Giovedì esco con Rachel Gazometro, al concerto


Tutto è nato per caso.
Le collaborazioni nascono così: simpatia reciproca e qualcosa in comune, ingredienti sufficienti per cucinare insieme. E poi il desiderio di scrivere, di condividere, un po’ per scherzo, un po’ perché è divertente lavorare a quattro mani. Così Rachel ed io abbiamo deciso di cimentarci in un post con traduzione a fronte. Io in italiano e lei in romano moderno, un po’ per insegnarmi, un po’ per giocare.

Non perdete la traduzione a fronte della cara Rachel!

Terza lezione di romanaccio stretto con Rachel Gazometro.

Vogliamo farla divertire la nostra Rachel e per proseguire il tema delle arti, dopo averla portata al cinema e poi a teatro, oggi la scarrozziamo a vedere i concerti. Inizia pure la bella stagione e si sa che ogni scusa è buona per cantare a squarciagola e saltare sul posto come due forsennate.

In realtà nella mia vita ho visto pochi concerti, ma visto che sono una personcina equilibrata quest’anno ne ho già due o tre in programma. L’anno scorso trascinai l’amica mia, quella che mi dice sempre sì, a vedere i Modena City Rambles e ci piacquero tanto! Lei in realtà mi faceva un favore perché non conosceva manco una canzone, ma poi ci prese gusto e cantammo e saltellammo tra i fumi erbacei e qualche birra dall’inizio alla fine. Era un festival un pò alternativo, al confine della metropoli, il pubblico era trasversale, per cui potevi pogare (poco che ho una certa età) col diciottenne, ma anche pestare i piedi a diversi ultraquarantenni scatenati. Sentire dal vivo ‘In un giorno di pioggia’, ‘Contessa’ e ‘King of Fairies’ é stato fantastico.

Dicevo, non annovero molti concerti, mi sarebbe tanto piaciuto assistere a qualcuno di spaziale, di quelli indimenticabili che quando lo racconti casca a tutti la mascella, che so tipo Pink Floyd, Dire Straits, Marilyn Manson, ma invece ho visto (tanti tanti anni fa, eh!) Claudio Baglioni, con l’accendino al posto del pollice, acceso tutto il tempo, Sinead O’Connor, quando aveva già lanciato da un pezzo Nothing Compares 2 U, Paolo Conte, retaggio di mio padre, De Gregori, che le canzoni le-so-tutte, la cantessa catanese Carmen Consoli e i Casino Royal, per palati fini, ma soprattutto per chi se li ricorda.

Annunci

Giovedì esco con Rachel Gazometro, a teatro

  

Tutto è nato per caso. 

Le collaborazioni nascono così: simpatia reciproca e qualcosa in comune, ingredienti sufficienti per cucinare insieme. E poi il desiderio di scrivere, di condividere, un po’ per scherzo, un po’ perché è divertente lavorare a quattro mani. Così Rachel ed io abbiamo deciso di cimentarci in un post con traduzione a fronte. Io in italiano e lei in romano moderno, un po’ per insegnarmi, un po’ per giocare.

Non perdete la traduzione a fronte della cara Rachel!

Seconda lezione di romanaccio stretto con Rachel Gazometro.

Per continuare il tema delle arti, dopo il post sul cinema, ci abbiamo preso gusto e vogliamo andare a teatro. Eh già! Qui non stiamo a pettinare le bambole, si parla di temi cul-turalmente elevati, un pò per andare incontro al grande pubblico¹, un pò perché noi ci sentiamo femmine latine su uno dei palcoscenici più belli e affascinanti del mondo: Roma! Diamo quindi il via alle danze.

E’ ormai un annetto che faccio un corso di conversazione in inglese con una ragazza madrelingua. Non so dire se il suo inglese sia perfetto, ma è senz’altro molto brava a farmi sentire a mio agio, anche perché non facciamo mai esercizi pallosi di grammatica, ma sostanzialmente parliamo di chitarrini² nostri. L’altro giorno per ravvivare la nostra oretta mi ha proposto due giochini divertenti, che all’inizio mi han un pò bloccata e imbarazzata, ma poi ci siamo divertite parecchio, tanto che abbiamo iniziato a ridere con le lacrime agli occhi, con beneplacito dei colleghi delle stanze attorno, che stavano lavorando. Il primo era una forma di taboo: dovevo spiegare il significato di una parola, senza usare una lista di termini vietati. Il secondo era quello di usare una lista di vocaboli apparentemente senza collegamento per inventare su due piedi una storia.

Che cappero³ c’entra il teatro qui? Aspè che mo’ ci arrivo!

Tutto ciò mi ha fatto venire in mente che durante l’adolescenza ero parecchio timida e introversa e mia madre, preoccupata, mi aveva costretta a seguire un corso di teatro. Un vero incubo. Ricordo che l’insegnante iniziò con un esercizio facile, facile per metterci comodi. In piedi, davanti a tutti, lui pronunciava una frase ad effetto e tu in tre secondi dovevi rispondere a tono. Sprofondavo dalla vergogna. Avrei voluto essere trasparente, smaterializzarmi come polvere al sole ed evaporare dalla finestra. E invece lui mi chiamò e concitatamente e con passione mi urlò: Ti amo! Io lo guardai esterrefatta, con gli occhi densi di orrore, le gote rosse, le mani gelide e scappai via a gambe levate. Si concluse così la mia infamante sessione di improvvisazione teatrale.

Son passati vent’anni , consapevolezza e maturità mi hanno permesso di improvvisare sketch divertenti, da cabarettista in erba, con l’insegnante d’inglese.


¹ Eh!
² Ho letto in giro che scrivere cazzi è volgare.
³ Anche cazzo è molto volgare. Vado a sciacquar la bocca.

 

 

 

Giovedì esco con Rachel Gazometro, al cinema

 Tutto è nato per caso. 

Le collaborazioni nascono così: simpatia reciproca e qualcosa in comune, ingredienti sufficienti per cucinare insieme. E poi il desiderio di scrivere, di condividere, un po’ per scherzo, un po’ perché è divertente lavorare a quattro mani. Così Rachel ed io abbiamo deciso di cimentarci in un post con traduzione a fronte. Io in italiano e lei in romanaccio, un po’ per insegnarmi, un po’ per giocare.

Non perdete la traduzione a fronte della cara Rachel!

Prima lezione di romanaccio stretto con Rachel Gazometro.

Per esercitarmi con qualcosa di divertente e imparare davvero l’arte dialettica del dialetto romano, ho pensato di iniziare da un film, appena visto, cotto e mangiato: “Perfetti sconosciuti. Ognuno di noi ha tre vite, una vita privata, una vita pubblica e una vita segreta”. (Cit. Gabriel Garcia Márquez).

Forse è spoiler, temo. Nel dubbio, se volete vederlo: sciò!

Sembra quasi di essere a teatro, belle facce chiuse in una stanza che parlano d’amore, di vita, dell’universo tutto.

Cena tra amici nella amata Roma. Eva e Rocco ospitano a casa loro Carlotta e Lele, Cosimo e Bianca, e Peppe, da solo perché la fidanzata, che nessuno ha mai visto, ha la febbre.

Gli uomini si conoscono da quando erano ragazzini, mentre le donne si sono aggiunte nel tempo, tra fidanzamenti e matrimoni. Eva invita tutti a un gioco a massacro: tutti posano sul tavolo il cellulare e, per la durata della cena, ogni messaggio o email saranno letti ad alta voce, qualsiasi chiamata ascoltata in viva voce, le foto alla mercè di tutti. Tanto nessuno ha niente da nascondere, o no?

E scoppia il casino. Eva si scopa Cosimo, il quale in realtà sta con Bianca, Carlotta fa sexting con uno sconosciuto trovato su internet, così come anche Lele, Rocco va dallo psicanalista ma in segreto, Peppe è gay, Bianca  forse è incinta e ha l’ex fidanzato che ancora la cerca.

Insomma, un gran puttanaio d’altri tempi, quasi quasi un horror, perché le mie, le tue paure prendono forma. Chi non nasconde i propri piccoli e grandi segreti in quell’oggettino che è ormai un compagno di vita, il nostro smartphone? Praticamente una scatola nera che fa venire a galla i segreti più peccaminosi di un gruppo di amici che crede di conoscersi alla perfezione. E invece no.

Il cinema e Roma


Zeus, sai quando si parlava di fare cose pazze e straordinarie per smuovere l’ordinaria quotidianità? Che a volte basta un Bounty preso alla macchinetta per darti l’impressione di aver sbroccato in un giorno di ordinaria follia?

Provo un certo gusto masochista a rinunciare a certi piaceri, anche solo per dimostrare a me stessa di avere una volontà di ferro. Poi un giorno sclero e senza un motivo apparente, improvvisamente, apro la diga e mi lascio andare ripetendo all’infinito quello che con tanta forza e determinazione ero riuscita ad eliminare dalla mia vita. E quella cosa lì, a cui a lungo avevo rinunciato, diventa come una droga, idealizzata e goduta, perché a lungo agognata. Ci sono diverse letture per spiegare tale apparente instabilità e sicuramente Freud e compagnia bella potrebbero avere voce in capitolo.

Tutto ‘sto pippone per dirti che, dopo quasi 8 anni in cui non andavo più al cine (Cineclan, forse è meglio che ti siedi), questa settimana ci sono andata due volte. Come cazzo ho fatto ad aspettare tutti questi anni? Perché niente è confrontabile ad uno schermo planetario, il silenzio, il buio, il suono, le immagini enormi e tu che ti immergi nello scuro e nella storia e quando esci non vorresti mai che fosse finito, ti chiedi che ore sono perché hai perso la cognizione del tempo, le pupille ti fanno male, perché non sono più abituate alla luce e poi passi i due giorni successivi a fare stalking acrobatico, per inseguire, leggere, scoprire il regista o gli attori. E vorresti fossero i tuoi migliori amici, avvicinarli, porre un milione di domande, scelte stilistiche, inquadrature, musiche, accenti, modi, colori, velocità, sorrisi, pelle, silenzi, tracce.

E per quanto ami i film di stampo francese e anche nord europeo, ho visto due film italiani, ambientati a Roma e questa volta non mi sono tanto invaghita di una faccia, ma di una città. Che già ero persa e ora ancora di più.

E le promesse sono due, a questo punto: tornare al cinema almeno due volte al mese e parlare romanesco stretto, ho anche un’insegnante d’eccezione con l’icona giusta e gli occhiali da insegnante de noantri. Giovedì esco con Rachel.

Ancora Roma

 m3mango 
Ed eccomi qui, di nuovo su un treno, preso per il rotto della cuffia, che a furia di correre mi stava partendo l’embolo, ad un orario pomeridiano che evidentemente non interessa a nessuno, perché è quasi deserto. Si popola di cinesi poi a Firenze, che cercano come rabdomanti il finto Wi-Fi di Trenitalia. Illusi! 

Io sto di fianco ad un tizio giacca-cravatta che digita, digita, forum di punk abbestia e siti di finanza creativa, ristoranti a Venezia e poste del cuore.

Ed io, svaccata come non mai, mi scialo scalza, appoggiando i piedi sul sedile opposto, coi capelli arruffati, lo sguardo assonnato, mentre provo a scrivere questo post.

È bellissimo lasciare Roma-16-gradi, in cui i taxisti sembrano appena usciti da un film di Montesano, chiacchierano, chiacchierano degli ultimi fatti sentiti alla radio, di collane e pietre preziose, in dialetto stretto, coi capelli unti e i giacconi scozzesi, cercando di convincerti che hanno ragione, e come sottofondo potresti scegliere tra Roma spogliata e Porta Portese e tu, nonostante gennaio, sei senza calze, come i tedeschi che scendono in Sicilia, e gli sembra faccia sempre caldo.

Ma è ancor più bello piombare dentro la Capitale: ogni volta è un tuffo al cuore e le sue pietre ti meravigliano sempre, come nessun’altra città al mondo. Anche se impari ad odiare i sanpietrini sconnessi, che non ti permettono di camminare a dovere sui tacchi, ma poi mangi gli spinaci all’agro e le polpette col sugo e pensi che sia la cosa più buona al mondo.

E i romani, che non son romani, perché arrivano dalla periferia del mondo, ti stupiscono ancora, perché arrivano all’appuntamento in orario, anzi in anticipo, belli e sorridenti, sempre con un aneddoto spassoso da raccontarti e un bicchiere degli amati colli da sorseggiare al tramonto.

Roma, aspettami, torno presto, ciao.