Il gioco del Memory

  
Non so se è una cosa buona, a volte credo di sì. La mia memoria fa acqua da tutte le parti, come un colabrodo abbandonato nella casa in campagna, dove ti stai trasferendo e dove m’immagino ci siano posate spaiate, piatti sbeccati, bicchieri della Nutella riciclati, tovaglie a quadretti con le macchie di vino che non vanno più via. Mi sbaglio forse? E tu che devi lavare i piatti a mano, perché non c’è la lavastoviglie. Che poi a me piace lavarli, mi rilassa. Come stendere i panni, le robe, sulla staccionata, con le pinze arrugginite di legno consunto. Che si asciugano in massimo un’ora e poi li ritiri, senza stirare, per carità, stirare è il male assoluto.

La casa in campagna, con i fichi distesi a seccare, i pomodorini appesi e le bottiglie di amarene, da condirci l’acqua ghiacciata. Ci ho passato le estati, sempre in bilico, con la voglia di scappare, con la voglia di sparire nell’orto, diventare trasparente e ascoltare di nascosto la musica appalla dei vicini di casa.

La memoria, dicevo, mi sta abbandonando e non servono i bigliettini, i promemoria, i calendar e gli Evernote. È tutto inutile, perché io dimentico che ore sono, perdo la strada, sbaglio giorno, confondo i nomi, non trovo la lista della spesa, non riconosco le voci. Solo la tua mi è nota e quando la sento mi sciolgo, mi liquefaccio come neve al sole. 

Ci sono dei fatti, nudi e credi, che ricordo fumosi e non riesco a collocare nella parallela spazio-temporale del mio cervello stanco. Ci sono cicatrici indelebili che testimoniano storie lontane, che mi hanno segnato e ora sono lontani ricordi. È come, è come giocare a memory, e ogni volta dimenticare a chi tocca, anzi, no a domino, a scopa, a poker, a strip poker, ma senza poter memorizzare mai le mosse passate. Per cui alla fine non ti diverti più, perché perdi sempre. Anzi, vinci, a volte, ma solo per caso. Perche i dilettanti vincono sempre, ma solo la prima volta.

Però dimenticare aiuta a guarire, e questo è un bene, perché puoi osservare il mondo dall’alto. Come quando, come quando mi metto i guanti lucidi neri, fino al gomito, che adoro e mi fanno sentire mistress, con quei tacchi instabili e afferro il gatto e tu mi aspetti a novanta fremente. E mi scrivi quelle mail soavi che non ti aspetti e lasciano intendere disponibilità a volermi scoprire, assaggiare, assaporare tutta.

E allora io, anche se non ricordo più quasi nulla, posso lasciarmi andare ed addormentarmi, malinconica.

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