Amiche in sintonia


I pranzi con le colleghe sono sempre parecchio spassosi. Se si parla di sesso ancora di più. (Si parla sempre di sesso, alzi la mano chi non lo fa).

Ed io mi ritrovo sempre a far la vaga, perché in un modo o nell’altro sono sempre più maliziosa, diciamo così. Non perché io sia particolarmente avanti, semplicemente le amiche mie sono un pò indietro. Inesorabilmente indietro. Ahia.

Che se tu ci racconti che tua figlia nel bel mezzo della cena coi parenti, amici tutti, gioisce ad alta voce perché le è arrivato il pacchetto con il plug gioiello, io sorrido a denti stretti, contando mentalmente la mia collezione. Mentre le altre chiedono candide candide cos’è un plug? Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu ci narri scandalizzata della blogger che ha dichiarato sul suo sito di essere lesbica, che certe cose devono rimaner private ed io penso che ieri sera volevo mandare una email alla tipa lesbo chic che ama farsi sculacciare in pubblico, scovata sul portale sexi coppie o qualcosa del genere. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu mi dici che non scopi da due anni (2, two, uno, due), però sei fidanzata e il sesso non è importante. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu dichiari che ti sei innamorata dell’assessore all’ecologia e ci mostri il santino di un discreto manichino, occhio azzurro pesce lesso, perfetto per ficcargli i tacchi sulla schiena. Quindi, no, non va tutto bene!

E quando ti chiedono, ehi cara a te come va? Non puoi proprio rispondere, ecco, insomma, mi sono iscritta al corso intermedio di bondage, sto facendo la maratona di Swingtown e ho scritto agli autori per pregarli di fare la seconda stagione, giusto per farmi la bocca, e poi, ragazze, lo sapete che stasera c’è il Munch in centro città? Chi di voi è andato all’Olimpia? No, non puoi.

Per cui sorridi e chiedi: ordiniamo da mangiare?

L’orgia – La famiglia (III parte)

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Era ancora la stessa sera in cui potevo condurre i giochi. Per cui li concludiamo (temporaneamente) esattamente come avevo deciso.

Non posso fare a meno di baciarvi tutti e tre, non posso fare a meno di ringraziarvi e starvi vicino, addosso.
Avvicinatevi a me. Voglio realizzare quei famosi incastri di cui abbiamo conversato a lungo. Vi voglio attivi e passivi nello stesso momento.
Voglio dentro entrambi gli uomini nello stesso istante. Voglio che lui decida per primo dove, ma voglio anche te, se vuoi, se mi vuoi. Mi vuoi? Io non l’ho capito.
Sei stato nell’ombra, non riesco a materializzarti nella storia, ma sei parte integrante, ci servi, sei con noi, la famiglia.
Vieni qui. Mostrati, non voglio sembrare invadente, per cui fai come desideri, come hai concordato anche con lei. Sappi che mi puoi penetrare, anche lui ha dato il permesso.
Lo so, non è facile, gli equilibri sono instabili, ma ci vogliamo bene, tanto.
L’orgia che cavalchiamo è fluida. Gli incastri, siamo noi quattro.
Ci siamo annusati per giorni, ci siamo studiati, scritti, osservati, goduti, raccontati, ascoltati, amati. Ogni movimento è naturale.
Non ho in mente un copione, questa volta. Il brief è uno solo e lo dichiaro all’inizio, come in quella cazzo di agenzia di pubblicità in cui ho vissuto per anni. Ragazzi, sediamoci al tavolo. Qui comando io. Ho in seno la parola del cliente, che è il verbo. Per cui proponete le vostre idee, ma non si va a votazione. Io sono il giudice indiscusso. E il brief è il seguente: amiamoci.
Voglio qualcosa di sconvolgente, affettuoso, tenero, romantico, delicato. Voglio riprendere con la telecamera i nostri corpi intrecciati, tanto che riguardando il film dopo mesi non riusciamo a capire dove finisce il mio corpo e dove inizia il vostro. Ecco. Questo è il mio e il vostro benvenuto.
Dopo stasera posso cedere lo scettro. Sono soddisfatta. Sono venuta, siete venuti. Abbracciamoci, passandoci una sigaretta da bocca a bocca nello stesso letto, anzi sui materassi stesi per terra.

La famiglia (II parte)

cunnilingus

Vieni qui, diamo spettacolo.
Non bendarti, è un momento così atteso che voglio godermelo appieno.
Non bendarmi, non posso staccare gli occhi da lui. Non è una distrazione la mia, è che proprio non posso fare a meno di coinvolgerlo con la vista, è il mio prolungamento naturale. Io dipendo da lui, gli sono riconoscente, lo amo follemente, non posso non guardarlo mentre ti mordo i capezzoli e accolgo il tuo seno nelle mie mani a coppa. Seguo il suo sguardo, mentre ti faccio sdraiare sul letto e ti divarico lentamente le gambe. E lui cammina, si sposta, mi cerca, mi sfiora, mi guarda, mi segue, mi osserva, si tocca, si sega. Sento il suo alito nelle orecchie, il suo respiro alle spalle, il suo sguardo fisso, mentre con calma serafica muovo l’indice destro sul tuo clitoride, che piano piano, piano piano, diventa più duro, più turgido, più gonfio, più fradicio.

Lasciati tappare, leccare, schiacciare dal mio peso. Lasciati andare al piacere di tutti e quattro. Siamo dolcissime, ti accarezzo con infinito amore, con la sapienza di mille anni. Sei mia, sono tua, siamo noi quattro.

Lasciati penetrare il buco del culo, so che ti piace, lo sento dal tuo respiro affannoso, lo so da molto tempo. Continuo imperterrita come se fosse l’ultima cosa che faccio, a completamento di un desiderio durato venti anni. Ed è solo l’inizio.

Stai per venire, lo so, lo sento, mi stringi, continuiamo fino a quando me lo ordini tu. Sono qui per te, per noi. E quando ci distruggi l’udito con il tuo urlo stremato, ti sorrido e chiamo anche loro. Non posso fare a meno di baciarvi tutti e tre, non posso fare a meno di ringraziarvi e starvi vicino, addosso. La famiglia.

Mistresses – La famiglia (I parte)

 Ero pronta, concentrata, stranamente calma. La quiete prima della tempesta. Avevamo entrambe quel vestito di pelle nero, intrecciato sulla schiena. Cortissimo e inutile. Lasciava intravedere il culo, tondo e altero.

Ero pronta, ma avevo bisogno di cinque minuti da sola, per ripercorrere il film che avevo in testa. Il fatto che fosse la prima volta mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Potevo condurre i giochi, era una grossa responsabilità. Ok, ci sono. Mi state tutti aspettando.

E arrivo e vi trovo. Esattamente come avevo richiesto. A quattro zampe, nudi, col collare, bendati. Muovo i miei passi facendo attenzione a fare rumore coi tacchi. Voglio che il ticchettio vi rimbombi nel cervello.  Che visione i vostri culi pelosi a novanta, accessibili a me. Li accarezzo per un po’, uno per mano. Sento un sussulto al contatto della mia mano larga, accogliente, calda, che poi diventa dita a uncino, che si fa spazio nei buchi. Vi sento vibrare, vi ordino di baciarvi, ben sapendo del vostro disgusto. Non voglio un contatto abbozzato, voglio vedere le lingue intrecciate, la saliva che cola sgocciolando per terra, il naso schiacciato, il fastidio delle vostre barbe che sfregano, la foga del momento. Bravi, ragazzi, continuate così. Lei vi guarda soddisfatta e anche io lo sono, soprattutto quando indosso lo strapon sulla bocca. Bravi, ragazzi, siete abbastanza larghi per accennarle con lo sguardo di applicare sui vostri buchi il gel-a-base-d’acqua. E’ bravissima, esperienza da infermiera trentennale. Ok, va bene, siamo tutti pronti. Lei è la mia partner in questo studio che sembra quasi dentistico. E affondo il cazzo di gomma con la bocca, i denti, la lingua, come una lama che trafigge i vostri corpi ardenti. Una, due, mille volte. Li vediamo i vostri cazzi non sono carne, sono marmo. E al culmine esausta mi blocco. Passami una sigaretta già accesa, tesoro, ti dico. Fumiamocela insieme, ce la siamo meritata. Vieni qui. La sai passare da una bocca all’altra senza usare le mani? Ma certo, che domande. Le mani ci servono su di noi. Vieni qui. Mettiamoci davanti a loro, non ci daranno fastidio, per un poco. Vieni qui, ti voglio baciare le labbra aperte e bagnate. Vieni qui, diamo spettacolo.

Adescatrice

adescatrice

Odio andare a mangiare da sola nei locali pubblici. M’imbarazza. Credo di averlo fatto due sole volte nella mia vita. Piuttosto mangio un panino per strada. Farei finta di essere molto impegnata a leggere o a chattare, per non dare l’impressione di essere una sfigata. Oppure proverei ad osservare intorno, accavallando sapientemente le gambe, con un braccio adagiato sulla sedia accanto. Con lo sguardo un po’ inclinato, passerei la lingua impercettibilmente sul rossetto. Inizierei a squadrare tutti i commensali, chiedendomi chi sono, provando a indovinare la loro vita. La loro vita sessuale. Se desiderano essere presi, se amano comandare, se tutto sommato sono soddisfatti, oppure sono sempre alla ricerca di qualcosa, qualcuno.

E poi incrocerei il tuo sguardo. Ah, che meraviglia. Lo so, lo so che i miei occhi vivono di vita propria. Parlano. Ricordo che nel viaggio in India, riuscii a fare dei gran discorsi, inequivocabilmente espliciti solo con gli occhi. Non avevamo una lingua comune, ma ci siamo parlati, desiderati per ore, per giorni, mio caro sikh. Mi regalasti anche una collana, che conservo ancora.

Dicevo, ti fisserei da maniaca. Sarebbe una meravigliosa sfida, provare ad usare solo un senso dei cinque a disposizione. Senza proferire parola, muovendomi appena con sapiente lentezza, ti farei capire il mio desiderio. Mi darei un tempo, per fare le cose per bene. Ti sorriderei, con dolcezza, facendoti credere che siamo qui, siamo soli. Azzeriamo il rumore, la gente, l’odore dei burgher, la musica anni ‘80, i piatti sporchi, i bicchieri col segno del rossetto, i bambini che urlano, l’odore della birra caduta sul pavimento,le cameriere squillanti, il trillo del cellulare, le porte che sbattono. Come in un fermo immagine, siamo io e te, ora, adesso.

E quando sono sicura di averti promesso l’eccitazione, di aver creato l’aspettativa, mi alzerei piano, aprendo le gambe leggermente, per trasmetterti il desiderio di averti dentro. Mi alzerei, ti passerei accanto e andrei nel cesso. Ad aspettarti, sicura che è l’unica cosa che ti interessa ora. Entrerei e ti aspetterei di spalle, mani contro il muro. Accessibile e consapevole che in pochi minuti saresti qui.

E infatti arrivi, non ne puoi fare a meno. Ti avvicini col fiato strozzato e sai già cosa devi fare. A questo punto la vista non serve più. Siamo noi, siamo la cerniera che scende, la cintura, le mutande, l’odore del tuo cazzo sul mio culo.

The end

Il rosario

fuma

Ti aspetto al solito posto, nel magazzino in campagna. Non devi venire, non devi venire in auto. Voglio che imbarazzato tu chieda un passaggio a un amico, adducendo scuse del cazzo. Perché non c’è altra ragione al mondo che ti spinga a venire qui, in questo luogo sporco, che sa di piscio, in mezzo al nulla.

Entra dal retro, ti aspetta il guinzaglio.

Vieni, vieni dentro e chiudi la porta. Puoi tenere gli occhi aperti, questa volta non ti bendo, dentro è buio pesto.

Sentimi, sentimi armeggiare alle tue spalle. Riconosci dall’odore la mia mano decisa ed esperta che fissa lo strapon. Il freddo del cristallo contro il tuo buco. Gemi, gemi, mentre te lo spingo dentro.
Il mio bacino si muove con ritmo lento e regolare, affondo sapientemente. Ti tengo la testa con le mani, respiro il tuo collo e quando mi va, ti lecco dietro, dentro le orecchie. Sì, sono la tua padrona. Lo sai.

La mia scarpa rossa sulla tua testa e il guinzaglio ti fanno inarcare ancora di più la schiena. Strofina, strofina la testa contro il mio polpaccio, cagnetto fedele.

Non devi venire, non devi venire ancora. Apri la bocca, mostrami i denti e mentre te li bacio ad uno ad uno, ad uno ad uno, ti appoggio il cristallo sulle labbra. Lecchiamolo insieme, pregno dei tuoi umori.

Le nostre lingue si cercano, si sfiorano, si incrociano. Ora continua tu. Voglio fissarti mentre lo spompini. Io, seduta accanto a te, apro le cosce, mi godo la scena, affondo le mani.

Poi, poi mi avvicino a te, senza alzarmi, ferendomi, strisciando sul pavimento come un serpente. Siamo sudati, siamo polverosi, siamo due animali che si annusano. Allungo la lingua sui tuoi reni e l’affondo nel solco peloso e morbido. Scivola giù, fino al buco e li ci rimane per lunghi minuti, forse per ore, non ne ho idea. Poi all’improvviso, come se mi fossi risvegliata, afferro il rosario che è lì per terra e mi balena un’idea.

Strappo coi denti il cerchio ingranellato, in modo da formare una corda e inizio a infilare ad uno ad uno, ad uno, ad uno i chicchi grossi come monete su per il tuo culo, madido di sudore.

Arrivo fino a metà del rosario e ogni volta che infilo un chicco, tu sussulti eccitato.

Poi, chiudendo gli occhi, fisso il cervello sui chicchi freddi, ovali, duri come pietre e me li infilo, ad uno ad uno, ad uno ad uno, nel mio buco grondante. E mi avvicino a te sempre di più, come se fossimo solo più un unico serpente, facendo aderire perfettamente le mie grosse tette alle tue scapole sporgenti, la tua schiena fradicia e pelosa al mio ventre glabro, i nostri bacini e quel filo di perle che scorre così bene, trattenuto e poi lasciato dalla forza e dal controllo dei nostri muscoli.

Siamo legati da un filo, ormai cortissimo ed io ti abbraccio forte, i palmi delle mani aperti sul tuo petto.

Sbatto il bacino sul tuo culo: qualche grano mi esce dalla fica, entra dentro di te.

La mia mano scende sul tuo addome, ti sfioro l’ombelico, apro le dita e penetro i tuoi peli pubici. E ti afferro il sesso e ti sego con entrambe le mani, mentre sbatto il mio bacino contro i tuoi reni e sfrego il clitoride contro il rosario.
Poi al culmine, smetto. Sfilo il rosario. Mi stendo per terra, mi accendo una sigaretta e mi godo la vista di te, perplesso e attonito.

Non venire, non venire neanche ora.
Annusa il mio fumo, riempiti i polmoni. Sono io che comando. Lo so, lo so cosa farai adesso, sei il mio cagnetto fedele. Ti avvicinerai e inizierai a leccarmi le scarpe rosse.

L’ultimo tiro. Dai, vieni qui. Finiamoci. Distenditi, voglio prenderti così. Mi accovaccio su di te come se dovessi pisciare e mi impalo.

E finalmente rivestiti, ti porto a casa.