Il secchio

 mango 
A casa ho un secchio pieno di sabbia.

Il secchio è una bacinella di plastica azzurra, consumata dal tempo e sformata dal calore delle torridi estati. Un manico si era rotto, ma l’ho riparato mettendoci una grossa vite, stretta ad un bullone.

La sabbia è fine, impalpabile, la presi durante un lungo viaggio. So che non si dovrebbe, che è eticamente scorretto e tutto il resto, ma l’ho fatto solo quella volta e poi mai più. Ho riempito un grosso sacchetto del supermercato e ho portato a casa la sabbia.

Tiro fuori il mio tesoro quando serve. Quando sono triste, affranta, scazzata, ho fatto un casino, non ho voglia, ho troppa voglia, apatica, incazzata, depressa. 

Prendo il secchio e infilo la testa, fino in fondo. E sto lì. Aspetto che i granelli mi entrino piano piano nelle orecchie, nel naso, tra i capelli e intanto trascorrono i minuti: con gli occhi chiusi passa il tempo. 

Così, a testa in giù, nel silenzio ovattato del secchio di sabbia, posso estraniarmi e pensare.  Ricordare di noi, dei tuoi sorrisi, delle tue mezze frasi, delle tue omissioni, delle mie, dei nostri silenzi, dei racconti, dei sogni, delle fantasie, tante, dei rumori, dei sapori, della fame, della sete, dei viaggi, dei ritorni.

Non posso piangere, nè ridere, per ovvie ragioni, ma il mio cervello cavalca le emozioni, si sofferma sui fatti, dosa le parole. E intanto la sabbia mi entra nei buchi, affluisce piano piano e mi separa dal mondo. 

È un metodo infallibile, meraviglioso, brevettato all’ufficio di depositi, certificato ed efficace. È meglio di yoga, meditazione, la migliore amica, la mamma, il lettino dell’analista, la canna.

Io e la sabbia, la mia pelle, i miei capelli, la sabbia, sassolini impalpabili, quasi polvere. 

Non saprei dirti quanto tempo ci sto, non ne ho idea, non ho l’orologio e comunque non riuscirei leggerlo. A volte è giusto il tempo di un tè, a volte sono ore.

E quando decido di tirarmi su, di spazzare via la sabbia, non è cambiato nulla, ma io sono come nuova.

Annunci