La famiglia (II parte)

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Vieni qui, diamo spettacolo.
Non bendarti, è un momento così atteso che voglio godermelo appieno.
Non bendarmi, non posso staccare gli occhi da lui. Non è una distrazione la mia, è che proprio non posso fare a meno di coinvolgerlo con la vista, è il mio prolungamento naturale. Io dipendo da lui, gli sono riconoscente, lo amo follemente, non posso non guardarlo mentre ti mordo i capezzoli e accolgo il tuo seno nelle mie mani a coppa. Seguo il suo sguardo, mentre ti faccio sdraiare sul letto e ti divarico lentamente le gambe. E lui cammina, si sposta, mi cerca, mi sfiora, mi guarda, mi segue, mi osserva, si tocca, si sega. Sento il suo alito nelle orecchie, il suo respiro alle spalle, il suo sguardo fisso, mentre con calma serafica muovo l’indice destro sul tuo clitoride, che piano piano, piano piano, diventa più duro, più turgido, più gonfio, più fradicio.

Lasciati tappare, leccare, schiacciare dal mio peso. Lasciati andare al piacere di tutti e quattro. Siamo dolcissime, ti accarezzo con infinito amore, con la sapienza di mille anni. Sei mia, sono tua, siamo noi quattro.

Lasciati penetrare il buco del culo, so che ti piace, lo sento dal tuo respiro affannoso, lo so da molto tempo. Continuo imperterrita come se fosse l’ultima cosa che faccio, a completamento di un desiderio durato venti anni. Ed è solo l’inizio.

Stai per venire, lo so, lo sento, mi stringi, continuiamo fino a quando me lo ordini tu. Sono qui per te, per noi. E quando ci distruggi l’udito con il tuo urlo stremato, ti sorrido e chiamo anche loro. Non posso fare a meno di baciarvi tutti e tre, non posso fare a meno di ringraziarvi e starvi vicino, addosso. La famiglia.

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Mistresses – La famiglia (I parte)

 Ero pronta, concentrata, stranamente calma. La quiete prima della tempesta. Avevamo entrambe quel vestito di pelle nero, intrecciato sulla schiena. Cortissimo e inutile. Lasciava intravedere il culo, tondo e altero.

Ero pronta, ma avevo bisogno di cinque minuti da sola, per ripercorrere il film che avevo in testa. Il fatto che fosse la prima volta mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Potevo condurre i giochi, era una grossa responsabilità. Ok, ci sono. Mi state tutti aspettando.

E arrivo e vi trovo. Esattamente come avevo richiesto. A quattro zampe, nudi, col collare, bendati. Muovo i miei passi facendo attenzione a fare rumore coi tacchi. Voglio che il ticchettio vi rimbombi nel cervello.  Che visione i vostri culi pelosi a novanta, accessibili a me. Li accarezzo per un po’, uno per mano. Sento un sussulto al contatto della mia mano larga, accogliente, calda, che poi diventa dita a uncino, che si fa spazio nei buchi. Vi sento vibrare, vi ordino di baciarvi, ben sapendo del vostro disgusto. Non voglio un contatto abbozzato, voglio vedere le lingue intrecciate, la saliva che cola sgocciolando per terra, il naso schiacciato, il fastidio delle vostre barbe che sfregano, la foga del momento. Bravi, ragazzi, continuate così. Lei vi guarda soddisfatta e anche io lo sono, soprattutto quando indosso lo strapon sulla bocca. Bravi, ragazzi, siete abbastanza larghi per accennarle con lo sguardo di applicare sui vostri buchi il gel-a-base-d’acqua. E’ bravissima, esperienza da infermiera trentennale. Ok, va bene, siamo tutti pronti. Lei è la mia partner in questo studio che sembra quasi dentistico. E affondo il cazzo di gomma con la bocca, i denti, la lingua, come una lama che trafigge i vostri corpi ardenti. Una, due, mille volte. Li vediamo i vostri cazzi non sono carne, sono marmo. E al culmine esausta mi blocco. Passami una sigaretta già accesa, tesoro, ti dico. Fumiamocela insieme, ce la siamo meritata. Vieni qui. La sai passare da una bocca all’altra senza usare le mani? Ma certo, che domande. Le mani ci servono su di noi. Vieni qui. Mettiamoci davanti a loro, non ci daranno fastidio, per un poco. Vieni qui, ti voglio baciare le labbra aperte e bagnate. Vieni qui, diamo spettacolo.

Il regista

regista

Ti osservavo assorta mentre allestivi il set, con precisione maniacale. La luce continua su cavalletto, i riflettori, gli ombrelli, l’esposimetro.

La cinepresa era piccola e maneggevole. Ti piaceva poterla fissare oppure tenerla in mano e aggiungere movimento e soggettiva, a lavoro finito. Eri sempre tu, ricoprivi tutti i ruoli, regista, sceneggiatore, esperto in luci. Passavi poi i giorni a montare le scene. Giorni lunghi e meditati. Rivedevi le scene più intense per capire se avevi reso nero su bianco l’immagine impressa nel tuo cervello. E ti toccavi, affondando la mano nei jeans.

Era un piacere osservarti all’opera. Ma ero talmente presa fino al midollo, che ti avrei osservato con la stessa attenzione in qualsiasi altra circostanza: mentre mangiavi un panino, lavoravi, dormivi o chattavi con me. Mi ero ripromessa di non abbandonare quella corazza che mi serviva quando inizio a spingere con l’acceleratore, a testa bassa verso il dirupo. Chissà se ce l’avevo ancora. Non riuscivo a capirlo perché i miei occhi, il mio corpo erano rivolti fissi su di te, come un fermo immagine che dura una vita.

Archiviavi i video per categoria e per data, come un vero professionista. Li backuppavi scrupolosamente su un hard disk esterno e poi anche su web. Eri bravissimo a fare queste cose, ti muovevi con sapienza.

Riuscivi ad immaginare le scene, una dopo l’altra con una intensità struggente. Ci infilavi dentro tutte le tue perversioni, il gioco delle parti, il tuo desiderio costante di avere tutto sotto controllo e avere in pugno la scena, comandare noi, che altro non eravamo che burattini erranti, completamente assoggettati a te.

E quando tutto era pronto, partiva il primo ciak.

Ed io felice salivo sul palco, per te, mi umettavo le dita e iniziavo ad eseguire ogni tua direttiva, rapita.

Tu eri il mio unico diletto spettatore, come in quei cinema retrò di periferia, seduto al fondo della sala, che ti godevi in solitaria lo spettacolo, affondando la mano nei jeans.

Le luci su di me: adoravo sapere che mi stavi guardando, che eri qui con me e che mi desideravi.

Avrei fatto tutto per te. Lo sai.