L’antipasto

Troviamoci in quel bar del centro, discreto e aristocratico. Mi riconoscete, sono sicura. Ho i capelli raccolti, le scarpe col tacco, l’immancabile impermeabile nero, legato in vita, da maniaca. Sarà divertente, rilassante, sorridere insieme, guardarci negli occhi, bere un caffè d’orzo in tazza grande, un marocchino, solo perché è proprio tipico di qui, una cioccolata calda.

Sediamoci, qua, accanto a questo microscopico tavolino tondo, vicini, che ci sfioriamo le gambe.

Parliamo, raccontiamoci come cazzo siamo finiti qui, senza di lui, che è lontano, ma è sempre, immancabilmente presente. Che ci manca, da morire. Condurrebbe lui i giochi, ne siamo certi.

Divaghiamo, partendo dal blog, dai racconti, dalle email smorzate, che non hanno nè capo, nè coda, non hanno un ‘caro’, un ‘cari’ iniziale e un saluto di congedo, una firma, un segno di riconoscimento, un nome vero, reale. Solo l’urgenza di mettere nero su bianco una sensazione, un sentimento, una curiosità, da condividere in quell’istante, impellente e al tempo stesso congelata nel tempo.

Tocchiamoci. So di essere invadente, ma ci provo, tento, ne ho bisogno. Mi sento il carico di lui sulle spalle, siamo una coppia, come voi due. Credo che lui farebbe così. Partirebbe da lì, una mano sulla coscia, sicura di trovare autoreggenti accoglienti, jeans stirati. Scusate, ragazzi, se sono inopportuna faccio un passo indietro. Non sono così aggressiva come sembro, o forse si, non lo so, forse dobbiamo chiedere a lui. Ma lui ci ha autorizzato, non saremmo qui, ora, se non avesse dato il via libera.

Allunghiamo le mani, non ci vede nessuno, nel locale affollato, abitato da mille occhi, puntati su di noi. Ma, no, non ci vede nessuno, non lo so, ma io continuo, sento l’urgenza di sentire i vostri corpi, come reagiscono alla mia, alla nostra sfrontatezza.

Osiamo, è questione di un istante, superiamo quel limite, che è solo nella mia, nella vostra testa. La mano aperta, ignorante, scorre decisa sulla vostra gamba, risalendo inesorabile. Anche tu, anche voi potete farlo. Sono qui, sono qui per voi, per annusarvi il collo, come una leonessa, siamo in tre, ma siamo anche in quattro. Lui è nelle nostre teste, il suo odore, il suo sudore sulla schiena, il suo sorriso, il suo sguardo strafottente, da bravo ragazzo apparente, i suoi boxer scuri, la sua pancia perfetta, i piedi che ho limonato a lungo.

Alziamoci, questo posto ci sta stretto. La temperatura si è alzata, nonostante, fuori faccia un freddo porco.

Vi voglio, entrambi. Voglio avervi su di me, sono venuta per voi. Dove andiamo, va bene ovunque, in questo momento vi seguirei come una cagnetta, con la coda sintetica che ho infilato di corsa nella borsa, metti che ci serva.

Chiudiamoci a chiave. Abbiamo un pò di tempo per fare conoscenza. Per sederci sul letto, aprire le gambe, spostare gli slip, infilarci la testa, la lingua, la bocca, il cervello, soprattutto quello.

Lasciamoci andare, è quello che volevamo, fin dall’inizio.

Facciamo due foto, per lui, gliele mandiamo. Questo è solo l’antipasto.

Leaving New York

torri_gemelle

“Mi sono innamorato”. Quando me l’hai detto ero talmente presa, ero talmente presa, che pensavo stessi parlando di me. Matematico, cento per cento. Quindi ti chiesi di chi, solo per una gratificante conferma. E tu risposi “di Sara”. Come nei cartoni animati giapponesi in cui ti cade la tegola in testa e ti viene la bolla al naso. Ah, di Sara.

Cristo, Sara è lesbica. Come fai a esserti innamorato di Sara? Ricordo che io feci una sceneggiata madre delle mie: pianti, strepitii, calci al lampione, singhiozzi, lacrime, urli e spunti.

Ma come? A noi che veniva così bene il gioco delle parti. Io facevo la padrona e tu il giardiniere. Ma dico, lo vuoi fare anche con Sara? Non era accettabile che io mi trovassi in un punto così alto della vetta e non mi fossi accorta che tu l’avevi già scalata quella cazzo di montagna e manco me n’ero accorta.

Passò un mese e da amici partimmo per New York. Due biglietti oltreoceano a dicembre. Fu li che entrammo nel club dieci mila metri. Ovviamente.

Avevamo un mese davanti e un alloggio gratis in un convento, da tua zia suora. Anzi due, perchè se non si è sposati non si dorme insieme. Tu avevi un appartamento ed io una celletta, esattamente nella stessa posizione, ma su due piani diversi. Abbiamo sempre dormito insieme e poi alle 4, avevamo la sveglia per separarci.

Un mese d’inverno a New York. Girare come turisti, ma evitare di usare le mappe, per non sembrarlo mai.

Andare per mall, ai musei, nel Bronx, sperando di beccarsi una sparatoria, ai giardini botanici, a Staten Island, sulle torri gemelle. Lasciare sempre un pezzo liquido di noi, ovunque.

Da Macy’s il mercoledì c’erano i saldi e tu avevi quel vizio tipico dei ragazzini di buona famiglia. La mano lesta, la tasca a disposizione. Non era necessità di qualcosa in particolare, era la bravata, un modo di passare il tempo, il voler portare il trofeo a me, istigatrice, che ordinavo di tutto. Ce l’ho ancora la tovaglia di Natale rossa damascata coi 6 tovaglioli. I perizomi, no, quelli non li ho più.

Tornammo il 24 dicembre, ma non tornammo più insieme.