V come roller


L’inutile post di ieri, giri di parole sconclusionati e inutili, per dire che mi sono iscritta ad un corso di roller, in linea.

Ma anche per continuare a riflettere sulla velocità, che non è solo vento in faccia come mi ricordava Smadonno, ma anche piacere nel compiere azioni veloci, appunto, efficienti, minimo sforzo massimo rendimento. Come quando a scuola, studiavo italiano con lo sputo, come sentenziava mia madre e i temi me li scriveva, durante l’intervallo, il mio compagno di classe secchione, per arrivare al sei stiracchiato, che una volta si rimandava a settembre, mica c’erano i crediti formativi, due mea culpa e sette ave maria.

Dicevo, ho sempre amato pattinare, lo faccio da tempi immemori, ma senza alcuna arte, nè parte. Ho imparato da bambina, con quei pattini con le ruote a due a due, che indossavi con le scarpe da ginnastica Superga bianche o blu e il freno era una grossa gomma tonda sotto la punta. Autodidatta, altrimenti detto maestra ad cazzum.

Perché mi piace? Per la velocità ovviamente, che riesco a raggiungere, per il fatto di essere a contatto con la natura, perché di solito lo faccio nei parchi. Però non ho tecnica, non so frenare, curvo in modo automatico, ma senza incrociare le gambe dietro, insomma vorrei acquisire consapevolezza del mezzo, non sembrare una che s’improvvisa, ma una che ne sa a pacchi e anche bene.

Era un pò che ci pensavo e ieri sera ho iniziato.

I maestri sono due giulivi che vivono un po’ sulle nuvole, apparentemente una giovane coppia ben assortita. Lui alto, ricciolone, con gli occhiali da sole sempre in testa e lo sguardo da pagliaccio, lei bruna, carina, con lo sguardo perso e l’aria casta e pura.

I compagni di corso, invece, sono una massa di allupati, che passano il tempo a sparare battute di dubbio gusto e a spalleggiarsi a vicenda. Due uomini e dieci donne, insieme statisticamente rappresentativo della fauna mondiale. Probabilmente si è sparsa la voce che il corso di roller è una valida alternativa a Tinder.

Abbiamo fatto esercizi di preparazione all’uscita della prossima settimana, al parco: passare sui tombini, salire e scendere dai gradini, fare le salite, superare i piccoli dossi. È stato divertente! Spero di diventare una fuori classe dei pattini in linea, che fa anche tanto porno anni ’80, con gli scaldamuscoli, la fascia elastica tra i capelli, il body sui pantacollant e il Big Babol, ovviamente.

V come velocità


A volte mi chiedo se certi piaceri, ma anche pensieri, che per me sono scontati, siano universali oppure appartengano solo a me.

Che ancora mi ricordo, quando ero una nanerottola ed ero convinta che tutti i bambini del mondo imparassero prima l’italiano e poi la lingua dei genitori. E ci ho messo un pò a capire che mi ero fissata su una grossa panzana. Come se l’italiano fosse così facile da assimilare, che ci sono autoctoni che faticano ancora in avanzata età ad usare i congiuntivi e la consecutio temporum. Che si può perdonare, anzi mi piace l’inclinazione della parlata dialettale, certi intercalari regionali, alcune espressioni che non sono errori, ma traduzioni letterali evolute, come quando scendi la spazzatura, ma certi errori fanno accapponare la pelle.

Il piacere, dicevo, della velocità, per esempio. Del mio corpo a mille chilometri all’ora, che sfreccia, col vento in faccia, il sibilio dell’aria che punge, a volte gelata, piccole frecce conficcate nella pelle e la sensazione elettrizzante di sfidare qualcosa, qualcuno. La mia concentrazione e lo sguardo vigile, la fermezza della mano e del piede, la giusta dose di sfrontatezza, ardire, calcolo mentale delle probabilità, prevenzione e cura, anticipazione dei movimenti altrui, che io stia sciando, che io stia pattinando, che io stia guidando, è sempre la stessa tattica. Strategia che mi tiene viva, che mi sbatte in faccia la mia identità. Che mi è chiara e limpida. A volte. Anzi, riformulo, è l’immagine che mi piace dare di me stessa. Tranquilli tutti, so cosa fare. Poi magari non ne ho idea, ma tutti mi credono, io faccio a modo mio e questo è l’importante. Che ognuno ha le sue specialità e soffro molto quando non vengono rispettate. Ma continuo ad andare fuori tema, a non spiegare. Qualcuno mi vorrebbe bacchettare a dovere. Facciamo così. Questo è un preambolo. Nei prossimi post svilupperò.

Il piacere palpabile della velocità. Anche molto relativa, per cui si rende necessario il confronto con gli altri, in una escalation adrenalinica: la bonaria competizione, la soddisfazione di aver scalzato l’avversario e l’impercettibile sorriso stampato sul volto quando tagli per primo il traguardo. Come quando Gene Gnocchi introduceva Vecchioni in quella meravigliosa canzone, che quello sguardo ce l’ho pure io stampato:

Ogni anno che passa, mi piace vedere la tua faccia
da viaggiatore di commercio che ha scoperto al
casello che c’è lo sciopero e non si paga e fa la
faccia seria ma dentro… ride.

Big data, partecipo anche ai convegni seri


Oltre a scrivere minchiate porno soft, pezzi di vita in chiave delirante e altre cose del genere, sono una assidua geek della penultima ora, anche terzultima per via dell’età. 
Non volevo farci un post, perchè credo che i blog tematici siano più performanti, più sul pezzo, più rassicuranti, più fidelizzanti, più, ma ho seguito un convegno sui Big Data e presa dall’entusiasmo per quel mondo lì, ho provato a riassumere in poche parole cosa mi ha colpito. Non voglio essere esaustiva, ordinata, contenuta, metto giù solo due appunti su un tema che trovo molto affascinante, a cui non ha senso opporsi, anzi è importante conoscere e sfruttare per vivere meglio, IMO.
Eh, si, anche la sottoscritta riesce a non parlare solo di fiche e culi, incredibile a dirsi. Ora che ho scritto una premessa quasi più lunga dei miei < 400 caratteri a disposizione posso autocensurarmi. Bang!

La rivoluzione dei social data

«Matrix è ovunque. È intorno a noi. Anche adesso, nella stanza in cui siamo. È quello che vedi quando ti affacci alla finestra, o quando accendi il televisore. L’avverti quando vai a lavoro, quando vai in chiesa, quando paghi le tasse. È il mondo che ti è stato messo davanti agli occhi per nasconderti la verità.» (Morpheus a Neo)

Ogni giorno creiamo e condividiamo sempre più consapevolmente una grande varietà di dati sulle nostre transazioni, relazioni, interessi, intenzioni, ubicazioni e altro ancora.

Sempre più compagnie usano sensori, social media e big data per prevedere le nostre scelte. E noi, a nostra volta, condividiamo sempre più dati, quantitativi e qualitativi, per ricevere in cambio la possibilità di prendere decisioni migliori. Qualche esempio.

UBER
Non è una società che fa concorrenza ai taxi. E’ una azienda che gestisce dati, come Google. Tu usi l’app di Uber e non hai bisogno di dire nulla di te, sanno già tutto: chi sei, come paghi, dove ti trovi. Devi solo dire dove vuoi andare: l’unica informazione che ti chiedono ogni volta e poi arriva il servizio.

AMAZON
Ci sono due servizi incredibili che ha inventato Amazon:
– suggerire all’acquirente se sta comprando un libro già preso.
Caspita! E immagino che a qualcuno verrebbe da dire, ma no, non ricordiamoglielo, così compra due volte! Invece Amazon lo fa, per mille motivi di fedelizzazione nei confronti del consumatore.
– dare la possibilità a chi ha comprato di suggerire in prima persona, agli amici gli acquisti fatti.
Perchè c’è una bella differenza se è Amazon che mi suggerisce un libro o il mio amico che sa i miei gusti. Maghi del marketing, chapeau!

Aveva 50 anni

  
Aveva circa 50 anni, non sono mai stata brava a capire l’età delle persone. Non era particolarmente curata, anzi, ma il suo ruolo non lo richiedeva per nulla, per cui molto spesso si presentava in tuta, con un cappello di lana in testa che teneva anche in casa, le t-shirt rammendate, i capelli con la ricrescita, niente monili e anche un accenno di puzza di aglio. Era forte e muscolosa, l’esercizio fisico che faceva ogni giorno, le aveva modificato il corpo. Aveva gli occhi azzurri e un viso che faceva intuire la provenienza slava.

Lavorava per me da tempo immemore, aiutandomi a gestire la mia grande e impegnativa casa, su due piani, col terrazzo, le scale, il tetto, i bagni, la cucina con l’isola, la cabina armadi, il sottotetto. Era molto brava, attenta, premurosa. Era una di famiglia, qualcuno di cui potersi completamente fidare.

Quel pomeriggio ci trovammo a fare due parole nella mia camera da letto, tra una trapunta in mano e uno stendino fitto, fitto di robe appese. Io non ricordo esattamente di cosa stessimo parlando, ho la mente offuscata, ho i ricordi che si sovrappongono e mi ingannano. So solo che con un gesto semplice, rapido, sconvolgente, si alzò la felpa per mostrami di non portare il reggiseno.

Rimasi di sasso. Ero lì, nella mia casa, ad osservare attonita quel seno bellissimo, che attento mi scrutava roseo. Un pezzo di carne mai neanche lontanamente desiderato, che all’improvviso mi puntava fiero.

Senza una parola ci guardammo, perdendoci nei nostri occhi azzurri. Se avessi volto lo sguardo altrove, sarei stata certa che i fatti successivi sarebbero stati diversi. Ma io ero lì, che la osservavo e con quel gesto acconsentivo. Dicevo sì alle sue mani, alla sua bocca, alla lingua bagnata che mi percorreva le cosce, che io aprivo, divaricavo, come se non avessi aspettato altro negli ultimi quarant’anni.

Non ricordo quanto tempo impiegammo per considerarci soddisfatte, ma una cosa era certa: non vedevo l’ora che arrivasse domani.

Promiscuità


Ho imparato l’anatomia del tuo corpo: le linee, gli incavi, i buchi, le protuberanze, i muscoli, le escrescenze, il tuo odore, il tuo profumo, il tuo sapore. Come ti muovi, cosa ti piace, cosa cerchi, cosa ti imbarazza. I tuoi sorrisi, il tuo sguardo, le tue frasi interrotte.

Ho preso appunti, diligentemente, come mi piace fare. Come a scuola. Ho segnato ogni giorno i punti chiave da memorizzare. Procedo per schemi, io. Ho focalizzato le nostre esigenze, ho tracciato le curve, ho composto le tabelle.

Non so tutto di te, mi serviranno altri anni, ma almeno il diploma l’ho preso. Ne sono certa. Non sono l’unica ad averlo conseguito, questo lo so, ma non mi importa per nulla, non sono gelosa e l’autostima non mi manca.

Ora sono pronta, siamo parati. C’è un mondo da esplorare ed io lo voglio fare con te. Una voragine che mi attira, come le sirene con Odisseo formidabile. Un percorso da intraprendere, tempestoso, che mi eccita, che mi infuoca.

Ti riconoscerei tra mille, anche al buio, nella penombra dei corpi aggrovigliati, catene, incastri di pelle e muscoli, tra i fiati intrecciati, le mani allungate, i permessi richiesti ed accordati, gli assensi, gli accessi, le aperture, le disponibilità concesse a sconosciuti mascherati dalle luci strobostopiche.

C’è qualcosa che mi affascina, che mi chiama, che mi porta a desiderare tutto ciò. Fa parte di me.
Me ne sono resa conto all’improvviso, come quando hai i pezzi del puzzle davanti e non hai idea della figura che si comporrà alla fine. Quella prospettiva dall’alto che aiuta e ti permette di avere una visione a lungo termine, della tua vita. Piccoli passi che compongono un viaggio speciale, il nostro.

È andata così: io davanti a te, con l’entusiasmo e il desiderio struggente e primordiale di provare qualcosa di nuovo, diverso. Una svolta alle nostre vite. Mi guardo indietro e osservo le curve, i tornanti che ho tracciato per noi. Sempre.

L’epilogo – warning!- a lieto fine (Managers #8)


E’ stato wow. Mi sono divertita e sono stata bene. Anche loro erano entusiasti, l’ho percepito dai loro occhi, dai sorrisi, dall’entusiasmo con cui saltellavano da una parte all’altra. Dai loro ohhh!, dalla genuina volontà di mettersi in gioco, erano bambini spontanei e divertiti. Abbiamo fatto la foto di gruppo (senza i cheeeese e le corna), mangiato tutti insieme, bevuto troppo, sono morti molti ‘lei’ che sono diventati dei bei ‘tu’, abbiamo respirato la stessa aria, distesi uno accanto all’altro sui tappetini yoga, nel silenzio, interrotto dal nostro fiato, vicini vicini, uniti, solidali, rilassati e anche felici.

I trainer sono stati bravi, ci hanno messo a nostro agio, abbiamo collaborato, imparato e approfondito le relazioni.

Non sono impazzita, tranquilli. Semplicemente, tutti quanti, sono riusciti a tacciare il mio lato cinico. Poi a me le full immersion, peace and love di gruppo fan questo effetto: mi rammolliscono e mi fanno vedere il mondo tutto rosa. Domani mi passa, stay tuned!

A sorpresa è stato un week end piacevole per me e anche per loro, che mi hanno applaudito all’unisono alla fine, che mi hanno scritto, messaggiato e telefonato, grati per l’esperienza vissuta.

Come quando vai a fare il campus estivo, vivi coi tuoi compagni 24/24 ore e poi alla fine, quando ci si saluta, ti mancano. Che la scuola è per tutti finita da un pezzo, ma quel clima cameratesco, in cui si sghignazza, si sussurrano gossip, ci si fa seri per ascoltare i maestri, si prende appunti, si arrossisce quando bisogna parlare al microfono davanti a tutti (in inglese, per giunta!), si fa l’occhiolino al vicino di banco, si schernisce per gioco il compagno di banco, si balla, si ride, si fa team building, beh ti trasforma davvero e capisci che tutto questo ogni tanto serve. Che mandare le mail, alzare il telefono, fare le call, certo aiuta, riduce i tempi, nero su bianco perché verba volant, ma il contatto diretto, occhi negli occhi, avvicina, unisce, fai parte di un gruppo, remi  nella stessa direzione, i soldi non c’entrano, almeno per un istante, sono le persone con cui passi la maggior parte della tua vita e scopri a sorpresa che sono davvero simpatiche.

Nota: questo post così concitato e tenero si autodistruggerà in un… bum!!

La sbobba (Managers #7)

  
I manager e i brain trainer a un certo punto si troveranno davanti ad un tavolo. Imbandito. Perché dopo tanto lavorare, pensare, stringere di meningi e di chiappe, il languorino salirà, l’arsura si farà sentire e so già che tutti quanti in massa guarderanno me, con fare famelico, questuando, solo con l’inclinazione della testa e il sopracciglio ben pettinato: dov’è la sbobba?

E allora forse si lasceranno andare tra una tartina rinforzata e un bel bicchierone di Primitivo di Maduria, di quelli che fanno minimo 14 gradi e che dopo due rabbocchi sei a quattro zampe con gli occhi pallati, attaccato alle gambe del tavolo oppure a quelle slanciate e sexi della vicina, occhi di gatto e rossetto Chanel numero 5. Che devi fare attenzione a non offrire troppo, ma neanche troppo poco, che non si dica che la sottoscritta lesina il cibo, ma neanche che tenda allo spreco in questo mondo perennemente in crisi. Che per inciso IMO non si può dare tutta la colpa alla recessione economica, il mondo sta cambiando e tu ti devi adeguare. Anzi innovare, la parola più abusata del globo terraqueo.

Macché! Altro che Primitivo, questi sono dei quaquaraqà, ingurgitano al massimo un Prosecchino al volo, anche due, non sono certo abituati a bere sereni. Che se si ubriacassero anche poco, credo ci si divertirebbe davvero molto. Da tutti impettiti, con il doppiopetto, il capello impomatato e il palo infilato nel culo, impazzirei a vederli spettinati, con la cravatta allentata, la camicia fuori dai pantaloni, svaccati per terra, sulla moquette a pallini tono su tono, che credo costi quanto il prodotto interno lordo di una regione a caso del sud est asiatico. E magari a fine serata, invece di correre sulle punte a casa con il taxi prenotato un mese in anticipo, decidano di tornare in hotel a piedi, cantando mano nella mano una canzone del grande Lucio, palpando culi a caso, che fa tanto team bulding (IMO).

Macché! Altro che tartina rinforzata, sformatino di melanzana alla parmigiana, timballo con polpettine, millefoglie con besciamella colante, questi sono tutti intolleranti a qualcosa o anche a più cose insieme, ma immagino anche a qualcuno. Per cui sui menù campeggiano doppi, tripli asterischi che recitano ignavi:
– senza glutine
– senza lattosio
– vegetariani
– senza ritegno alcuno

Ma che cazzo mangiate miei prodi colleghi? Ah, giusto, voi fate la spesa online, l’insalata già lavata e masticata e barrette energetiche che non sporcano e non portano via tempo inutile al vostro proficuo e utilissimo lavoro di consulenti in corriera.

Ma per concludere e spezzare una lancia in favore loro, posso dire che non sono tutti così, anzi. Ed io, modestamente, ho il radar per individuare qualche eletto, con cui ridere e scherzare e soprattutto sopravvivere durante questi momenti di puro terrore. Ho persino un collega che mi ha giurato di farmi da cameriere per tutta la serata!

 

Giovedì esco con Rachel Gazometro, a teatro

  

Tutto è nato per caso. 

Le collaborazioni nascono così: simpatia reciproca e qualcosa in comune, ingredienti sufficienti per cucinare insieme. E poi il desiderio di scrivere, di condividere, un po’ per scherzo, un po’ perché è divertente lavorare a quattro mani. Così Rachel ed io abbiamo deciso di cimentarci in un post con traduzione a fronte. Io in italiano e lei in romano moderno, un po’ per insegnarmi, un po’ per giocare.

Non perdete la traduzione a fronte della cara Rachel!

Seconda lezione di romanaccio stretto con Rachel Gazometro.

Per continuare il tema delle arti, dopo il post sul cinema, ci abbiamo preso gusto e vogliamo andare a teatro. Eh già! Qui non stiamo a pettinare le bambole, si parla di temi cul-turalmente elevati, un pò per andare incontro al grande pubblico¹, un pò perché noi ci sentiamo femmine latine su uno dei palcoscenici più belli e affascinanti del mondo: Roma! Diamo quindi il via alle danze.

E’ ormai un annetto che faccio un corso di conversazione in inglese con una ragazza madrelingua. Non so dire se il suo inglese sia perfetto, ma è senz’altro molto brava a farmi sentire a mio agio, anche perché non facciamo mai esercizi pallosi di grammatica, ma sostanzialmente parliamo di chitarrini² nostri. L’altro giorno per ravvivare la nostra oretta mi ha proposto due giochini divertenti, che all’inizio mi han un pò bloccata e imbarazzata, ma poi ci siamo divertite parecchio, tanto che abbiamo iniziato a ridere con le lacrime agli occhi, con beneplacito dei colleghi delle stanze attorno, che stavano lavorando. Il primo era una forma di taboo: dovevo spiegare il significato di una parola, senza usare una lista di termini vietati. Il secondo era quello di usare una lista di vocaboli apparentemente senza collegamento per inventare su due piedi una storia.

Che cappero³ c’entra il teatro qui? Aspè che mo’ ci arrivo!

Tutto ciò mi ha fatto venire in mente che durante l’adolescenza ero parecchio timida e introversa e mia madre, preoccupata, mi aveva costretta a seguire un corso di teatro. Un vero incubo. Ricordo che l’insegnante iniziò con un esercizio facile, facile per metterci comodi. In piedi, davanti a tutti, lui pronunciava una frase ad effetto e tu in tre secondi dovevi rispondere a tono. Sprofondavo dalla vergogna. Avrei voluto essere trasparente, smaterializzarmi come polvere al sole ed evaporare dalla finestra. E invece lui mi chiamò e concitatamente e con passione mi urlò: Ti amo! Io lo guardai esterrefatta, con gli occhi densi di orrore, le gote rosse, le mani gelide e scappai via a gambe levate. Si concluse così la mia infamante sessione di improvvisazione teatrale.

Son passati vent’anni , consapevolezza e maturità mi hanno permesso di improvvisare sketch divertenti, da cabarettista in erba, con l’insegnante d’inglese.


¹ Eh!
² Ho letto in giro che scrivere cazzi è volgare.
³ Anche cazzo è molto volgare. Vado a sciacquar la bocca.

 

 

 

L’identità dei fatti


Prosegue il tema dell’identità che avevo iniziato qui e qui. Mi piace molto, credo che continuerò.

Circostanza numero 1: la mia patente
Oggi alle 4 di pomeriggio presa dal sacro fuoco dell’ordine compulsivo ossessivo della borsa, mi sono accorta che la mia patente è scaduta. Da tre mesi. Non ho la carta d’identità, e i miei più assidui fan sanno che l’ho persa, ma per tre lunghi mesi ho puntato tutto su un documento dichiaratamente non più valido. Mi sono seduta al tavolo verde per 90 lunghi giorni, pensando di avere un amuleto invincibile in tasca, ho tirato i dadi spavalda e invece non avevo un cazzo. E ho guidato per tre mesi rischiando la multa. Che non è solo una questione economica e di amor proprio. È un andare contro la legge e anche la giustizia. A delle regole scritte non scritte che non posso fare a meno di non seguire, per carattere, per coscienza, per integrità morale. Che poi tutto questo essere ligia nei confronti della legge, svacca senza ritegno in altri ambiti. Chissà perché, curioso l’essere umano.

Circostanza numero 2: la tua carta d’identità
Anche tu non ce l’hai più. Anche tu l’hai persa, abbandonata, lasciata chissà dove. Forse è scappata e si è rifugiata sotto un ponte, con la luna metallo, che ci illumina al buio. Io non capisco se davvero siamo così simili come mi pare, o se è solo una fantasia, una volontà che non esiste, un desiderio di assonanza, il mio spirito di unione, che giustifica e mi rassicura, ma che a degli occhi attenti e razionali sembra solo un bluff, un grosso equivoco su cui mi piace trastullarmi, amabilmente. Chissà.

Conseguenze alla circostanza numero 1: i testimoni
Mi è rimasto il passaporto, ma se decidessi di bruciarlo, sarei completamente priva d’identità. Del tipo che per dimostrare la mia esistenza nel mondo dovrei procacciarmi due testimoni, disponibili a dichiarare, sotto giuramento, che io esisto, non sono un fantasma, uno spirito che aleggia nell’aria, che un giorno si manifesta qui, un giorno è dall’altra parte del globo. Magari!

Conseguenze alla circostanza numero 2: mi scopro romantica e non è un bene
Io sono quasi sicura che i nostri documenti siano insieme, così come le nostre identità. Sono lì accoccolati, che rollano una canna e si fanno due risate, mentre ci osservano da lontano, che fatichiamo, ci consumiamo su inutili problemi esistenziali. Che ogni tanto ci lasciamo andare, che spesso facciamo i sostenuti, che qualche volta facciamo e anche spariamo cazzate, che molto spesso vorremmo essere altrove, anche quando ci stiamo divertendo. Perché noi siamo così: non siamo mai soddisfatti, la completezza non c’è mai, c’è sempre ricerca, tensione, inquietudine. Perché?

Ordinarie manie metropolitane

 

Alert: questo post rientra a ben diritto nella categoria ‘Seghe mentali’ di questo blog. Non ha carattere di denuncia, ma, anzi, di autocompiacimento spudorato.

Le vasche

A casa ho un lavandino con due vasche, una accanto all’altra. Non chiedermi perché, ma io posso usarne solo una, l’altra no, mi irrita terribilmente sporcarla, anche solo bagnarla con l’acqua. E godo a vedere la vasca intonsa senza goccioline, lucida, pulita, splendente. A volte uso il lavandino del bagno per lavare la frutta o la verdura, o sciacquare lo spremiagrumi, per non bagnarla.

Le forbici

Taglio tutti i sacchetti che contengono cibo, perché vedere strappato il bordo mi da fastidio: la pasta, la farina, il cacao in polvere, il riso, la busta del prosciutto. Anche la carta del burro è un problema, perché se inavvertitamente si strappa cerco di consumarlo in fretta per sostituirlo con una confezione nuova.

Le pinze da bucato

L’unica cosa che mi piace fare tra le faccende domestiche è stendere. Mi piace scegliere i vestiti in base alla dimensione e con ordine appenderli dopo averli scrollati un po’ di volte. Mi piace accoppiare le pinze per colore e dimensione. Alla fine la roba stesa pare un quadro.

La lista della spesa

La mia più cara amica usa Shop Shop, l’app che permette di segnare velocemente cosa comprare. Lei va sempre nello stesso supermercato, segna e ordina i prodotti in base a come sono dislocate le corsie, in modo da ottimizzare il percorso tra gli scaffali. La ammiro molto, ma non riesco ad arrivare ai suoi livelli per i soliti problemi di memoria che mi perseguitano.

L’armadio

Divido i miei abiti in base alla dimensione e al colore. Anche nei cassetti, ho messo dei contenitori per poter distingue la biancheria in base all’utilizzo. Come le cartelle del computer. Mi rilassa molto ordinare, archiviare, assegnare categorie e rimirare l’armonia, l’accostamento dei colori, la precisione.

Typo

Senz’altro sfuggono anche a me ogni tanto, ma ho un occhio particolare per rilevare errori di battitura, refusi e compagnia bella. Deformazione professionale, certamente.

Però…

non riodino il letto, non pulisco le scarpe, non uso tovaglie di stoffa e tovaglioli, non mi pettino, odio fare benzina, la mia borsa é un casino, la mia scrivania non ne parliamo.