Complaint


Sono caduta nelle terribili maglie dei customer care telefonici e mi ritrovo incazzata, senza spada, scudo, armatura o destriero a disposizione, nel limbo, nel buco nero delle non comunicazioni, assenza di collegamenti, vuoti a perdere, telefono senza fili, down, vuoto d’aria, sono cazzi amari tra le banche che non si parlano, solo piccioni viaggiatori, please e quei dinosauri pesanti e senza speranza che sono le compagnie aeree. In altre parole sono fottuta, inesorabilmente da due settimane, sospesa ad un filo. Leggi: ho pagato con carta di credito un volo intercontinentale, ma il sito autorevole di una grande compagnia di bandiera è andato giù, page non found dopo aver appena inserito i numerini dell’amore stampati sul pezzetto di plastica, per cui ho un disavanzo di tanti bei soldoni e non ho il biglietto in mano.

Da una parte ci può essere anche del sano masochismo, che mi permette di poter litigare insultando in portoghese con le 4, dico 4 parole che so, aggratis, giusto come capro espiatorio liberatorio e appagante, dall’altro vorrei sapere con certezza che il mio volo ai tropici è confermato e che posso di nuovo andare a brindare al natale, sollazzarmi a capodanno, mangiare manghi alla befana, abbandonare le ciabatte sulla spiaggia che tanto è deserta, solo le scimmie possono rubarmele.

Io che lavoro con il web e amo il web non ricambiato come il famoso e spassoso blog, da parecchi anni, posso dire una cosa a denti stretti? Capisco che ci possano essere dei problemi durante un acquisto, che sia tradizionale oppure elettronico, però trovo davvero inconcepibile che il servizio consumatori non faccia nulla per aiutarmi e che passino 14 giorni ed io non abbia risolto la situazione.

E tutto ciò si ricollega al post Faccio i convegni anche seri sui Big Data: essere una grande azienda, gestire innumerevoli dati, avere un cliente che mi paga sull’unghia per un servizio di cui usufruirà tra più di sei mesi, incassare i soldi, ma poi non fornire il biglietto per oggettivi problemi a proprio carico e non fare nulla per risolvere il problema. Complimentoni.

La sbobba (Managers #7)

  
I manager e i brain trainer a un certo punto si troveranno davanti ad un tavolo. Imbandito. Perché dopo tanto lavorare, pensare, stringere di meningi e di chiappe, il languorino salirà, l’arsura si farà sentire e so già che tutti quanti in massa guarderanno me, con fare famelico, questuando, solo con l’inclinazione della testa e il sopracciglio ben pettinato: dov’è la sbobba?

E allora forse si lasceranno andare tra una tartina rinforzata e un bel bicchierone di Primitivo di Maduria, di quelli che fanno minimo 14 gradi e che dopo due rabbocchi sei a quattro zampe con gli occhi pallati, attaccato alle gambe del tavolo oppure a quelle slanciate e sexi della vicina, occhi di gatto e rossetto Chanel numero 5. Che devi fare attenzione a non offrire troppo, ma neanche troppo poco, che non si dica che la sottoscritta lesina il cibo, ma neanche che tenda allo spreco in questo mondo perennemente in crisi. Che per inciso IMO non si può dare tutta la colpa alla recessione economica, il mondo sta cambiando e tu ti devi adeguare. Anzi innovare, la parola più abusata del globo terraqueo.

Macché! Altro che Primitivo, questi sono dei quaquaraqà, ingurgitano al massimo un Prosecchino al volo, anche due, non sono certo abituati a bere sereni. Che se si ubriacassero anche poco, credo ci si divertirebbe davvero molto. Da tutti impettiti, con il doppiopetto, il capello impomatato e il palo infilato nel culo, impazzirei a vederli spettinati, con la cravatta allentata, la camicia fuori dai pantaloni, svaccati per terra, sulla moquette a pallini tono su tono, che credo costi quanto il prodotto interno lordo di una regione a caso del sud est asiatico. E magari a fine serata, invece di correre sulle punte a casa con il taxi prenotato un mese in anticipo, decidano di tornare in hotel a piedi, cantando mano nella mano una canzone del grande Lucio, palpando culi a caso, che fa tanto team bulding (IMO).

Macché! Altro che tartina rinforzata, sformatino di melanzana alla parmigiana, timballo con polpettine, millefoglie con besciamella colante, questi sono tutti intolleranti a qualcosa o anche a più cose insieme, ma immagino anche a qualcuno. Per cui sui menù campeggiano doppi, tripli asterischi che recitano ignavi:
– senza glutine
– senza lattosio
– vegetariani
– senza ritegno alcuno

Ma che cazzo mangiate miei prodi colleghi? Ah, giusto, voi fate la spesa online, l’insalata già lavata e masticata e barrette energetiche che non sporcano e non portano via tempo inutile al vostro proficuo e utilissimo lavoro di consulenti in corriera.

Ma per concludere e spezzare una lancia in favore loro, posso dire che non sono tutti così, anzi. Ed io, modestamente, ho il radar per individuare qualche eletto, con cui ridere e scherzare e soprattutto sopravvivere durante questi momenti di puro terrore. Ho persino un collega che mi ha giurato di farmi da cameriere per tutta la serata!

 

Yes Man (Managers #6)

    
I brain trainer sono così, non gli basta tenere la lezioncina, vogliono far vedere a tutti che non sono improvvisati, ma lavorano sodo, prima, durante e dopo e soprattutto portano i risultati, che è la cosa che interessa a tutto il pubblico pagante e anche a quello che sta a guardare. O no?

Per cui inoltrano liste di richieste, sempre per elenchi puntati, inesorabili, che ti appendono al muro e che paiono quasi editti, recitati con voce impostata da messaggeri alati, con la pergamena stirata tra le mani e gli stivaletti in camoscio morbido.

Vogliamo che:

  1. tutti i manager rispondano a un fitto questionario sulla vita, sui morti e sui miracoli, che siam tutti miracolati, se ci troviamo qui a parlare di spirito santo e sesso degli angeli
  2. selezioniate sei e dico sei eletti, rappresentativi dell’universo tutto, né giovani, né vecchi, né maschi, né femmine, né cittadini, né contadini, da intervistare in call conference agli orari stabiliti, secondo i termini di legge, timbrato e firmato
  3. vi rendiate disponibili, a ridosso della fatidica data, per condividere i risultati e prepararci in religiosa operosità al glorioso giorno di training together, altrimenti detto ammucchiata di cervelli sopraffini.

Non oso ancora immaginare il dopo.

Ed io penso, è arrivata la mia fine. E’ stato bello, grazie assai, arrivederci, addio. I manager, si sa, son tutti impegnati, e dopo la mia missiva questuante, sarò catapultata definitivamente nello spam aziendale, nella spazzatura virtuale e fisica, additata ed esposta al pubblico ludibrio.

E invece no. Colpo di scena, son tutti gentili e disponibili, pronti Yes Man, che con sconcertante cedevolezza, segnano in agenda orari e impegni per aderire alle mie richieste, come nella squadra di baseball, quando Dusty Baker realizzò il suo trentesimo fuoricampo e tutto lo stadio esultò come se i Dodgers avessero appena raggiunto i playoff.

Dammi un cinque, fratello!

 

Un tram (10) chiamato desiderio

 mango 
Tornando da Milano, l’altro ieri mi è successa una cosa tremenda, una delle mie, quelle che ogni tanto mi accadono, un pò perche faccio sempre trecento cose in contemporanea, un pò perché sono senza memoria, come già dissi qualche post più in là (non chiedermi quale, che proprio non ricordo).

Ero sul tram con il mio prolungamento telefonico che controllavo la posta e… puff ricevo una mail sperata, ma inaspettata, nella posta del cuore (quella legata al blog per capirci). Tutta goduta inizio a leggere tipo automa, con un occhio allo schermo e uno anche e scendo dal tram. Nell’istante in cui sono sul marciapiede mi rendo conto di aver scordato il sacchetto di carta con le mille coroncine di fiori che ho comprato per la festa di N., svaligiando tutti gli H&M della mia regione e di quelle limitrofe! Azzzz! Mannaia la miseria, 450 euro di spesa e la festa è tra due giorni. Sono fottuta! Realizzo in un nanosecondo la gravità della cosa e mi attacco a Google per cercare il customer service dell’azienda di trasporti a cui supplicare un recupero immediato. 

Prima chiamata sbaglio numero e telefono a Trenitalia. Crist, no! 

Seconda chiamata parlo con una signorina simpatica come un calcio in culo che mi dice che devo aspettare 48 ore. 48 ore? Cazzo, la festa è tra 48 ore!

Per cui torno a casa col cuore sul palmo della mano, piglio le chiavi dell’auto e su due ruote cerco di raggiungere il capolinea. Sbaglio strada (vedi sopra il post sulla mia memoria che fa acqua), sbaglio percorso e invece di fermare un 10, fermo un 4. Mi ricompongo, riprendo la strada giusta e a quel punto mi piazzo nel senso di marcia opposto rispetto a quello su cui mi trovavo io e aspetto alla fermata tutti i 10 che passano. 

Ecco il primo. Non è lui, lo riconosco. Però l’autista è gentile (ho sfoderato il miglior sorriso maliardo della mia infinita collezione e si sa che sugli autisti vado a colpo sicuro) e mi dà un numero segreto a cui chiamare, ovvero il servizio operativo, addirittura!

Terza chiamata al numero segreto dell’autista maliardo. Non risponde nessuno! Chiamo 1, 2, 3 volte, nada!

Intanto passano ben tre tram, ogni quarto d’ora e il mio sacchetto non si vede. La tecnica è: salgo, scansiono tutto il tram che sarà lungo 10 metri e mi butto fuori per non rischiare di rimanere chiusa dentro.

Finalmente il numero segreto diventa magico, perché risponde qualcuno di molto gentile che mi dice: ci penso io, chiamo in radio tutti i 10 e le faccio sapere. Mi richiami tra 10 (!) minuti.

Dopo 8 minuti, 8, mi richiama lui e mi dice che il tram dall’altra parte della città (quindi aveva già fatto tutto il tragitto e io mai e poi mai lo avrei beccato) ha il mio sacchetto! 

Dopo 10 (!) minuti l’ho recuperato. 

Il giorno dopo ho perso le chiavi di casa, ma questa è  un’altra storia.