Sona e sono qui

Ci sono dei fatti che ti riportano a calci nel culo in posti in cui avevi deciso di non tornare più. O forse ci speravi o forse era una pausa. Ma tu cerchi di azzittire certe voci e un poco riesci. Ma poi sempre meno.

Sono successi dei fatti che mi hanno indotto a scrollare questa vergogna, questo pudore, anche paura e mi hanno scaraventato qui.

Due fatti in particolare, che non so neppure se voglio raccontare ora, potrei tenermeli per i prossimi post, in modo da avere un motivo per tornare, anche solo per soddisfare la curiosità, se in effetti ci fosse, dei pochissimi lettori a cui la parola m3mango fa venire in mente qualcosa.

Posso raccontare per ora, a piccole dosi come un drogato disintossicato che vuole tornare a farsi, il motivo di questo welcome back semi natalizio.

Fatti personali, non persone.

Il primo è stato un motivo sociale. Perché in effetti fin dall’inizio ho raccontato che questo blog era un servizio all’umanità di WordPress, forse anche per giustificare il sesso esplicito fine a se stesso, masturbazione per i più.

Bando alle ciance: ho provato il Sona e ho pensato che dovrebbe passarlo la mutua. Che sono geek, che sono un po’ nerd, che il Sona è una invenzione pazzesca che ti porta in lidi che a quarant’anni manco pensavo esistessero. Che il clitoride è potere e tutte noi dovremmo essere consapevoli di ciò.

Che è un regalo pazzesco e a Natale calza a pennello, altro che gioielli, pigiama felpato o stella di Natale screziata.

Che in solitudine o in compagnia come per magia ti fa conoscere lati nascosti. Che detto in parole poverissime ti fa squirtare di brutto. E non è poco. Vai a leggere i siti che ti spiegano passo passo come emettere lo schizzo e poi pensi Cristo Santo, non sarà questo che porterà alla parità dei sessi, ma almeno potrei tranquillamente fare la mia porca figura nei video di Tumblr che vedo solo in Wi-Fi per non rischiare di finire i giga della settimana.

Passiamo al secondo. Una serata tra sconosciuti, in una location stimolante, a vincere la mia timidezza e a fantasticare ‘io quello me lo farei’. Ascoltiamo un libro, mangiamo una pasta, ma io su quel divano concluderei la serata. Con la maestrina, con la pittrice, con l’uomo del sud, con lo scrittore, con il disegnatore. Ma magari ci torno con la postilla esplicitata: questi fatti non sono reali, non sono riconducibili a persone esistenti, che non è vero, ma tant’è.

Annunci

Senso: gusto


A questo punto potrei cadere nello scontato. Che ci si aspetta dal tema gusto su un blog che ha come incipit: ‘Se vieni, è il miglior apprezzamento’? Come minimo fellatio, pompini e se mangi ananas lo sperma è più buono. Ma dai?!? Le altre puntate sono nella pagina A puntate, ovvio.

Sono un’esteta delle papille gustative e quando sono in autostrada rifuggo il camogli o l’orrendo bufalino. Mi piace andare a comprare frutta e verdura al micromercatino dei contadini con le gote rubiconde, che d’inverno hanno giusto due cazzate, zucca e declinazioni di cavoli a merenda, ma d’estate è un tripudio di colori, profumi, sapori.

L’altro giorno ero in auto con l’architetto. Un tipo interessante, con cui ho parlato tutto il tempo di viaggi e arte. Ha saputo che chattavo con il mio spacciatore di fiducia per prenotare le uova fresche. Ha esclamato: ‘Sei una raffinata tu!’, ed io gongolavo. Uno dei migliori complimenti mai ricevuti, davvero, da parte di un sessantenne, molto pimpante. Aveva fatto il postale e mi raccontava della Norvegia, dei fiordi, dei treni, delle case di legno.

Da piccola, agli scout si faceva Kim gusto, un gioco che poi ripresi da adolescente interrotta, con giochini sfiziosi alla ‘Nove settimane e mezzo’. Lo vidi per la prima e ultima volta in seconda media, in videocassetta con la mia migliore amica e mi chiesi cosa diavolo c’era di così trasgressivo. Che mi innamorai di Mickey Rourke, che ora per carità.

Contamino il gusto con un pensiero sull’olfatto, del resto non è un modo come un altro per farsi pubblicità? Poi, davvero, scrivere in gruppo ti permette di condividere i brain-storming. Io li propongo sempre nelle collaborazioni, sono così stimolanti! Vecchio retaggio di quando lavoravo in agenzia. Con La Penny, ma anche La Prof, si diceva che l’olfatto è il primo senso, quello più animalesco, insito, profondo e che si sente attrazione per l’altro prima di tutto perché è il naso che lo decide. Per cui con qualcuno proprio non funziona, perché non c’è compatibilità olfattiva, mentre con altri c’è il sesso violento e sublime. La testa e il vestito passano subito in secondo piano.

Senso: olfatto


Non te lo aspetti, senti un odore e violentemente sei riportato indietro di anni, pure secoli. Scusa, ma te lo ricordi?

L’altro giorno camminavo imperterrita sulla pista ciclabile, che se io fossi stata dall’altra parte della barricata, svettante, su due ruote, avrei strombazzato con ira e in un nanosecondo mi ritrovavo tra i cespugli della villa, in fondo al borgo a rinfrescare le mie gote ragazzine ed ad annusare le petunie. Hai idea del profumo che hanno? Sanno di zanzare, di caldo, di sole ormai tramontato, della Madonna in processione, che al paese vecchio viene portata.

Scusa se sono aggrappata a certi odori, se quello della varichina mi ricorda quando mia zia mi insegnava a fare i servizi: a strizzare lo straccio per lavare a terra, a iniziare dai bicchieri e finire con le pentole unte, a fare il risvolto al copriletto che sa di talco Felce. La confezione azzurra sul comò. Ricordi? E se il profumo di fiori mi fa stare bene, il più buono di tutti è quello delle fresie, poi subito dopo la lavanda, i mughetti e il gelsomino. Che la sakura l’ho vista davvero, ma quella è la vista, meno l’olfatto.

Scusa se mi piace da matti quando sfrigola la cipolla nel burro, il profumo del prosciutto appena tagliato, la pizza testè sfornata.

Che respirare a pieni polmoni non serve all’olfatto, ma aiuta a prendere una pausa e mettere un punto tra i miei pensieri faticosi.
Che un tempo mi sarei fatta dei problemi a chiedere il codice da comunicare al controllore sul treno ed ora lo faccio con un sorriso. Perché? Perché sono più vecchia, con meno da perdere, meno da rischiare. Spesso mi chiedo come sarebbe stata, se avessi avuto il carattere che ho ora, 20 anni fa. Probabilmente non sarei qui, chissà.

Che mi ricordo, quasi dodicenne a comprare i sacconi al supermercato inglese di patatine che odoravano di dado Liebig. Allora non sapevo cosa fosse la moderazione, ora chissà.

Senso: vista


Di tutti i sensi a disposizione che non son cinque, ma almeno sei, di cui qui si cerca di far un’antologia da quattro soldi, l’occhio vuole la sua parte ed è la fetta più grande. Ingordo, certo, ma se a quarant’anni non porto gli occhiali e alla visita medica del dottore del lavoro, ogni 2-3 anni, mi si dice 10 decimi, complimenti, posso andare ben, ben fiera.

Opposto all’udito ci sta la vista, mentre il tatto fa categoria a sè, perché scivola senza ombra di dubbio nel torbido, più torbido.

Che mi piaccia guardare è ormai noto, pure la ricerca del bello, del brutto, della simmetria e dell’incoerenza. Del resto il linguaggio scritto e non scritto della comunicazione, che a volte viene confuso dai profani col marketing, che cos’è? Perché c’è qualcosa che funziona, equilibrata e suona bene, mentre un’altra no?

E dagli a correre a catturare con l’occhio una collezione di quadri, di oggetti, arte in generale. E dagli a scorrere su Tumblr per scegliere la foto giusta, per il mio post. Poi ogni tanto mi perdo, mi distraggo, mi eccito, ma quell’immagine è perfetta per me, ne sono certa e la salvo dal mare magnum. Saranno le luci, l’ambiente, l’aria che si respira. E tutto questo lo sanno i tizi che pubblicano le foto su Tinder coi gattini, con lo sfondo del bidet in secondo piano o le unghie visibilmente non curate, con i visi sfregiati dagli aloni bianchi e lo zoom ristretto sul cazzo semi eretto? A volte sforo nel patinato, me ne rendo conto, ma ti assicuro che anche a me piacciono quelle non professionali e caserecce, ma un minimo di buon gusto e occhio clinico, perbacco!

Che io son quella che a tavola si siede spalle al muro per guardarmi attorno, che sbircia dal buco della serratura, che amava osservare la gente che passa, seduta sul balcone pugliese,  a inventare voli pindarici sui personaggi che facevano le vasche verso il borgo. Che bei tempi andati ed anche odiati!

Senso: udito

img_2038

Di tutti i sensi e i doppi sensi, a cui sono instancabilmente legata, perché sono un esercizio per il cervello e per il corpo, che se tu afferri i miei doppi sensi e giochi di parole ed io i tuoi, siamo sulla stessa lunghezza d’onda, siamo insieme sul filo che ondeggia e ridiamo all’unisono e c’è sintonia e forse qualcosa di simile all’amore, dicevo, quello su cui sono in maggior difetto, è l’udito.

Perché se mi origli nell’orecchio, io afferro le singole  lettere che esco dalla tua splendida bocca, ma se sono dall’altra parte della stanza e non parli forte e chiaro, io non capisco.

Non voglio giustificarmi, sia mai, ma di tutti i sensi, quello che serve di meno é proprio questo. Non trovi? Per due anime che si cercano e non dichiarano a parole, ma coi gesti, la tensione reciproca, a che servono le emissioni vocali? Forse sto cercando una giustificazione ai tuoi silenzi, alle frasi spezzate che dette così non vogliono dire nulla, ad occhi discreti, mentre invece i fatti, quelli dichiarati e lampanti, parlano chiaro. Che quando ti chiamo rispondi, quando ti mando una foto mi mandi la faccetta coi cuoricini al posto degli occhi, che mi cucini, che voli da me.

E allora a che serve sentire con le orecchie, se gli organi del cuore, del cervello e del corpo tutto, parlano così chiaro?

Che poi non sentire significa anche un po’ dimenticare, non ricordare e tutto ciò è tipico mio, di Mango, M3 o come vuoi chiamarmi tu. Che il mio nome era un tempo così ricercato e unico e ora ce l’hanno tutte le bambine dai due anni in su. Che affronto l’inflazione!

Che poi si può anche dire, senza vergogna, di essere un pò sordi, del resto lo si può essere su tanti fronti, non trovi? Sordi alle richieste degli altri, sordi al silenzio, sordi al mondo intero.

Ma il silenzio a volte aiuta e pure le orecchie tappate, l’importante è la libertà di parole, che sostengo fortemente, sempre e comunque, pure quella di Charlie Hebdo.

Tokyo Hotel


Gintoki, non c’entra molto, ma mi è venuto così. Grazie per l’ispirazione, mondo gatto!

Ho sognato di essere in hotel. Quei casermoni enormi, tante stanze, tanti bottoni in ascensore. Che schiacci un tasto e non sai dove ti trovi, non sempre c’è il cartello che indica il numero di piano e ti confondi. Sempre.

Quei pavimenti ovattati, moquette di buon livello, peluria alta e densa che ci si sprofonda. Una carezza piacevole alla pianta del piede, che ha lungo camminato e sopportato il peso delle mie ossa, della mia carne. È come un massaggio, un preludio al lasciarsi andare, completamente. Perché quando mi tocchi i piedi, inevitabilmente chiudo gli occhi e apro un po’ le gambe.

Ormai le chiavi elettroniche credo siano una burla. Una qualunque apre tutte le porte. Chi mi garantisce che siano sicure? Protette per cosa? Vorrei entrare dove più mi aggrada, scegliendo a caso, confondendo come faccio sempre, i numeri delle camere. Ho il 456, il 645, no il 234. Non ricordo. Non chiedermi di memorizzare un numero per 24 ore. Mi è davvero impossibile.

Entro a caso. È un labirinto questo e le porte sono tutte aperte al mio tocco. Poggiare le dita sul pomello e lentamente divaricare l’uscio. Mi accolgono la penombra e i tuoi sussurri. Forse mi stai aspettando? Non cerco chiari elementi riconoscibili, che so, un libro sul comodino, le ciabatte, accanto al letto, la felpa col cappuccio che ho comprato online. Respiro l’odore di camera d’hotel e vengo a te.

Ci sei tu, my dear, in canottiera e mutandine, nonostante faccia parecchio freddo. Sei distesa sul letto con gli occhi socchiusi, mi riconosci e mi chiedi se ho una mela da offrirti. Quei frutti rossi che trovi solo al supermercato bio, talmente finti e lucidi che ti chiedi se possono rimbalzare e rimanere intonsi.

Per non fare rumore mi avvicino al tuo orecchio, non resisto e invece di risponderti qualcosa, ti alito un soffio. Calore per te. Risposta giusta, mi prendi la mano e la posi su di te. Protette in questo luogo ovattato, sbocconcelliamo la mela.

Chissà se qualcun altro si aggiungerà?

L’incontro

9a1eddf5-972e-4db6-aac9-9fe8af03a0f4

Mi hai detto che finalmente vi sareste incontrati. Ero contenta che tu avessi combinato proprio quando io ero fuori due giorni per lavoro.

Mi avevi mostrato le sue foto. Era bella. Due occhi così. Un sorriso meraviglioso. La trovavo decisamente sexi. Immaginavo il suo corpo, proseguimento di quegli scatti di viso, che chiamano selfie. Che io vengo sempre malissimo, mentre lei, lei era bella. Avevo visto altre foto che la ritraevano e avevo composto, nel puzzle della mia testa, un corpo armonioso e desiderabile. Forse non avevo visto solo lei, ma tante donne, tutte quelle con cui ti divertivi a chattare, parlare, scrivere, scambiare foto. Ed ora avevi deciso di incontrare una di queste.

Mi hai parlato di pausa pranzo, un ritrovo sfuggente in mezzo alla folla. Non vi eravate mai visti di persona. Almeno è quello che mi avevi raccontato tu. Chissà se era davvero così.

Oppure era solo una di una ennesima volta? Un’ora a disposizione, minuti contati, sessanta. Per appoggiare la tua mano su quelle cosce bianche. Per sfiorare il mento su quelle spalle scoperte. Per intrufolare le mani in mezzo a lievi pelurie rasate.

Con l’eccitazione che scorre lungo la schiena. Con me lontana. Con la possibilità di spostarsi inosservati a casa nostra. 24 ore di tempo. Un letto ampio, senza lenzuola inutili. Solo un telo teso per attorcigliarsi e sudare.

Con la mia approvazione. Con la mia eccitazione. Non voglio guardare, non voglio assistere. Voglio racconti succinti, appena accennati. L’odore estraneo sul mio cuscino, forse anche un capello abbandonato ai piedi del letto.

Com’è andata? Era brava? Si è inginocchiata come nella migliore tradizione di Tumblr? Oppure le piaceva comandare, afferrarti tra i capelli e spingerti forte in mezzo alle sue natiche, per far lavorare la tua lingua nel suo buco del culo? Come l’hai scopata?

Aspetta, aspetta.

Accendo un’altra sigaretta e mentre mi sussurri ancora qualche dettaglio, mi passo la mano sul seno e chiudo gli occhi.

 

Ripetizioni

img_1586

Le cose belle finiscono da sole.

Come neve al sole si sciolgono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Le cose belle finiscono da sole, che non c’è bisogno che ti sforzi, ti impegni, sbatti la testa, ti impunti, imponendoti di smettere. Un giorno ti svegli e ti chiedi come cazzo è possibile che avevi la testa solo lì.

Perché l’amore ti frega. Hai una visione distorta, diventi testardo, hai il paraocchi, come quei cavalli con lo sguardo triste che ti guardano e sembra che dicano: vorrei non essere qui. O almeno più qui.

Le cose belle finiscono da sole e te lo devi sempre ricordare, se fossi una tipa da tatuaggio saprei che farci di questa frase, scolpita nella mente e anche nel cuore.

Le cose belle finiscono da sole. Non ti annoiare, ti prego, chissà se ha senso la mia ripetizione ossessiva e al tempo stesso la mia preghiera. Forse niente ha senso e ci son giganti che abitano ‘sto microscopico mondo e noi siam formiche nell’universo tutto.

Le cose belle finiscono da sole e tu ti volti e non trovi più nulla. Avevo creduto in qualcosa che non aveva senso, ma in quel momento ti pareva la scelta più razionale e ponderata della tua vita. La descrizione di un attimo.

Che se mi chiedi la canzone del momento, ti dico ‘Vorrei ma non posto’ e tutto il resto scorre, come acqua fresca sotto i ponti.

E mi ritrovo a scegliere una collana di fiori variopinti di evidente origine sintetica e prepararmi per la parata del gay pride. Perché è importate esserci, perché i diritti sono di tutti, perché credo davvero che il mondo possa cambiare. E basta un po’ di musica, i sorrisi spontanei, il desiderio di condividere con gli altri lo stesso ideale, la medesima maglietta prestampata che recita “Il domani ci appartiene”, la presenza dei bambini, la mia coroncina di fiori tra i capelli, il sindaco, l’opposizione e la banda comunale per essere certi che forse davvero il mondo sta cambiando e noi ci siamo dentro e se le cose belle finiscono da sole, altre ne nasceranno. Stanne cert@. [un minuto di silenzio per la strage di Orlando]

Tutto su mio padre 

img_1572
Dopo parecchi mesi è tornato mio padre. Per pochi giorni, reunion di famiglia. Siamo sparsi per il globo: è davvero raro avere tutti insieme. Riempie il cuore, ma distrugge gli equilibri, sfasa il nostro umore, così in bilico, così incerto.

La notizia del suo arrivo ci sconvolge nel profondo. Tutti, nessuno escluso.

Lui è quello che a 70 anni prende l’aereo low cost e torna con Bla Bla car, che prepara 2 kg di pasta e un canister di ragù fatto con i pelati messi via da lui l’estate prima, scegliendo personalmente la fornitura di pomodori, raccolti nel campo adiacente al mare, che così sono già salati e genuini. Che prepara sei teglie di melanzane alla parmigiana, si fa tirare su quando si siede in poltrona e ci sprofonda letteralmente, che ci chiede un bacio e ci domanda se siamo ancora le sue bambine. Che ti chiede come va, ma quando inizi a raccontare si stufa e si mette a fare altro. Che se piangi quando se ne va, si gira dall’altra parte. Così sfuggente e così preciso, così tirchio e così generoso.

Che nasconde il portafoglio sotto il cuscino, che ti sporge di soppiatto la busta con 50 euro.

Che si incazza perché si mangia quando decide lui, che al telefono non puoi rispondere quando guidi che non sente nulla, ma poi lui chiama col viva voce e allora sei tu che non capisci, che compra un finto bonsai di fico a 10 euro. Come cazzo può resistere a casa mia una forma vivente di quel genere? Così bella, così impegnativa.

Che ti infila un libro di Saramago nella libreria, senza dirti nulla, che non si fa sentire per giorni, ma quando noi tutti prendiamo un aereo, nella chat comune fa la radiocronaca del volo minuto per minuto, con screenshot della posizione dell’aeromobile  che neanche lavorasse alla torre di controllo.

Che riconosco da lontano, solo accostando l’orecchio, i suoi passi pesanti, che calcano le piastrelle di questa casa bambina, anche lei invecchiata, come tutti noi. Che sarebbe meglio venderla, ma poi nessuno lo fa.

Che i ricordi sono sempre sovrastimati ed ora sono qui ad ascoltare un concerto improvvisato, in mezzo alla strada, in mezzo al fiume, in mezzo al baratro in cui mi trovo e non voglio voltarmi indietro e non voglio affrontare il mio vaso di Pandora, perché se scosto il tappo sono fottuta.

Vaso

img_1359
Porgimi quel vaso trasparente dell’Ikea.

Non ho bisogno di proferir parola. Basta un cenno, il sopracciglio inarcato e lo sguardo puntato su quel pezzo di vetro allocato in credenza. Che lo comprammo insieme, lo scegliemmo a caso, tra mille complementi d’arredo in fila, come soldatini inutili, pronti alla morte. Prezzi stracciati, saldi di primavera, ormai sfiorita.

Consegnamelo, avanti, anche se sono incazzata nera e non ti pare proprio il momento di mettere a bagno delle rose.

Dammi quel vaso, qui e ora. Non c’è tempo di discutere, negoziare, trattare. Qui si tratta di eseguire senza resistere, senza opporsi.

L’abbiamo già visto questo film: ti toccherà raccogliere i cocci schizzati per tutta la casa, è inevitabile e non serve a niente provare a farmi ragionare. Parecchio inutile divagare, far finta di niente, distrarre  i miei pensieri. Parlare di domani, di dopodomani, di lunedì. È tutto superfluo, siamo a un capolinea dichiarato.

E allora che accada, questo disastro annunciato. Il tonfo cristallino rimbomba all’unisono. Riecheggia e tappa le nostre orecchie stufe, ormai sorde a qualsiasi sforzo di venirsi incontro.

Il vaso è rotto, spezzato, irrecuperabile e i vetri per terra finalmente giacciono inermi. Finalmente, si.

Le rose non ci sono, dove sono finite?

Sono rimaste attaccate alla pianta, trapiantata anni fa, quando c’era ancora qualcosa da dire, da fare, da provare. Quando eravamo felici, liberi da fardelli, ormai talmente gravosi che non riusciamo più a raddrizzare la schiena e ci muoviamo ingobbiti come zombie, cerchiati senz’ossa.

Il frastuono  del vaso scagliato e delle nostre parole sanciscono la fine della guerra.

E tu sei lì, silenzioso, che ti sfili le calze con eleganza e inizi a danzare sui frammenti luccicanti. Ti muovi piano, senza guardare il sangue che lentamente gocciola dai tagli provocati, come una penitenza, una reiterata richiesta d’attenzione nei miei confronti. E’ un gioco, io lo capisco, ma io mi sono stufata. Ciao.