Riassunto delle puntate precedenti


Cosa mi è successo durante le ultime due o tre o quattro settimane?

Sono stata convinta per due ore di aver di nuovo perso la patente (ho iniziato fortemente a dubitare della mia sanità mentale, anche santità, ma questa è un’altra storia), sono stata due volte a Roma (tanto love!), ho visto ‘La pazza gioia’ (e ho amato le protagoniste e anche pianto un poco, alla fine), ho vinto un viaggio per New York (questo merita un capitolo a parte, tipo nella categoria: botte di culo a manetta), ho imparato a frenare coi rollerblade in almeno tre modi diversi (spazzaneve, a t e un altro modo di cui non ricordo il nome), ho conosciuto di persona Rachel Gazometro (deliziosa, mi ha rifocillata e coccolata), ho scoperto che Kalosf per un pò stacca (ciao Sandro!), che non esistono donne singole per giochi di gruppo (plausibile, ma che sfiga), che alle macchinette in ufficio c’è anche la fantastica accoppiata cracker e parmigiano (leggi sogni proibiti), che il massimo della perversione è ordinare da asporto gli gnocchi di riso cinesi (mille calorie spese bene, bilanciate poi da giorni di insalata scondita mangiata senza posate), che al lavoro hanno deciso che si viaggia tutti in prima (schifo ai soldi, viva le poltrone di pelle e le patatine servite), che se sbagli a salire sul Frecciarossa e prendi il treno prima è un vero casino, vita vissuta docet.

Allora, vediamo un po’, riprendendo i fatti più eclatanti  che mi sono successi, ti posso dire che un giovedì sera la mia capa mi ha chiesto se potevo partecipare ad un roadshow di una nota compagnia aerea, perché lei non poteva andare. A me che piace intrufolarmi agli eventi non dispiaceva proprio sostituirla. Era una presentazione dei servizi business, il tipo che parlava era molto bravo, ma certo rimanere fino alla fine era impresa ardua, manco il catering cinque stelle in chiusura. Ma questi geni del marketing si sono inventati di raccogliere all’ingresso i biglietti da visita e poi estrarne uno, alla fine ovviamente, mettendo in palio un ambitissimo viaggio Milano New York, che udite udite, ho vinto io. Sbam!

E poi ho conosciuto di persona la deliziosa Rachel, con cui ho fatto colazione in centro a Roma. Bellissimo incontro, spero di rivederti presto!

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Babylon City 


Non ricordo quanto è grosso quel letto, forse due piazze accostate, anche tre, di quelle spettacolari, circondate dai portici, dalla fila ordinata degli alberi che fioriscono in primavera e tu ti volti per catturarne il profumo. Poi intorno  i divanetti, forse per sedersi, appoggiarsi, rilassarsi, come quando ti accomodi per aspettare il tuo turno dal dentista, o per andarti a confessare. Per dire cosa? Sensi unici, doppi, semafori rossi, via libera, incroci, incastri, controviali, contromano, controsenso, in cui non sai mai chi ha la precedenza, favoriamo la circolazione: la massa siamo noi.

È parecchio buio, è difficile aggiungere particolari, tipo il colore della carta da parati, le facce delle persone, l’inesistenza delle finestre, il suono ovattato dei nostri respiri, gli abiti succinti, i petti villosi che sbucano dalle camicie semiaperte e le cinte penzolanti, come code di cane, volpe, attaccate ai plug metallici. Forse vogliono risparmiare sui lampioni?

Sembra un labirinto: le stanze, le scale, le tende, i bagni, la macchinetta dei goldoni e delle cicche. Passo sicuro il mio, nonostante i tacchi alti e sottili, sguardo fiero, decoltè sfacciatamente in mostra. Non sono preparata a tutto ciò, non ho decisamente l’abbigliamento adatto. Vorrei indossare quei vestitini succinti con la cerniera spavalda e la zip che ammicca, ciondola, come se chiamasse a raccolta le dita sottili e precise di tutti quei corpi arrapati.

Tu non mi dai la mano, mi appoggi il braccio lungo la schiena, mi sento protetta. Ti seguirei anche in capo al mondo così. L’esame della patente l’ho sostenuto diversi anni fa, ho studiato il codice della strada, lo conosco a memoria: ogni accensione del motore, una ruga in più.

Guidami le mani sulle cosce delle femmine vicine, accostami ai fianchi di questi maschi allupati, tu dirigi il traffico ed io eseguo alla lettera ogni tuo singolo cenno, movimento, sguardo. Sono pronta a tutto, pur di compiacerti e lo so, oh se lo so, tu mi controlli e mi spii e al tempo stesso stai vagliando tra la folla in circolazione chi vuoi fare tua, mentre ho le fessure occupate, gli occhi chiusi, le spalle inarcate.

Questo è un nostro gioco e alla fine usciremo da qui insieme, mano nella mano, che la strada è ancora lunga e il viaggio è appena iniziato.

Come una tela

Non ci avevo mai pensato. Davvero. Come quando sei lì che ogni sera fai una pennellata su una tela, al buio, e poi dopo un mese accendi la luce e scopri un disegno. Baffo dopo baffo, nero su bianco si compone qualcosa che ha senso. Riconoscibile. Però devi accendere la luce. Fare un passo indietro. E poi apprezzare.

Ho realizzato di vivere di manie totalizzanti e assolute che durano manciate di giorni, mesi, anni. Iniziano senza un motivo. Diventano ossessive. Muoiono improvvisamente. Il giorno in cui decido che mi hanno nauseato, stufato, consumato.

La mia vita è una ondata di manie cicliche monotematiche che nascono, vivono, collassano, vengono sepolte senza lacrime, sotto terra e infine dimenticate.

Strano per una che pensa di essere razionale e coi piedi per terra. Curioso che non l’abbia mai notato. Mi è stato detto da qualcuno che mi conosce bene. Ed è stata una rivelazione, una cazzo di epifania che Freud manco a Natale. Una pietra scagliata al mio finestrino, che mi ha svegliato temporaneamente dal torpore, mentre sono in viaggio su questo treno a vapore.

Poi mi sono seduta e ho cercato di ricordare a ritroso che cosa mi aveva assorbito per giorni. Come lo scottex con la frittura di pesce. Che non la faccio mai. Perché non la digerisco. Perché odio l’unto sul gas. Avevo visto che la suocera di mia sorella ricopriva il piano di cottura con la carta stagnola. L’avevo considerata una pura genialità. Ma l’alluminio è caro e quello è uno spreco inconcepibile per me, per cui non ho mai neppure provato.

E sai di cosa sto parlando? Di cose assurde, che mi chiedo come mi abbiano catalizzato per ore e ore: Pet Society, Battle Solitaire, Wordon, Bloglovin, Facebook, Instagram, WordPress. Ma non solo. Si, l’ultima è proprio WP, per cui se un giorno non mi vedrai più, ecco, qui ti spiego come funziona il mio cervello. Che assomiglia molto a quello di mio padre. Ed io che pensavo di essere diversa, mentre più invecchio, più tendo a specchiarmi nello stesso riflesso.

La casa degli specchi

Siamo partiti precisini, scegliendo un tema, abbiamo messo insieme le idee, chiuso gli occhi e immaginato, lasciandoci condurre dalle sensazioni e dall’improvvisazione.
Le parole sono uscite da sole e ci sono piaciute. Bella lì, Zeus!

Avevo una passione per la casa degli specchi, era l’unica giostra che davvero mi attirava. Ero in Inghilterra, in una città dimenticata da dio, sul mare, col vento e i giubbotti pesanti, anche se era luglio inoltrato.
Vagabondavo con la mia amica, assieme alla quale saltavo le attività sportive del pomeriggio, giusto squash ogni tanto, per andare a bighellonare tra le macchinette mangia soldi sputa peluche, solo un coin, e quelle finte chiese, in cui si ritrovavano nullafacenti dediti al grande gioco del bingo.
Poi, ci si toglieva le scarpe e si andava sulla spiaggia, si camminava, si percorrevano chilometri, che la marea era bassa e i calzoni arrotolati fino alle ginocchia ci dava un’aria di ragazzine in un vecchio film francese.
La casa degli specchi, dicevo, un po’ mi impauriva, un po’ mi attirava, quel senso di abbandono, un labirinto mitigato, in cui perdersi, tra le immagini riflesse e deformate di noi due. Volevamo lasciarci andare e scoprire, nero su bianco, i difetti ingigantiti, con cui giocare, ridere, catturando la migliore immagine di noi stesse.

Me l’avessero detto prima, quando ero giovane, che il mio destino sarebbe stato quello di essere infelice in un mondo in cui tutti devono essere felici, probabilmente avrei scelto di non vivere. Anche se questa non è, in effetti, una mia decisione. Maledette cellule.
Invece eccomi qua, seduto su uno scranno di legno chiaro, con un dolore intercostale mentre guardo la gente far svanire i propri pensieri dentro pacchi enormi di pop-corn, caramello caldo e jingle ossessivi. Chi vince, chi perde? In effetti, in questo carosello, vincere o perdere è indifferente. L’importante è continuare a girare, tuffarsi dentro e riemergere con la speranza di avere, fra le dita tremanti, il doblone d’oro.
Come quelle due ragazze che ho visto arrivare, annusandone i contorni inquietanti, verso questo paradiso di silice.
Chi sono io? Cosa offro?
Io offro spavento. Io offro terrore. Regalo insicurezza. A solo pochi cent.
Perché non accettare? La mia mano non inganna… ma possiamo dire la stessa cosa della vostra mente?

Chissà se volevamo davvero inoltrarci, approfondire, toccare con mano e pure lasciarci turlupinare da questo incantatore magico. Che offre caramelle alle sconosciute come noi, con fare intrigante, che indossa un costume, una maschera e quando si specchia vede solo un’immagine fumosa di se stesso, quello che vorrebbe essere e al tempo stesso fugge, di continuo.
Ma forti del fatto di essere in due, affiatate, giovani e sicure ci avviciniamo a questo oscuro personaggio. Che saranno mai due caramelle? Forse è solo gentile, forse ci vuol rubare l’anima e la nostra immagine.
Ma tanto tra poco è ora di andare, si salta sul pullman e si ritorna a casa: ci aspetta fish and chips, conditi con aceto trasparente. E nella quiete di queste case di cartone, tutte scale e moquette, chissà se ripenseremo all’inquietudine della casa degli specchi e i sinistri abitanti?

Big data, partecipo anche ai convegni seri


Oltre a scrivere minchiate porno soft, pezzi di vita in chiave delirante e altre cose del genere, sono una assidua geek della penultima ora, anche terzultima per via dell’età. 
Non volevo farci un post, perchè credo che i blog tematici siano più performanti, più sul pezzo, più rassicuranti, più fidelizzanti, più, ma ho seguito un convegno sui Big Data e presa dall’entusiasmo per quel mondo lì, ho provato a riassumere in poche parole cosa mi ha colpito. Non voglio essere esaustiva, ordinata, contenuta, metto giù solo due appunti su un tema che trovo molto affascinante, a cui non ha senso opporsi, anzi è importante conoscere e sfruttare per vivere meglio, IMO.
Eh, si, anche la sottoscritta riesce a non parlare solo di fiche e culi, incredibile a dirsi. Ora che ho scritto una premessa quasi più lunga dei miei < 400 caratteri a disposizione posso autocensurarmi. Bang!

La rivoluzione dei social data

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.» (Morpheus a Neo)

Ogni giorno creiamo e condividiamo sempre più consapevolmente una grande varietà di dati sulle nostre transazioni, relazioni, interessi, intenzioni, ubicazioni e altro ancora.

Sempre più compagnie usano sensori, social media e big data per prevedere le nostre scelte. E noi, a nostra volta, condividiamo sempre più dati, quantitativi e qualitativi, per ricevere in cambio la possibilità di prendere decisioni migliori. Qualche esempio.

UBER
Non è una società che fa concorrenza ai taxi. E’ una azienda che gestisce dati, come Google. Tu usi l’app di Uber e non hai bisogno di dire nulla di te, sanno già tutto: chi sei, come paghi, dove ti trovi. Devi solo dire dove vuoi andare: l’unica informazione che ti chiedono ogni volta e poi arriva il servizio.

AMAZON
Ci sono due servizi incredibili che ha inventato Amazon:
– suggerire all’acquirente se sta comprando un libro già preso.
Caspita! E immagino che a qualcuno verrebbe da dire, ma no, non ricordiamoglielo, così compra due volte! Invece Amazon lo fa, per mille motivi di fedelizzazione nei confronti del consumatore.
– dare la possibilità a chi ha comprato di suggerire in prima persona, agli amici gli acquisti fatti.
Perchè c’è una bella differenza se è Amazon che mi suggerisce un libro o il mio amico che sa i miei gusti. Maghi del marketing, chapeau!

Ore 9: call conference (Managers, #0)


Iniziare la mattina, alle 9, con una call conference in inglese stretto, stretto parlato da un tedesco o uno svizzero tedesco che si mangia le parole e tu non capisci una beata fava, ma sei di fianco alla Ceo e oltre a sorridere e annuire ogni tanto, ti fanno pure una domanda e cazzo tu devi dire qualcosa, qualsiasi cosa per non sembrare completamente stupida? Yes, of course.

Perché, a volte, cogli almeno una parola, un significato, un termine che ti pare di riconoscere e punti tutto su quello, per interpretare, seppur lontanamente, il cuore di questa incomprensibile conversazione. Perché a noi il video funzionava, allo svizzero tedesco no, per cui manco leggere il labiale è una soluzione percorribile, Capitano! Siamo fottuti.

In queste situazioni cerco di mantenere una faccia intelligente, quasi arguta, di una che pensa, pensa, talmente pensa che non può neanche essere interrotta in questo pensiero invadente. Così non si sente l’enorme punto interrogativo che aleggia nel mio cervello e nel mio cuore. Di cosa sta parlandooooo? Sento l’eco dei miei pensieri. Anche fissare l’orchidea può servire, perché dà l’idea che si stia formando un pensiero che tra un po’ sarà esternato. Tra un po’, forse.

Per fortuna lo ST… (svizzero tedesco) è logorroico, la mia Ceo pure, per cui annuire sapientemente e gettare parole di circostanza a caso, in mezzo a loro, alla stanza, al monitor, nel corridoio, dalla finestra, non dovrebbe insospettirli più di tanto. C’è da dire a mia tenera discolpa che la situazione è una delle peggiori in cui puoi capitare, perché non vedere l’interlocutore, ma sentirlo con la linea disturbata (non era così disturbata, ma tant’è) e il fiato sul collo della magnifica mia Ceo, che tra l’altro adoro incondizionatamente, bellissima donna, di una classe innata e un’aura scintillante e tutte le piante di orchidee che mi fissano, io che sono rientrata dalla malattia, ora, che sono le 9 di mattina, praticamente l’alba ed io non capisco un acca.

Tempo fa temo che mi avrebbero chiesto un meeting report, il temutissimo riassuntino da terza elementare con i to do e i next step. Per fortuna ho superato quella fase da mo’, nessuno si aspetta che li faccia. È il fottuto vantaggio di essere il cliente. Ho fatto per 15 anni il fornitore, ora che sono dall’altra parte della barricata, raccolgo i frutti. Per cui chiudo brillantemente la call con un thanks a lot, We’re waiting for your proposal. Anche questa volta ce la siamo sfangata.

Acronimi amorosi

mango

A
mami, solo questo mi interessa, anche se non scopi solo con me, anzi proprio per questo motivo. Non sono gelosa, no, aspetta, lo sono, ma le imposizioni non servono a nulla, anzi, proibire è il primo passo per trasgredire. L’importante è tu corra da me, ogni volta.

Montami, come piace a me, da dietro, mentre le tue dita sfregano ed io trattengo il respiro e ti dico continua e il muro, a sua volta, sfrega sulla nostra pelle e i vicini sono costretti a tapparsi le orecchie, perché siamo sfacciatamente molesti.

Osiamo insieme. Voglio giocare con te, bendami, imboccami, leccami, odorami, 69 passaggi di te e di me, 69 di incastri e nascondini.

Resisti, resisti. Resisti? Mi resisti anche con questa lingerie di pizzo nero, le autoreggenti e il tacco che mi hai specificatamente chiesto, come la comanda che ritira il ragazzetto al ristorante? Che siamo seduti, uno accanto all’altro ed io vorrei scivolare sotto il tavolo e cercarti nel buio?

Eccomi, sono qui solo per te: ti voglio infilare la mano attraverso la camicia color latte e tastare i tuoi morbidi peli neri.

Mostrami cosa ti piace: le mani, la bocca, il naso, la bava, gli odori, l’acqua che scivola tra le nostre cosce, nella doccia troppo stretta, che non permette di muoverci a dovere, dove lo spazio è risicato, ma ci basta, è sufficiente per una vita insieme.

Io ti amo.

O no? Hai ancora dei dubbi? In quante lingue dei gesti, dei pensieri, delle opere e delle omissioni ti devo dire che ti amo alla follia?

La mia memoria

mango
Avevo trovato un modo per riuscire a sopravvivere alla perdita di memoria. So di non essere originale, manco per nulla, però mi trasmette fiducia  (non sempre, a dire il vero) e ho l’impressione di avere la mia vita vagamente sotto controllo.

Pensavo fosse un metodo usato da tutti, perché per me è impossibile farne a meno. Invece scopro che non è così e tutto ciò mi stupisce terribilmente.

Dio, c’è ancora qualcosa nella vita che ti può stupire! Anche questo mi infonde sicurezza, speranza. Non ho già visto tutto, riesco ancora a  meravigliarmi di qualcosa. Che iniezione di fiducia!

Non voglio divagare: a me piacciono i post corti, 500 battute massimo, perché non riesco a mantenere un’attenzione maggiore su qualcosa che compare a video. Ammiro la sintesi e la anelo. A volte, se sono molto presa, leggo anche testi lunghi, ma quando scrollo e noto  che il dito continua a tirare giù, mi viene sempre un pò di ansia.

Comunque, dicevo, io compilo liste. Sono maniacale. Spesso le faccio uguali su più device: su Note, Evernote, Wunderlist, Shopshop, Excel e poi anche sulla carta. Su bigliettini che sembrano francobolli, sui Post-it che attacco al telefono, su fogli A4 che piego e ripiego, in maniera ossessiva e ficco in borsa. Mi permettono di avere l’impressione di ricordare e al tempo stesso di organizzarmi e anche di godere, quando posso tirarci una riga sopra. Questa è la parte che amo di più.

A volte però, faccio le stesse liste in posti diversi, e poi mi confondo e passo i giorni a chiedermi dove ho messo le mie note. Questo è parecchio frustrante.

Con le password invece son messa bene, non le scrivo mai da nessuna parte, ne ho in testa un po’, e in base al livello di sicurezza che voglio dare scelgo quella che mi pare più appropriata. Sono almeno dieci, tutte diverse, composte da lettere e numeri. Ecco, in questo non ho problemi.

Anche con i visi delle persone me la cavo benissimo, potrei riconoscere senza problemi un compagno delle elementari, un ex collega di 10 anni fa, un’insegnante. Stessa cosa per gli odori: li memorizzo e li riconosco a distanza di anni.

Ricordare nomi invece è una tragedia. Non ricordo nulla. Sai quando sei ad una festa e ti presenti? Dopo 10 secondi ho fatto tabula rasa. Questo può essere parecchio imbarazzante.

Sull’orientamento e la memorizzazione delle strade sono inefficiente, il mio compagno fidato si chiama TomTom oppure i passanti che molesto ad ogni incrocio chiedendo informazioni sui prossimi 100 metri.

A ben diritto posso includere questo inutile post nella categoria ‘Seghe mentali’ che interessano solo a me, ma almeno provo a trarre giovamento da queste elucubrazioni. Penso di avere:

  • una discreta memoria visiva
  • una pessima memoria verbale
  • una tragica memoria relativa alle scadenze, che non so come si chiami.

Forse dovrei iniziare a disegnare quello che devo ricordare?

UNE LIAISON PORNOGRAPHIQUE (liberamente tratto)

Une liaison pornographique

E il gioco inizia. Perché tu mi rispondi. L’amo ha funzionato e inevitabilmente il mio ego cresce e una bella pacca sulla mia spalla bianca ci sta tutta. Mi piaci, non so neanche perché, ma è così che funziona. Dicono che sia questione di pelle, sesto senso, ma è una grande cazzata. Però ci piglio. Oppure sono fortunata. Teste di cazzo non è ho mai incontrate. Ancora. Credo che basti ascoltare. Alla base di tutto c’è il rispetto (formale), l’intelligenza e il consenso, sempre e comunque.

E il gioco inizia. Però davvero di te non mi frega nulla. Non mi interessa il tuo nome, che lavoro fai, dove abiti, se sei sposato, se sai cucinare, se sei grasso (questo un po’ si, a dire il vero, ma estremizziamo), se sei alto, bianco, nero o rosso. Non voglio il tuo numero di telefono. Non mi frega neppure sapere se sei un uomo o una donna o il terzo sesso.

Cristo, voglio una sorpresa, io che le sorprese le odio. Sempre. Voglio solo due cose e te le dico subito, diretta come una freccia che ci trafigge, perché io sono così, le sfumature di grigio mi uccidono, o bianco o nero.

Voglio sapere se sei animale come me, se hai i miei stessi desideri, anzi se ne hai altri, che non mi sono mai venuti in mente. Ho fame dei tuoi tabù, delle tue ossessioni, delle tue manie, se sei una tigre in gabbia, famelic@ e hai la bava che ti cola sul ventre.

E poi voglio una data, un indirizzo e un numero di camera. Nient’altro solo queste informazioni mi bastano, per poterti raggiungere e tu farai lo stesso.

E il gioco inizia. E no, non ci aspettiamo all’autogrill, al bar, in stazione o per strada. Neanche nella hall, cazzo, no. Ci vediamo in camera, a luci spente.

Voglio entrare nella stanza e voglio sentire il tuo respiro eccitato, impaurito, fradicio. Voglio brancolare nel buio, cercarti con le braccia tese. Sfiorarti, toccarti, palparti. Intuire il tuo sesso, le tue fattezze. Sentire il desiderio palpabile in queste quattro mura squallide di motel gestito da cinesi.

Voglio annusarti e dall’odore capire che di che razza sei. E devi essere talmente eccitat@ che ci prendiamo così, vestiti, nella foga del momento, al buio. Come un gioco di improvvisazione teatrale. Ti palperei per capire se hai l’uccello, oppure la fica. E mi muoverei di conseguenza, affondando comunque la bocca, la lingua, le labbra, i denti.

Vorrei stare ore, non so se vorrei parlarti, forse si, ma di quello che stiamo facendo, solo a beneficio delle nostre zozze azioni.

E poi non vorrei salutarti, ti prego, non cadere nel romanticismo proprio ora. Neppure ciao. Non ho il tuo numero, non hai il mio. L’epilogo migliore è quello di non vedersi più.

Omaggi a Tumblr

tumblr

Tumblr è la versione bignami del film porno. Zero sbattoni, avvio l’app ed è pronta all’uso. A dire la verità mi piacerebbe trovare anche dei blog che non siano legati al sesso, ma o non li ho mai visti, o forse non ci sono proprio. Oppure essendomi buttata nelle fantasie più recondite, ormai i tizi di Tumblr mi hanno messo nella categoria ‘senza speranza XXX’, per cui mi propongono solo roba porno. Ma va bene così, ci mancherebbe. Ho un alta considerazione dei professionisti del marketing anche perché ai fanalini di coda, ci sono dentro pure io, molto umilmente, s’intende.

Dicevo, Tumblr. Lo sanno anche le pietre: le categorie sono varie e variegate, ma giusto per non scrivere che mi sparo dei signori ditalini davanti a qualunque video, provo a fare l’intellettuale (paroloni!) e stilo una lista di categorie che mi arrapano di più, come va tanto di moda tra le blogger post-adolescenti che parlano di moda e di cucina.

Ah! Premessa. Su Tumblr sono mediamente sul versante lesbo-chic: le fiche turgide mi arrapano, dei cazzi che sborrano ho abbastanza le palle piene. Poi ci sono le eccezioni, per carità, ma in genere non rebloggo i cazzi singoli, quelli li scarto tutti.

I blog sesso-patinati

Quelli con quelle belle fiche completamente glabre passate sotto tutti i filtri di Photoshop e Instagram. Con la composizione con la rosa accanto, sopra, sotto, di fianco e magari il temutissimo aforisma. O anche solo ‘Buongiorno’ con cuore. Quelli mi fanno cascare… le braccia.
Voto: 2 perché sono patetici

I blog dei cornuti

Quelli tenuti dai mariti, o presunti tali, che mostrano con candida simpatia la moglie con il bull, mentre la incula in allegria. Questi sono parecchio divertenti. Sanno di zozza umanità. Raccontano arrapatissimi di quanto sono cornuti, servitori fedeli del loro bull e signora. In genere dopo un po’ sono noiosi, però danno l’impressione che ti permettono di infilare il naso nella loro camera da letto, per cui, almeno per me, un perché ce l’hanno.
Voto: 6+, perché mi ricordano Mr. Green in azione (non quello di E.R)

I blog delle fiche pelose (hairypussy)

Questi un po’ mi incuriosiscono, un po’ mi disgustano, un po’ m’inquietano, comunque mediamente li amo. Lo so, è un po’ il mio limite, a me piace glabra. E come piace molto ai maschi che si credono predatori, e, dopo due convenevoli, ti piazzano un ‘Mi piace molto leccare’, senza sapere che è la frase più sentita, trita e ritrita degli approcci online, anche a me attizza liscia. Che poi mica è vero, leccare è arte, leccare con arte è davvero merce rara.
Voto: 6/7 per l’ammirazione

I blog degli esibizionisti nei locali pubblici

Questi mi fanno impazzire. C’era un video di una fica pazzesca che girava in pelliccia in un Brico o giù di lì e tra i clienti, più o meno presi a far acquisti, brandiva lo spazzolino del cesso, cacciaviti e utensili vari e si masturbava candidamente. Tanti punti, non c’è che dire.
Voto: 8 per la fantasia

I blog dei feticisti

Su questi devo dare atto a un mio compagno di merende, che mi ha un po’ traviato in questo ambito. Insomma, su di me gioca l’effetto novità. Scarpe coi tacchi vertiginosi che schiacciano, senza ritegno, cazzi di gomma e di carne. In questa categoria ci metto che gli strapon, perché hanno sempre il loro fottuto perché.
Voto: 8 per la varietà

I blog delle puttane inside (omaggi a Tumblr)

Questi sono meravigliosi. Generosi ditalini che durano 10 minuti. Se poi c’è lo squirt, rimango a bocca aperta, densa d’ammirazione. La cosa più bella sono le richieste degli Anonimi segaioli. Sono tutti da premiare: i fan sono la forza dei social media.
Voto: 9 per la generosità

I blog delle puttane inside che mostrano il volto (omaggi a Tumblr con lode e menzione)

Numeri 1. Questi sono i più difficili da scovare. La mia corona, compresa di lingua grondante va a lei, star indiscussa del mio Tumblr: Lesliepixx. Ultimamente finge un po’, si è messa a fare l’attrice, ma i primi video sono davvero ruspanti e degli di nota.
Voto: 10 per la determinazione