisco dal tuo sguardo severo, da come muovi il corpo, dal respiro che si fa controllato, con un lieve sussulto. Basta poco per capire che hai cambiato atteggiamento. 

Muovi le mani con fermezza, mi immobilizzi le gambe e impugni le strisce intrecciate di juta, facendole passare sul mio corpo con trasporto e sapienza. Sento il rumore dello sfregamento, come le vele esposte al vento, quando andiamo in barca.

Ed io, quando capisco che stiamo entrando in questa dimensione, mi lascio andare completamente: chiudo gli occhi, abbandono le membra, rallento il respiro. 

Shhhh.

Mi prendi, mi strattoni, mi fai anche un pò male, mi pizzichi per sbaglio un pezzo di pelle, mi avvolgi, mi sposti facendo leva con le corde, mi ingabbi, mi spingi, mi schiacci. Io non ho più una volontà, sono in tua balìa, mi sono arresa da subito.

Non so mai cosa vuoi fare e questa insicurezza, per una così caparbia e sicura, mi eccita.

Mi stringi a te, un pò mi baci, un pò mi torturi, con tutti i sensi.

Sono costretta da questi sottili serpenti di juta, sento il tuo respiro che si fa rumoroso, mentre inverti la direzione della corda e quando sembra che tu abbia finito, impugni la canna di bambù e inizi a batterla per terra, sul pavimento di legno che sa di cera fusa. 

Tac tac tac.

Rimbomba l’eco per tutta la stanza ed io forse so cosa sta per succedere, almeno lo immagino. Da un momento all’altro mi colpirai, proprio quando avrò pensato che questa volta non lo farai più. 

Godi così ed io con te. 

Poi improvvisamente ti stufi, ti piazzi dietro di me e con la canna di bambù mi tocchi, mi frughi, mi respiri il collo. Sento il tuo naso tra i miei capelli, il calore del tuo alito sulle spalle e al tempo stesso il gelo del fusto, che muovi con intensità variabile, senza neanche guardare. Sai come dirigerlo. Sei come un maestro d’orchestra, con gli occhi chiusi segui una musica interiore e muovi la canna che pare una bacchetta.

E il gioco prosegue, un gioco consenziente, silenzioso e tutta la stanza è colma di parole d’amore.

About, versione avanzata

 mango 

Quando aprii il blog non ero preparata a redarre un About come si deve e ne postai uno fittizio, appena abbozzato. Ora non son più matura, anzi, ma ne ho scritto un altro, sempre inutile, ma più strutturato. 

Il fatto che io parli di sesso in maniera per alcuni spregiudicata, non significa che io stia cercando:

– un fidanzato oppure uno con cui scopare

– uno che mi disciplini 

– qualcuno da inculare

– qualcun@

Mi piace scribacchiare i post, mi piace molto la ricerca delle foto, mi piace interagire con le persone, questo sì. Per cui la mia posta del cuore è lì a disposizione e quando ricevo una mail attesa o inaspettata, mi batte sempre un po’ il cuore.

Spero di non sembrare supponente, perché mi dà molto fastidio leggerla negli altri. Non metto insieme le parole perché penso di essere una scrittrice, neanche lontanamente voglio scrivere un libro. Parlo di me e spesso del sesso, perché mi piace l’idea di sdoganare un ambito che troppo spesso è prerogativa del mondo maschile.

Mi piacciono le persone che:

– non hanno pregiudizi

– hanno un gran senso dell’umorismo 

– amano viaggiare 

– amano

– smemorate

– che non sbagliano i congiuntivi 

– che si sanno lasciare andare 

– che hanno pochissimi ma saldi tabù

– sono curiose 

– sanno mettersi in discussione 

– non si lamentano

– amano la propria mamma

– sono attratte dalla tecnologia 

– non smettono mai di studiare

– fanno pazzie (soprattutto per me).

Dei treni, aerei e ponti

  
Eh, niente, son di nuovo in treno. L’arrivo in stazione mi crea sempre dei problemi, un pò perché mi pare sempre di essere in ritardo, mentre invece sono in perfetto orario, un pò perché temo di sbagliare binario e invece di andare a Bologna mi ritrovo a Canicattì, come la bella Rossellas giorni fa citò.

È come quel sogno ricorrente in cui io cerco di comporre un numero di telefono sulla tastiera e sbaglio. Mi confondo sempre e lo ridigito  all’infinito, lo ripeto facendo attenzione a dirigere le dita sul tasto corretto, ma niente, non riesco a fare quella telefonata. Che vorrà dire tutto ciò?

Dire Straits questa volta, che il viaggio è più lungo e il compagno di fianco promette bene. Piacente uomo di mezza età, che non spiaccica una parola, completamente assorto nel suo mobile. Chissà se il mio Tumblr lo distoglierà dai suoi pensieri così assorti? Si è addormentato, niente giochetti, darling.

Fuori è buio pesto, nonostante siano le 7 di mattina. Che ci faccio su questo treno, in piena notte, con la borsa da finta manager e il tacco feticcio, seduta in questi odiosi salottini, che facilitano il dialogo, mentre io vorrei solo sedermi in fondo con la giacca a mò di coperta e appoggiare mollemente la mia testa sulla tua spalla, se solo fossi qui? Invece no, sei lontano e forse non mi stai neanche pensando, mannaia a te!

Che mi fa venire in mente quella volta in aereo, a lunga percorrenza in cui c’erano due ragazzi che passavano tutto il tempo nascosti sotto la coperta di cortesia infeltrita, che volentieri di sgamo ti porti a casa ed io pensavo o si stanno toccando impunemente oppure stanno per schiacciare il pulsante della bomba H.

Questa volta il viaggio è più lungo, non è solo Milano è addirittura Bologna, che solo ad ascoltare il suono della parola mentre la pronunci con quella bocca da leccare, ti vengono in mente tortellini col parmigiano e pane e mortadella, dove le donne son più disponibili e gli uomini marpioni fanno a pugni per mostrarti la retta via.

Non guardiamo nella stessa direzione, ma siamo qui, su questo ponte e c’è un’attrazione speciale e la luce, la luce è splendida. Te l’ho già detto che pretendo una sessione di spanking?

Amiche in sintonia


I pranzi con le colleghe sono sempre parecchio spassosi. Se si parla di sesso ancora di più. (Si parla sempre di sesso, alzi la mano chi non lo fa).

Ed io mi ritrovo sempre a far la vaga, perché in un modo o nell’altro sono sempre più maliziosa, diciamo così. Non perché io sia particolarmente avanti, semplicemente le amiche mie sono un pò indietro. Inesorabilmente indietro. Ahia.

Che se tu ci racconti che tua figlia nel bel mezzo della cena coi parenti, amici tutti, gioisce ad alta voce perché le è arrivato il pacchetto con il plug gioiello, io sorrido a denti stretti, contando mentalmente la mia collezione. Mentre le altre chiedono candide candide cos’è un plug? Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu ci narri scandalizzata della blogger che ha dichiarato sul suo sito di essere lesbica, che certe cose devono rimaner private ed io penso che ieri sera volevo mandare una email alla tipa lesbo chic che ama farsi sculacciare in pubblico, scovata sul portale sexi coppie o qualcosa del genere. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu mi dici che non scopi da due anni (2, two, uno, due), però sei fidanzata e il sesso non è importante. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu dichiari che ti sei innamorata dell’assessore all’ecologia e ci mostri il santino di un discreto manichino, occhio azzurro pesce lesso, perfetto per ficcargli i tacchi sulla schiena. Quindi, no, non va tutto bene!

E quando ti chiedono, ehi cara a te come va? Non puoi proprio rispondere, ecco, insomma, mi sono iscritta al corso intermedio di bondage, sto facendo la maratona di Swingtown e ho scritto agli autori per pregarli di fare la seconda stagione, giusto per farmi la bocca, e poi, ragazze, lo sapete che stasera c’è il Munch in centro città? Chi di voi è andato all’Olimpia? No, non puoi.

Per cui sorridi e chiedi: ordiniamo da mangiare?

Radio Quindinononvatutto bene! ABCD lettera, baciare, testamento.

Oh e niente, cari stronzomerdoni che mi seguite da mo, ho programmato circa due mesi fa questa fottutissima canzone che voglio condividere con voi, perché son generoso e soprattutto parecchio cortese.

Vabbè, e niente, sei mesi fa l’ho sentita e ora vi porgo la supercazzola… mi sono accattato il CD e anche voi sarete d’accordo che la canzone è ucronica il giusto.

Di tutta evidenza la scelta della foto. Enjoy it!

P.S. Chezliza ti deve piacere per forza!

È’ tempo di partire

mango
I cambiamenti, le novità mi urtano sempre. E’ così rassicurante la routine di tutti i giorni, ripetere tipo automa ogni 24 ore gli stessi movimenti, le stesse manie. Impugno il volante, apro il microonde per scaldare il caffelatte, checko la posta, ti cerco, ti chiamo, mi trucco, non mi pettino, alzo il volume, non passo col rosso, cerco di memorizzare che giorno è oggi, striscio il badge, ti bacio, compro il latte. In ordine sparso.

Quell’ordine che mi piace respirare, molto mentale, poco fisico. Prendo le chiavi, ripongo le chiavi, come la cera, sempre appese alla maniglia della porta. E quando per caso non le trovo più, ecco tutto crolla inesorabilmente, facendo un tonfo sul pavimento.

Avevo pensato, programmato, voluto pubblicare il post sulle corde, ma non sono dell’umore giusto. Questo è un repentino cambio di programma, una svolta, che non mi fa stare male, ma mi riempie la cassa toracica di aria. Come ieri che facevo un colloquio con una psicoterapeuta, potenzial fornitore, che mi parlava di aria fritta ed io, coi piedi per terra, la incalzavo dicendo fammi un esempio pratico. Che ho bisogno di toccare con mano. Che sono San Tommaso. Non mi fido, non ci credo.

E lei, allora si alza, passa dall’altra parte della mia scrivania, supera la barriera spazio temporale tra noi e mi sussurra siediti così, respira colà e intanto mi tocca il petto. E mi spiega ‘sta cosa del buttare fuori l’aria con la cassa toracica e poi con la pancia. Io non l’avevo mai capita. Giuro, nonostante i mille anni passati a fare pilates. E mi è venuto il batticuore, e poi invertendo, mi sono rilassata. Ma io non ne ho bisogno, le ho detto. Sono gli altri che sono stressati, io no. Il mio lavoro è far star bene gli altri.

Io mi calmo da sola, basta che mi isoli, tiro su la cerniera e… wow in trenta secondi ho fatto il vuoto. Terra bruciata intorno a me.

Ma questa volta migro anche io e questa è una buona notizia. Che alla fine quando gli altri partono e tu resti, ecco è questo che no, non va bene.

I tempi sono diversi, ma non sono mai abbastanza maturi. Che poi maturi che cosa vuol dire? Non so se l’hai notato, mi sto sforzando di non dire parolacce. E ci sto riuscendo. Che poi puoi crederci o no, ma nella vita non le dico mai. Nel mondo fuori è tutto diverso, bisogna essere coscenti, qui invece è tutto un sogno ed io posso chiudere gli occhi e immaginare quello che mi pare.