Sona e sono qui

Ci sono dei fatti che ti riportano a calci nel culo in posti in cui avevi deciso di non tornare più. O forse ci speravi o forse era una pausa. Ma tu cerchi di azzittire certe voci e un poco riesci. Ma poi sempre meno.

Sono successi dei fatti che mi hanno indotto a scrollare questa vergogna, questo pudore, anche paura e mi hanno scaraventato qui.

Due fatti in particolare, che non so neppure se voglio raccontare ora, potrei tenermeli per i prossimi post, in modo da avere un motivo per tornare, anche solo per soddisfare la curiosità, se in effetti ci fosse, dei pochissimi lettori a cui la parola m3mango fa venire in mente qualcosa.

Posso raccontare per ora, a piccole dosi come un drogato disintossicato che vuole tornare a farsi, il motivo di questo welcome back semi natalizio.

Fatti personali, non persone.

Il primo è stato un motivo sociale. Perché in effetti fin dall’inizio ho raccontato che questo blog era un servizio all’umanità di WordPress, forse anche per giustificare il sesso esplicito fine a se stesso, masturbazione per i più.

Bando alle ciance: ho provato il Sona e ho pensato che dovrebbe passarlo la mutua. Che sono geek, che sono un po’ nerd, che il Sona è una invenzione pazzesca che ti porta in lidi che a quarant’anni manco pensavo esistessero. Che il clitoride è potere e tutte noi dovremmo essere consapevoli di ciò.

Che è un regalo pazzesco e a Natale calza a pennello, altro che gioielli, pigiama felpato o stella di Natale screziata.

Che in solitudine o in compagnia come per magia ti fa conoscere lati nascosti. Che detto in parole poverissime ti fa squirtare di brutto. E non è poco. Vai a leggere i siti che ti spiegano passo passo come emettere lo schizzo e poi pensi Cristo Santo, non sarà questo che porterà alla parità dei sessi, ma almeno potrei tranquillamente fare la mia porca figura nei video di Tumblr che vedo solo in Wi-Fi per non rischiare di finire i giga della settimana.

Passiamo al secondo. Una serata tra sconosciuti, in una location stimolante, a vincere la mia timidezza e a fantasticare ‘io quello me lo farei’. Ascoltiamo un libro, mangiamo una pasta, ma io su quel divano concluderei la serata. Con la maestrina, con la pittrice, con l’uomo del sud, con lo scrittore, con il disegnatore. Ma magari ci torno con la postilla esplicitata: questi fatti non sono reali, non sono riconducibili a persone esistenti, che non è vero, ma tant’è.

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Facciamo un gioco

Lei (m3mango), Lui (wutternach)

Il locale è semplice, in un luogo semplice. La campagna, fuori città, una lunga strada semi deserta, l’ingresso illuminato con cura, senza strafare. Una trattoria, non qualunque, un posto per amatori. Pochi piatti ma curati, in ogni particolare. Mai affollata, soprattutto nei giorni feriali, ma mai vuota, come succede nei posti dove si mangia bene. La sala dove ci accomodiamo è piccola, una decina di tavoli in tutto. Quattro sono occupati, più il nostro. Un bicchiere di vino, nell’attesa.

Lui
“Sei molto sexy. Lo sei spesso, stasera in particolar modo.
Sai cosa? mi piace quando ti vesti così, quando usciamo e sei così attraente. Mi piace poterti guardare quando scendi dall’auto, quando cammini e posso osservare da vicino ogni tuo particolare, ogni particolare del tuo corpo. Mi piace il modo in cui lo metti in evidenza, senza esagerare. E sai cosa, in più? mi fermo ad osservarti, a immaginare guardandoti, i motivi per cui hai scelto quell’abbigliamento, perché so che quando scegli, pensi a quello che potrà accadere durante la serata. Penso che ti vesti per avere uno sguardo che ti desideri. Uno, il mio; ma non solo. Altri sguardi. Ti osservo quando esci con me e quando esci senza di me. Il piacere nel farlo è lo stesso, anzi. Anzi, forse guardarti seducente, uscire per una serata senza di me mi stimola l’immaginazione e di conseguenza il piacere.
Ora che sei con me ti guardo così, mi piaci. Mi ecciti”.
Lei
“Facciamo un gioco”, ti dico, “un gioco dei miei, quelli che ci mettono un po’ in imbarazzo, un po’ ci stuzzicano. Quelli che ci fanno anche un po’ male, ma poi ci permettono di andare a dormire abbracciati, per consolarci e leccarci le ferite. Che noi siam convinti di essere diversi da tutti, unici. Chissà se poi davvero è così. Guardati intorno, ci sono altri tavoli occupati: sono tutte coppie come noi, con gli stessi problemi e forse anche identici desideri. Scegline una. Quella che ti ispira di più. Quella che pensi di poter dominare. Quella che potrebbe starci al gioco. Quella con lui brutto e lei bellissima, o viceversa. Quella che sembra che la serata sia appena iniziata e forse proseguirà nel privè poco lontano da qui. Quella che frequenta i siti per scambisti, che si eccita a mostrarsi in telecamera, quella che si incastra perfettamente con noi. Ne hai la facoltà. E poi alzati da questa seggiola e vai a presentarti. Così su due piedi. ‘Vi dispiace se ci uniamo al vostro tavolo?’. Con un bel sorriso, potrebbero anche dirci di sì. Non essere reticente, dai. Ti adoro quando mi accontenti, anche se ti propongo una cazzata enorme, rischiosa, scomoda, faticosa, stupida. Mi piaci come appoggi il tovagliolo accanto al piatto, mi guardi, un po’ sbuffi, un po’ sei già eccitato. La serata potrebbe farsi interessante, oppure potresti tornare al tavolo, sconfitto, perché il gioco non è neppure iniziato”.
Lui
Lo sai che sbuffo perché detesto rompere le scatole a chi è venuto a mangiare per stare in tranquillità. Penso di poter passare per un rompicoglioni, e lo detesto. Ma sai, perché tu sai tutto di me, che quello sbuffare serve a coprire l’eccitazione evidente che mi dà la tua richiesta. Il tuo essere sfrontata, il tuo seguire l’istinto. Allora vado. Scelgo. Tento.
Quei due, al tavolo in fondo mi sembrano simili a noi, che non siamo simili a nessuno. Non tanto per l’aspetto, come potrebbe essere, ma per la serenità nei loro sguardi. Invento una scusa poco credibile “non ci siamo già incontrati noi?” per cominciare a parlare del ristorante, a chiedere da quanto lo frequentano, a dire la mia sul cibo, sull’arredamento. Cazzate, solo per poter dire uniamo i nostri tavoli, se non vi dispiace. Non gli dispiace, sono cordiali. Quaranta, forse quarantacinque, entrambi. Vestiti sportivi, casual, come si può definire meglio? Parlo, mi presento, ci presento. Disquisisco di città, di campagna, di coppie senza figli (simili, sì, chi lo avrebbe mai detto?). Ordino una bottiglia ulteriore, specificando che saranno ospiti. Stasera saranno ospiti. Chiedo, da quanto siano in coppia. Introduco. Parlo di noi, che lo siamo da un po’ ma che lasciamo che ciascuno di noi viva la sua vita, quando ne sente l’esigenza. Butto lì la frase fatta che lasciare l’altro libero solidifica il rapporto. L’importante è la condivisione delle sensazioni, la sincerità. Non l’esclusività. Condivisione, insisto. Verso da bere a lei, poco trucco, capelli sciolti, scuri. Sguardo sincero e vivo. Attraente. La immagino in altri contesti, mi attira. Verso da bere a lui, abbronzato, colori scuri, intensi. Meno loquace, ma ironico. Sta al gioco, su ogni argomento.
Ora tocca a te, al tuo gioco. Ora puoi cominciare il balletto della provocazione, quella sottile arte che mi fa venire il cazzo duro, non appena ne intravedo l’ombra nei tuoi occhi caldi. Fammi giocare, falli giocare. Potrebbe essere una buona serata.
Mi ecciti, con le tue idee. Devo solo seguirle, darti retta.
Prima che tu possa cominciare a giocare glielo chiedo, quasi d’improvviso: “domani sera siete impegnati? Potreste venire a cena da noi, se vi fa piacere”. Mi guardi, sorridi, annuisci con lo sguardo; lo vuoi.
Lei chiede solo un minuto per chiamare un’amica e disdire il mezzo impegno che aveva, lui ne sarebbe felice e si alza per andare in bagno. Siamo soli al tavolo, per qualche momento. Hai lo sguardo che trasuda eccitazione. Sei in quello stato che mi fa impazzire.
Sfiorandoti una coscia ti sussurro all’orecchio “gioca ora, come sai fare solo tu, stasera ti voglio scopare al pensiero di cosa sarà domani. Con le tue idee più perverse tra di noi”
Sorridi, mi fai cenno di sì. Bevi un sorso di vino, mi premi la mano sulla gamba. Quando rientrano al tavolo li guardi, poi guardi me. E mi lasci entrare in quello sguardo, pieno di amore e desiderio, pieno di sapore di sesso.

Lei
Eccoli rientrare, quasi contemporaneamente. “Ancora un po’ di vino?” La serata è giovane, l’atmosfera giocosa, piacevole la condivisione di pasti, risate, corpi. C’è sempre quel confine poco nitido in cui non sai mai se puoi oltrepassare, ma basta una battuta, uno sguardo, un leggero sfioramento per capire se c’è approvazione, concessione, sintonia. Il mio sguardo si rivolge a lei, se le due donne sono complici il più è fatto. Se sono disponibili a cedere il proprio uomo, c’è il via libera.
Gli uomini arrivano sempre dopo, le regine siamo noi. E lei mi guarda, sorride, è un po’ stupita, ma le piace essere stuzzicata. Parla di sé, risponde alle nostre domande, racconta aneddoti divertenti, cerca lo sguardo di lui, ogni tanto gli stringe la mano, qualche volta ci versa il vino nel bicchiere.
Concludiamo la serata e ci scambiamo i numeri di telefono.
“Hai scelto bene, amore. Cucini tu domani sera, vero?”

Tokyo Hotel


Gintoki, non c’entra molto, ma mi è venuto così. Grazie per l’ispirazione, mondo gatto!

Ho sognato di essere in hotel. Quei casermoni enormi, tante stanze, tanti bottoni in ascensore. Che schiacci un tasto e non sai dove ti trovi, non sempre c’è il cartello che indica il numero di piano e ti confondi. Sempre.

Quei pavimenti ovattati, moquette di buon livello, peluria alta e densa che ci si sprofonda. Una carezza piacevole alla pianta del piede, che ha lungo camminato e sopportato il peso delle mie ossa, della mia carne. È come un massaggio, un preludio al lasciarsi andare, completamente. Perché quando mi tocchi i piedi, inevitabilmente chiudo gli occhi e apro un po’ le gambe.

Ormai le chiavi elettroniche credo siano una burla. Una qualunque apre tutte le porte. Chi mi garantisce che siano sicure? Protette per cosa? Vorrei entrare dove più mi aggrada, scegliendo a caso, confondendo come faccio sempre, i numeri delle camere. Ho il 456, il 645, no il 234. Non ricordo. Non chiedermi di memorizzare un numero per 24 ore. Mi è davvero impossibile.

Entro a caso. È un labirinto questo e le porte sono tutte aperte al mio tocco. Poggiare le dita sul pomello e lentamente divaricare l’uscio. Mi accolgono la penombra e i tuoi sussurri. Forse mi stai aspettando? Non cerco chiari elementi riconoscibili, che so, un libro sul comodino, le ciabatte, accanto al letto, la felpa col cappuccio che ho comprato online. Respiro l’odore di camera d’hotel e vengo a te.

Ci sei tu, my dear, in canottiera e mutandine, nonostante faccia parecchio freddo. Sei distesa sul letto con gli occhi socchiusi, mi riconosci e mi chiedi se ho una mela da offrirti. Quei frutti rossi che trovi solo al supermercato bio, talmente finti e lucidi che ti chiedi se possono rimbalzare e rimanere intonsi.

Per non fare rumore mi avvicino al tuo orecchio, non resisto e invece di risponderti qualcosa, ti alito un soffio. Calore per te. Risposta giusta, mi prendi la mano e la posi su di te. Protette in questo luogo ovattato, sbocconcelliamo la mela.

Chissà se qualcun altro si aggiungerà?

Della bisessualità e altre seghe mentali 

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Leggevo un articolo dell’Internazionale di circa un mese fa che rifletteva sul fatto che sono anni che la società racconta alle donne che la strada giusta è un matrimonio eterosessuale e poi figliare. Non so se diceva proprio così, ma questo è il messaggio che ho colto. E non venirmi a dire di citare le fonti, che questa non è un’opera scientifica, ma un blog di seghe mentali.

Comunque, dicevo, io ho colto questo messaggio.

Ora, io non voglio scendere nei dettagli e raccontare troppo i fatti i miei, anche perché non è questo lo scopo di questo spazio, però sta cosa mi fa riflettere. Io che cerco di affrancarmi dagli stereotipi di genere, ecco, io per prima ho sentito la necessità di fare delle scelte, scelte di vita, mica cazzi, perché in qualche modo sentivo il peso e il giudizio della società. Ora non voglio scoprirmi lesbica a 40 anni, perché non lo sono e l’apparato maschile, ma chiamiamolo pure cazzo, mi piace assai, certo è che se non avessi subito l’influenza della società, eccetera eccetera, ecco come minimo avrei desiderato, diciamo 25 anni fa, fare esperienze con il mio stesso sesso. E forse come me, mille altre donne, chissà. Che a me sembra normale e palese questo discorso, mentre invece alle più magari no. Perché io cerco sempre di capire se davanti a me ci può essere una donna che condivida questo mio stesso desiderio e non la trovo mai. Tutte a dire, no grazie, con le donne no.

Allora i motivi possono essere tanti o forse semplicemente io non piaccio (ma mi pare impossibile, perbacco). Beh certo non è detto che uno, anzi una voglia giocare a nascondino con me, il gioco della bottiglia, indovina dov’è la coniglietta, ma alla fine credo che se avessimo più apertura mentale, le bisessuali (almeno dichiarate) sulla faccia della terra sarebbero il triplo e io non avrei tutta questa difficoltà a trovare un’amica che la pensi come me.

Ecco, non voglio sembrare quella che usa il blog per raccattare fica (ma vah!), questo era solo un pensiero semiserio di un periodo semiriflessivo.

L’incontro

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Mi hai detto che finalmente vi sareste incontrati. Ero contenta che tu avessi combinato proprio quando io ero fuori due giorni per lavoro.

Mi avevi mostrato le sue foto. Era bella. Due occhi così. Un sorriso meraviglioso. La trovavo decisamente sexi. Immaginavo il suo corpo, proseguimento di quegli scatti di viso, che chiamano selfie. Che io vengo sempre malissimo, mentre lei, lei era bella. Avevo visto altre foto che la ritraevano e avevo composto, nel puzzle della mia testa, un corpo armonioso e desiderabile. Forse non avevo visto solo lei, ma tante donne, tutte quelle con cui ti divertivi a chattare, parlare, scrivere, scambiare foto. Ed ora avevi deciso di incontrare una di queste.

Mi hai parlato di pausa pranzo, un ritrovo sfuggente in mezzo alla folla. Non vi eravate mai visti di persona. Almeno è quello che mi avevi raccontato tu. Chissà se era davvero così.

Oppure era solo una di una ennesima volta? Un’ora a disposizione, minuti contati, sessanta. Per appoggiare la tua mano su quelle cosce bianche. Per sfiorare il mento su quelle spalle scoperte. Per intrufolare le mani in mezzo a lievi pelurie rasate.

Con l’eccitazione che scorre lungo la schiena. Con me lontana. Con la possibilità di spostarsi inosservati a casa nostra. 24 ore di tempo. Un letto ampio, senza lenzuola inutili. Solo un telo teso per attorcigliarsi e sudare.

Con la mia approvazione. Con la mia eccitazione. Non voglio guardare, non voglio assistere. Voglio racconti succinti, appena accennati. L’odore estraneo sul mio cuscino, forse anche un capello abbandonato ai piedi del letto.

Com’è andata? Era brava? Si è inginocchiata come nella migliore tradizione di Tumblr? Oppure le piaceva comandare, afferrarti tra i capelli e spingerti forte in mezzo alle sue natiche, per far lavorare la tua lingua nel suo buco del culo? Come l’hai scopata?

Aspetta, aspetta.

Accendo un’altra sigaretta e mentre mi sussurri ancora qualche dettaglio, mi passo la mano sul seno e chiudo gli occhi.

 

Ripetizioni

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Le cose belle finiscono da sole.

Come neve al sole si sciolgono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Le cose belle finiscono da sole, che non c’è bisogno che ti sforzi, ti impegni, sbatti la testa, ti impunti, imponendoti di smettere. Un giorno ti svegli e ti chiedi come cazzo è possibile che avevi la testa solo lì.

Perché l’amore ti frega. Hai una visione distorta, diventi testardo, hai il paraocchi, come quei cavalli con lo sguardo triste che ti guardano e sembra che dicano: vorrei non essere qui. O almeno più qui.

Le cose belle finiscono da sole e te lo devi sempre ricordare, se fossi una tipa da tatuaggio saprei che farci di questa frase, scolpita nella mente e anche nel cuore.

Le cose belle finiscono da sole. Non ti annoiare, ti prego, chissà se ha senso la mia ripetizione ossessiva e al tempo stesso la mia preghiera. Forse niente ha senso e ci son giganti che abitano ‘sto microscopico mondo e noi siam formiche nell’universo tutto.

Le cose belle finiscono da sole e tu ti volti e non trovi più nulla. Avevo creduto in qualcosa che non aveva senso, ma in quel momento ti pareva la scelta più razionale e ponderata della tua vita. La descrizione di un attimo.

Che se mi chiedi la canzone del momento, ti dico ‘Vorrei ma non posto’ e tutto il resto scorre, come acqua fresca sotto i ponti.

E mi ritrovo a scegliere una collana di fiori variopinti di evidente origine sintetica e prepararmi per la parata del gay pride. Perché è importate esserci, perché i diritti sono di tutti, perché credo davvero che il mondo possa cambiare. E basta un po’ di musica, i sorrisi spontanei, il desiderio di condividere con gli altri lo stesso ideale, la medesima maglietta prestampata che recita “Il domani ci appartiene”, la presenza dei bambini, la mia coroncina di fiori tra i capelli, il sindaco, l’opposizione e la banda comunale per essere certi che forse davvero il mondo sta cambiando e noi ci siamo dentro e se le cose belle finiscono da sole, altre ne nasceranno. Stanne cert@. [un minuto di silenzio per la strage di Orlando]

Posta del cuore

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Leggevo ieri Scrittore5-5 che parlava di una mail ricevuta. Ora non trovo più il post, forse l’ha cancellato, ma non è questo il punto. Volevo parlare della Posta del cuore.

Ho passato l’adolescenza e anche oltre a scrivere bigliettini, lettere, cartoline. Ho scatole di scarpe piene, ne ho anche bruciati, in maniera plateale, in mezzo ai campi, con l’accendino, per sancire la fine di un mondo. Mi piace mettere in scena spettacoli solitari, in cui sono la regista e l’unico spettatore. Lettere d’amore, bigliettini tra compagne, pen friend, disegnini, pensieri, scarabocchi. Ho persino inventato un alfabeto per scrivere al mio primo fidanzato che abitava a 1.200 km di distanza e per risparmiare usavamo le cartoline, che il francobollo costava meno, ma non volevamo che ci leggessero altri. Chissà che razza di minchiate ci scrivevamo. Mi sembrava una cosa così ardita: aveva 7 anni in più di me, faceva il sagrestano e cantava e suonava da dio. Gli elementi giusti per una solida relazione a distanza, 14 anni e le idee chiare, mon dieu. Non racconterò la mia prima volta in un trullo, perché la prima volta non vuol dire nulla. In genere è l’ultima la migliore. E meno male, sennò avrei smesso da mo’.

Poi, dicevo, avevo una cassetta delle lettere condivisa con la mia vicina di casa, nascosta in mezzo a un cespuglio. Imbucavamo pezzi di carta pieni di cuoricini e racconti della nostra vita di ragazzine curiose.

Tutto ‘sto preambolo per dire che l’attesa e la scoperta di trovare qualcosa per me, da leggere e assaporare mi sono sempre piaciute molto. Anche per te è così?

Ogni tanto qualcuno mi scrive sulla Posta del cuore e devo dire che sono stati messaggi sempre piacevoli, a volte molto diretti, a volte meno. L’altro giorno qualcuno mi ha scritto che dentro di me ho tante anime che a volte fanno a pugni. Ci sono frasi che son sassi, sopratutto dette da sconosciuti. Non importa che mi conoscano solo dal blog, su cui c’è una fettina di me, anche parecchio piccola, a dire il vero. Tutto ciò mi fa ri-flettere. Questo è solo un esempio, potrei farne altri. Il commento di Mela di ieri mi ha descritta perfettamente.

A volte penso che dovrei scrivere solo per me e non pubblicare nulla, ma alla fine il confronto con gli altri è il sale della vita. E pure lo zucchero.

Babylon City 


Non ricordo quanto è grosso quel letto, forse due piazze accostate, anche tre, di quelle spettacolari, circondate dai portici, dalla fila ordinata degli alberi che fioriscono in primavera e tu ti volti per catturarne il profumo. Poi intorno  i divanetti, forse per sedersi, appoggiarsi, rilassarsi, come quando ti accomodi per aspettare il tuo turno dal dentista, o per andarti a confessare. Per dire cosa? Sensi unici, doppi, semafori rossi, via libera, incroci, incastri, controviali, contromano, controsenso, in cui non sai mai chi ha la precedenza, favoriamo la circolazione: la massa siamo noi.

È parecchio buio, è difficile aggiungere particolari, tipo il colore della carta da parati, le facce delle persone, l’inesistenza delle finestre, il suono ovattato dei nostri respiri, gli abiti succinti, i petti villosi che sbucano dalle camicie semiaperte e le cinte penzolanti, come code di cane, volpe, attaccate ai plug metallici. Forse vogliono risparmiare sui lampioni?

Sembra un labirinto: le stanze, le scale, le tende, i bagni, la macchinetta dei goldoni e delle cicche. Passo sicuro il mio, nonostante i tacchi alti e sottili, sguardo fiero, decoltè sfacciatamente in mostra. Non sono preparata a tutto ciò, non ho decisamente l’abbigliamento adatto. Vorrei indossare quei vestitini succinti con la cerniera spavalda e la zip che ammicca, ciondola, come se chiamasse a raccolta le dita sottili e precise di tutti quei corpi arrapati.

Tu non mi dai la mano, mi appoggi il braccio lungo la schiena, mi sento protetta. Ti seguirei anche in capo al mondo così. L’esame della patente l’ho sostenuto diversi anni fa, ho studiato il codice della strada, lo conosco a memoria: ogni accensione del motore, una ruga in più.

Guidami le mani sulle cosce delle femmine vicine, accostami ai fianchi di questi maschi allupati, tu dirigi il traffico ed io eseguo alla lettera ogni tuo singolo cenno, movimento, sguardo. Sono pronta a tutto, pur di compiacerti e lo so, oh se lo so, tu mi controlli e mi spii e al tempo stesso stai vagliando tra la folla in circolazione chi vuoi fare tua, mentre ho le fessure occupate, gli occhi chiusi, le spalle inarcate.

Questo è un nostro gioco e alla fine usciremo da qui insieme, mano nella mano, che la strada è ancora lunga e il viaggio è appena iniziato.

Tutti a scuola

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Basta! E’ davvero ora di dare una svolta alla mia vita, così non può continuare: è arrivato il momento di prendere seriamente in considerazione il fatto che devo tornare sui banchi di scuola. Capisco che non sia facile alla mia età riprendere in mano carta e penna e calamaio, ma quando è troppo, è troppo.
Non si può sempre improvvisare, far finta di essere dei veterani e non esserlo: gli altri se ne accorgono, lo capiscono benissimo, a volte sei impacciato, a volte tentenni, sbagli i tempi, sei troppo precipitoso, oppure aspetti troppo e dopo un po’, inevitabilmente, decidono di rivolgersi a qualcun altro, più esperto, professionale, capace: ti mollano lì, con tutta la tua voglia repressa e la tua buona volontà andata a puttane.
Perché ogni dettaglio è importante: il suono, i tempi, l’attesa, il respiro, lo sputo, il dolore, il rossore, la posizione della mano, la schiena inarcata, i fianchi, gli strumenti di lavoro e qui si apre un nuovo mondo, la selezione accurata, la preparazione, le forme, i colori, i materiali, come dosi la forza della mano, l’inclinazione, la precisione.
Basta un colpo dato male e in un istante rischi di rovinare tutto: spezzi l’atmosfera, distrai, innervosisci, fai perdere l’eccitazione, annoi o addirittura provochi dolore. No, no, così non va proprio!
Lo sappiamo tutti: sono i particolari che fanno la differenza ed io voglio essere brava, efficace, competente.
Voglio l’attestato da incorniciare e appendere sopra il letto, firmato e vidimato che dimostri senza ombra di dubbio, nero su bianco che ho studiato alacremente!
Ho deciso quindi di iscrivermi e frequentare una scuola specializzata, con tutta la dovizia e l’impegno necessario, voglio seguire le lezioni di teoria: anatomia, medicina, psicologia, fisica, acustica, chimica e poi mi concentro sulla parte pratica e di approfondimento: devo fare esercizio, tanto esercizio, su corpi diversi, fisicamente differenti, anche con sessioni di gruppo, per essere sempre in grado di gestire ogni tipo di situazione, dalla più basica alla più complessa e articolata.
Da lunedì, perché si inizia sempre tutto di lunedì, con la mente fresca e riposata, mi iscrivo alla scuola svizzera di spanking!

Aveva 50 anni

  
Aveva circa 50 anni, non sono mai stata brava a capire l’età delle persone. Non era particolarmente curata, anzi, ma il suo ruolo non lo richiedeva per nulla, per cui molto spesso si presentava in tuta, con un cappello di lana in testa che teneva anche in casa, le t-shirt rammendate, i capelli con la ricrescita, niente monili e anche un accenno di puzza di aglio. Era forte e muscolosa, l’esercizio fisico che faceva ogni giorno, le aveva modificato il corpo. Aveva gli occhi azzurri e un viso che faceva intuire la provenienza slava.

Lavorava per me da tempo immemore, aiutandomi a gestire la mia grande e impegnativa casa, su due piani, col terrazzo, le scale, il tetto, i bagni, la cucina con l’isola, la cabina armadi, il sottotetto. Era molto brava, attenta, premurosa. Era una di famiglia, qualcuno di cui potersi completamente fidare.

Quel pomeriggio ci trovammo a fare due parole nella mia camera da letto, tra una trapunta in mano e uno stendino fitto, fitto di robe appese. Io non ricordo esattamente di cosa stessimo parlando, ho la mente offuscata, ho i ricordi che si sovrappongono e mi ingannano. So solo che con un gesto semplice, rapido, sconvolgente, si alzò la felpa per mostrami di non portare il reggiseno.

Rimasi di sasso. Ero lì, nella mia casa, ad osservare attonita quel seno bellissimo, che attento mi scrutava roseo. Un pezzo di carne mai neanche lontanamente desiderato, che all’improvviso mi puntava fiero.

Senza una parola ci guardammo, perdendoci nei nostri occhi azzurri. Se avessi volto lo sguardo altrove, sarei stata certa che i fatti successivi sarebbero stati diversi. Ma io ero lì, che la osservavo e con quel gesto acconsentivo. Dicevo sì alle sue mani, alla sua bocca, alla lingua bagnata che mi percorreva le cosce, che io aprivo, divaricavo, come se non avessi aspettato altro negli ultimi quarant’anni.

Non ricordo quanto tempo impiegammo per considerarci soddisfatte, ma una cosa era certa: non vedevo l’ora che arrivasse domani.