Tokyo Hotel


Gintoki, non c’entra molto, ma mi è venuto così. Grazie per l’ispirazione, mondo gatto!

Ho sognato di essere in hotel. Quei casermoni enormi, tante stanze, tanti bottoni in ascensore. Che schiacci un tasto e non sai dove ti trovi, non sempre c’è il cartello che indica il numero di piano e ti confondi. Sempre.

Quei pavimenti ovattati, moquette di buon livello, peluria alta e densa che ci si sprofonda. Una carezza piacevole alla pianta del piede, che ha lungo camminato e sopportato il peso delle mie ossa, della mia carne. È come un massaggio, un preludio al lasciarsi andare, completamente. Perché quando mi tocchi i piedi, inevitabilmente chiudo gli occhi e apro un po’ le gambe.

Ormai le chiavi elettroniche credo siano una burla. Una qualunque apre tutte le porte. Chi mi garantisce che siano sicure? Protette per cosa? Vorrei entrare dove più mi aggrada, scegliendo a caso, confondendo come faccio sempre, i numeri delle camere. Ho il 456, il 645, no il 234. Non ricordo. Non chiedermi di memorizzare un numero per 24 ore. Mi è davvero impossibile.

Entro a caso. È un labirinto questo e le porte sono tutte aperte al mio tocco. Poggiare le dita sul pomello e lentamente divaricare l’uscio. Mi accolgono la penombra e i tuoi sussurri. Forse mi stai aspettando? Non cerco chiari elementi riconoscibili, che so, un libro sul comodino, le ciabatte, accanto al letto, la felpa col cappuccio che ho comprato online. Respiro l’odore di camera d’hotel e vengo a te.

Ci sei tu, my dear, in canottiera e mutandine, nonostante faccia parecchio freddo. Sei distesa sul letto con gli occhi socchiusi, mi riconosci e mi chiedi se ho una mela da offrirti. Quei frutti rossi che trovi solo al supermercato bio, talmente finti e lucidi che ti chiedi se possono rimbalzare e rimanere intonsi.

Per non fare rumore mi avvicino al tuo orecchio, non resisto e invece di risponderti qualcosa, ti alito un soffio. Calore per te. Risposta giusta, mi prendi la mano e la posi su di te. Protette in questo luogo ovattato, sbocconcelliamo la mela.

Chissà se qualcun altro si aggiungerà?

L’incontro

9a1eddf5-972e-4db6-aac9-9fe8af03a0f4

Mi hai detto che finalmente vi sareste incontrati. Ero contenta che tu avessi combinato proprio quando io ero fuori due giorni per lavoro.

Mi avevi mostrato le sue foto. Era bella. Due occhi così. Un sorriso meraviglioso. La trovavo decisamente sexi. Immaginavo il suo corpo, proseguimento di quegli scatti di viso, che chiamano selfie. Che io vengo sempre malissimo, mentre lei, lei era bella. Avevo visto altre foto che la ritraevano e avevo composto, nel puzzle della mia testa, un corpo armonioso e desiderabile. Forse non avevo visto solo lei, ma tante donne, tutte quelle con cui ti divertivi a chattare, parlare, scrivere, scambiare foto. Ed ora avevi deciso di incontrare una di queste.

Mi hai parlato di pausa pranzo, un ritrovo sfuggente in mezzo alla folla. Non vi eravate mai visti di persona. Almeno è quello che mi avevi raccontato tu. Chissà se era davvero così.

Oppure era solo una di una ennesima volta? Un’ora a disposizione, minuti contati, sessanta. Per appoggiare la tua mano su quelle cosce bianche. Per sfiorare il mento su quelle spalle scoperte. Per intrufolare le mani in mezzo a lievi pelurie rasate.

Con l’eccitazione che scorre lungo la schiena. Con me lontana. Con la possibilità di spostarsi inosservati a casa nostra. 24 ore di tempo. Un letto ampio, senza lenzuola inutili. Solo un telo teso per attorcigliarsi e sudare.

Con la mia approvazione. Con la mia eccitazione. Non voglio guardare, non voglio assistere. Voglio racconti succinti, appena accennati. L’odore estraneo sul mio cuscino, forse anche un capello abbandonato ai piedi del letto.

Com’è andata? Era brava? Si è inginocchiata come nella migliore tradizione di Tumblr? Oppure le piaceva comandare, afferrarti tra i capelli e spingerti forte in mezzo alle sue natiche, per far lavorare la tua lingua nel suo buco del culo? Come l’hai scopata?

Aspetta, aspetta.

Accendo un’altra sigaretta e mentre mi sussurri ancora qualche dettaglio, mi passo la mano sul seno e chiudo gli occhi.

 

Babylon City 


Non ricordo quanto è grosso quel letto, forse due piazze accostate, anche tre, di quelle spettacolari, circondate dai portici, dalla fila ordinata degli alberi che fioriscono in primavera e tu ti volti per catturarne il profumo. Poi intorno  i divanetti, forse per sedersi, appoggiarsi, rilassarsi, come quando ti accomodi per aspettare il tuo turno dal dentista, o per andarti a confessare. Per dire cosa? Sensi unici, doppi, semafori rossi, via libera, incroci, incastri, controviali, contromano, controsenso, in cui non sai mai chi ha la precedenza, favoriamo la circolazione: la massa siamo noi.

È parecchio buio, è difficile aggiungere particolari, tipo il colore della carta da parati, le facce delle persone, l’inesistenza delle finestre, il suono ovattato dei nostri respiri, gli abiti succinti, i petti villosi che sbucano dalle camicie semiaperte e le cinte penzolanti, come code di cane, volpe, attaccate ai plug metallici. Forse vogliono risparmiare sui lampioni?

Sembra un labirinto: le stanze, le scale, le tende, i bagni, la macchinetta dei goldoni e delle cicche. Passo sicuro il mio, nonostante i tacchi alti e sottili, sguardo fiero, decoltè sfacciatamente in mostra. Non sono preparata a tutto ciò, non ho decisamente l’abbigliamento adatto. Vorrei indossare quei vestitini succinti con la cerniera spavalda e la zip che ammicca, ciondola, come se chiamasse a raccolta le dita sottili e precise di tutti quei corpi arrapati.

Tu non mi dai la mano, mi appoggi il braccio lungo la schiena, mi sento protetta. Ti seguirei anche in capo al mondo così. L’esame della patente l’ho sostenuto diversi anni fa, ho studiato il codice della strada, lo conosco a memoria: ogni accensione del motore, una ruga in più.

Guidami le mani sulle cosce delle femmine vicine, accostami ai fianchi di questi maschi allupati, tu dirigi il traffico ed io eseguo alla lettera ogni tuo singolo cenno, movimento, sguardo. Sono pronta a tutto, pur di compiacerti e lo so, oh se lo so, tu mi controlli e mi spii e al tempo stesso stai vagliando tra la folla in circolazione chi vuoi fare tua, mentre ho le fessure occupate, gli occhi chiusi, le spalle inarcate.

Questo è un nostro gioco e alla fine usciremo da qui insieme, mano nella mano, che la strada è ancora lunga e il viaggio è appena iniziato.

L’identità dei fatti


Prosegue il tema dell’identità che avevo iniziato qui e qui. Mi piace molto, credo che continuerò.

Circostanza numero 1: la mia patente
Oggi alle 4 di pomeriggio presa dal sacro fuoco dell’ordine compulsivo ossessivo della borsa, mi sono accorta che la mia patente è scaduta. Da tre mesi. Non ho la carta d’identità, e i miei più assidui fan sanno che l’ho persa, ma per tre lunghi mesi ho puntato tutto su un documento dichiaratamente non più valido. Mi sono seduta al tavolo verde per 90 lunghi giorni, pensando di avere un amuleto invincibile in tasca, ho tirato i dadi spavalda e invece non avevo un cazzo. E ho guidato per tre mesi rischiando la multa. Che non è solo una questione economica e di amor proprio. È un andare contro la legge e anche la giustizia. A delle regole scritte non scritte che non posso fare a meno di non seguire, per carattere, per coscienza, per integrità morale. Che poi tutto questo essere ligia nei confronti della legge, svacca senza ritegno in altri ambiti. Chissà perché, curioso l’essere umano.

Circostanza numero 2: la tua carta d’identità
Anche tu non ce l’hai più. Anche tu l’hai persa, abbandonata, lasciata chissà dove. Forse è scappata e si è rifugiata sotto un ponte, con la luna metallo, che ci illumina al buio. Io non capisco se davvero siamo così simili come mi pare, o se è solo una fantasia, una volontà che non esiste, un desiderio di assonanza, il mio spirito di unione, che giustifica e mi rassicura, ma che a degli occhi attenti e razionali sembra solo un bluff, un grosso equivoco su cui mi piace trastullarmi, amabilmente. Chissà.

Conseguenze alla circostanza numero 1: i testimoni
Mi è rimasto il passaporto, ma se decidessi di bruciarlo, sarei completamente priva d’identità. Del tipo che per dimostrare la mia esistenza nel mondo dovrei procacciarmi due testimoni, disponibili a dichiarare, sotto giuramento, che io esisto, non sono un fantasma, uno spirito che aleggia nell’aria, che un giorno si manifesta qui, un giorno è dall’altra parte del globo. Magari!

Conseguenze alla circostanza numero 2: mi scopro romantica e non è un bene
Io sono quasi sicura che i nostri documenti siano insieme, così come le nostre identità. Sono lì accoccolati, che rollano una canna e si fanno due risate, mentre ci osservano da lontano, che fatichiamo, ci consumiamo su inutili problemi esistenziali. Che ogni tanto ci lasciamo andare, che spesso facciamo i sostenuti, che qualche volta facciamo e anche spariamo cazzate, che molto spesso vorremmo essere altrove, anche quando ci stiamo divertendo. Perché noi siamo così: non siamo mai soddisfatti, la completezza non c’è mai, c’è sempre ricerca, tensione, inquietudine. Perché?

Da Vice: Intervista a una delle sex blogger più famose di internet

A qualsiasi persona si sia trovata su internet a leggere di sesso in inglese è capitato di imbattersi in Girl on the Net. Ogni mese, 100.000 persone visitano il suo blog per leggere ciò che ha da dire su temi come la doppia penetrazione con lo strap-on, il perché le donne alte non escono con gli uomini bassi, la prima volta in cui si ha a che fare con sesso anale e i giochi erotici che prevedono l’uso di coltelli.

In pratica, GOTN si è costruita un seguito raccontando i vari modi in cui gli esseri umani possono fare sesso, ma man mano che il suo profilo anonimo online cominciava ad attrarre attenzione, la sua vita è cambiata. Si è innamorata, ha avuto un esaurimento nervoso, e ha dovuto ripensare a chi era veramente, dietro la maschera anonima di GOTN.

È di questa parte della vita di GOTN che parla il suo nuovo libro, How a Bad Girl Fell in Love. L’abbiamo raggiunta per una chiacchierata.

VICE: Un tema fondamentale nel tuo lavoro è la confutazione del pensiero socialmente accettato secondo cui i gusti sessuali derivano dal genere—l’idea che agli uomini piaccia il sesso e alle donne piacciano le coccole. In che misura credi che le nostre preferenze sessuali derivino dai condizionamenti sociali?
GOTN: Penso che la cosa interessante in questo momento sia proprio il fatto che non lo sappiamo. Molte delle cose che ci insegnano a credere hanno un’influenza su ciò che vogliamo studiare. Così magari studiamo le varie attitudini che ha la gente quando pensa al partner ideale, ma gran parte di quelle ricerche–e del modo in cui interpretiamo i risultati—è basato su cosa sappiamo già. Le persone che guardano il tutto da un punto di vista evolutivo diranno: “la ricerca ci dice che gli uomini vogliono questo e le donne questo.” Ma riusciamo davvero a capire quanto di questo derivi dalla natura e quanto invece sia acquisito?

Se decidiamo di affermare che almeno alcune delle nostre abitudini e preferenze sono acquisite, stiamo dicendo che c’è la possibilità di cambiarle?
È una domanda difficile. Non voglio arrivare a dire che puoi attivamente modificare i tuoi gusti sessuali, perché andando troppo a fondo in questo ragionamento si finisce per pensare che le terapie per “convertire” i gay abbiano un fondamento. Quello che credo è che non solo possiamo esplorare il perché di una particolare perversione ma anche che abbiamo la responsabilità di analizzarla.

A me piace il BDSM e mi piace essere sottomessa sessualmente, e prima di aprire il blog avrei detto, “Bene, non ci posso fare niente: si tratta di ciò che vuole la mia vagina.” Ora sono più propensa a dire: “Sì, questa è una cosa che mi attrae sessualmente e non ho intenzione di vergognarmene, ma posso cercare di capirne il perché.” Probabilmente ci sono un sacco di questioni sociali e culturali per cui trovo questa cosa eccitante—influenze precoci, cose che ho visto da piccola e che hanno avuto un’impronta sul mio modo di pensare. Non direi che ognuno può e deve plasmare i propri desideri, ma che tutti possiamo esplorarli; e questo, in fondo, rende le cose molto più interessanti.

Scrivi molto onestamente di come sia possibile fare del sesso stupendo con gente che non ti piace. Non è vero che essere innamorati equivale sempre a una buona intesa sessuale. Ma anche al di fuori dai circoli religiosi, c’è chi si arrabbia al solo pensiero. Attribuiamo ancora un valore sacro al sesso, vero?
Sì. C’è quest’idea che il sesso è la cementificazione dell’amore o la scintilla che porta all’amore. Sta tutto in quell’idea che l’amore sia l’obiettivo finale, che l’amore etero e monogamo sia questa bolla di splendore, l’ideale che dovremmo voler raggiungere.

Sono d’accordo. Da qui i problemi con la commercializzazione del sesso..
È come un riflesso. Appena si nomina il sesso, la gente si agita. Penso che la prostituzione sia un argomento particolarmente ostico per molte persone. L’idea che sia un lavoro è così radicale perché da quando nasciamo ci viene insegnato che le nostri parti intime sono preziose. Forse agli uomini non particolarmente, ma alle donne di sicuro. Si lega tutto alle nozioni di purezza e verginità, che hanno una forte influenza su di noi.

Sembra che tu sia estremamente paziente con la quantità infinita di foto di peni che ricevi, ma dal tuo libro, la cosa più allarmante è che alcuni uomini non capiscono di poterti intimorire. Come il ragazzo che ti ha scritto, “Lol, non sono uno stupratore,” e poi, “non costringermi a mandarti dei fiori.” Credi di essere arrivata a qualche agghiacciante verità sulla psiche di queste persone?
Non userei la parola agghiacciante, ma prima di aprire il blog avrei detto che i ragazzi non capiscono il femminismo, ma che spiegandoglielo ci possono arrivare. In realtà, ci sono un sacco di uomini che sono onestamente dalla nostra parte e che hanno a cuore il problema, solo che non sono disposti a vedersi potenzialmente come “cattivi”. Una delle cose mi stupisce è il fatto che nessuno pensa mai di essere il cattivo.

Cioè, anche io non credo di essere ‘la cattiva’! Ho fatto e scritto cose sul mio blog che ripensandoci adesso giudico orrende. Ma al tempo non sapevo di essere dalla parte del torto. Quando però ricevo cose estreme, cose veramente aggressive, là non c’è prospettiva e si tratta semplicemente di un comportamento di merda. Come regola generale, cerco di non parlarne troppo. Sento che più ne parlo, più ricevo messaggi del genere.

Quali sono state le parti del libro più difficili da scrivere?
Per me è molto difficile affrontare il tema della salute mentale. Voglio trasmettere l’orrore—ho vissuto momenti in cui veramente non volevo più vivere—ma non voglio sembrare indifesa. Voglio poter dire, “È una merda, ma ecco qua cosa ti lascerà di positivo,” e questo è particolarmente difficile da fare, soprattutto in momenti in cui magari non me la passo bene.

Credi che il modo in cui parliamo di sesso stia cambiando in positivo, o ci sono ancora troppi finti esperti in giro?
Voglio essere ottimista, ma di tanto in tanto mi imbatto in articoli tipo, “Cinque cose da non fare durante un rapporto a tre”, o quelle cose incredibilmente dogmatiche della stampa mainstream. Ma sì, in generale sono ottimista. Abbiamo esperienze più variegate, il nostro mondo è sempre più vasto, e abbiamo abbastanza informazioni per poter rifiutare quel tipo di articoli.

Per avere informazioni su Girl on the Net: How a Bad Girl Fell in Love vai qui.

Segui Frankie Mullin su Twitter.

Fonte

Swingtown, Dan Savage e il Festival di cinema erotico

 

Ho finito Swingtown (alla lettera sveltina), peccato sia solo una stagione. Pare che avesse poco pubblico. Racconta di sesso ma non lo mostra. Parla di scambismo e di tre coppie americane durante la rivoluzione sessuale. Godibile, simpatica, affronta il tema con delicatezza, non in modo superficiale. Alla fine la coppia più aperta è quella più felice e si diverte di più.

Non so la ragione esatta per cui è stato sospeso, ma inevitabilmente mi viene in mente la posta di Dan Savage, tradotta in italiano sull’Internazionale. Tra l’altro questo è l’unico giornale al mondo (il mio mondo, of course) che merita di essere letto con costanza.
Io dichiaro tutto il mio amore non corrisposto per Dan, la posta del cuore di Dan. So che fa anche un programma TV, ma non l’ho mai visto. Le letterine dei suoi fan sono deliziose e senza tabù, si parla di fleshlight, rapporti vanilla e kinky, bdsm, senza giudizi, senza filtri e le sue risposte lo sono altrettanto. Leggere i commenti su Facebook dei criticoni repressi perbenisti (italiani) mi dà allo stomaco, come se esistesse davvero un giudice imperscrutabile che sale in cattedra e decide che cosa è giusto e cosa no. Ma dai. Ma per favore. Si scopa senza oggettistica, giochi di ruolo, solo MF, niente anal, che vita triste.
Il sesso non è al centro della mia vita, ma è importante e ognuno dovrebbe viverlo come più gli piace.

Sabato sera sono stata al Fish and Chips (naming stupendo, isn’t it?). Il Festival del cinema erotico. Che poi più che erotico era parecchio porno. Che platea c’era? Gente normale, giovani, anziani, madame sabaude, ragazzini eccentrici, gay e lesbiche, io.
Si respirava aria frizzante, pseudo intellettuale, persone pacate, anche se poi eravamo tutti un pò eccitati quando sono arrivati i sussulti in stereofonia, quando abbiamo fatto i guardoni davanti alle orge collettive a pieno schermo.
Ho visto un film molto bello, spiritoso, divertente, originale, con una sceneggiatura (!) ed uno abbastanza brutto, con poca storia, incomprensibile, gratuito. Uno era tedesco, l’altro americano con protagonisti di colore.
Schnick Schnack Schnuck era il titolo del primo, che è il gioco carta forbici sasso.
Il secondo non ve lo racconto perché ho avuto difficoltà a seguirlo, a parte vedere quel nero gigante, tutto muscoli e tatoo che penetra la protagonista. Era l’ultima produzione di Candide Royalle, precursore di Erika Lust, donne regista e produttrici di film hard, che si rivolgono ad un pubblico anche femminile e che propongono un sesso più realistico ed emozionale,  più artistico, tralasciando gli aspetti volgari del porno comune, pensato ad uso e consumo prettamente maschile (le sborrate coi fuochi d’artificio, per intendersi).
Perchè il porno è anche cultura e di donne così dovrebbero essercene davvero sempre di più.

Amiche in sintonia


I pranzi con le colleghe sono sempre parecchio spassosi. Se si parla di sesso ancora di più. (Si parla sempre di sesso, alzi la mano chi non lo fa).

Ed io mi ritrovo sempre a far la vaga, perché in un modo o nell’altro sono sempre più maliziosa, diciamo così. Non perché io sia particolarmente avanti, semplicemente le amiche mie sono un pò indietro. Inesorabilmente indietro. Ahia.

Che se tu ci racconti che tua figlia nel bel mezzo della cena coi parenti, amici tutti, gioisce ad alta voce perché le è arrivato il pacchetto con il plug gioiello, io sorrido a denti stretti, contando mentalmente la mia collezione. Mentre le altre chiedono candide candide cos’è un plug? Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu ci narri scandalizzata della blogger che ha dichiarato sul suo sito di essere lesbica, che certe cose devono rimaner private ed io penso che ieri sera volevo mandare una email alla tipa lesbo chic che ama farsi sculacciare in pubblico, scovata sul portale sexi coppie o qualcosa del genere. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu mi dici che non scopi da due anni (2, two, uno, due), però sei fidanzata e il sesso non è importante. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu dichiari che ti sei innamorata dell’assessore all’ecologia e ci mostri il santino di un discreto manichino, occhio azzurro pesce lesso, perfetto per ficcargli i tacchi sulla schiena. Quindi, no, non va tutto bene!

E quando ti chiedono, ehi cara a te come va? Non puoi proprio rispondere, ecco, insomma, mi sono iscritta al corso intermedio di bondage, sto facendo la maratona di Swingtown e ho scritto agli autori per pregarli di fare la seconda stagione, giusto per farmi la bocca, e poi, ragazze, lo sapete che stasera c’è il Munch in centro città? Chi di voi è andato all’Olimpia? No, non puoi.

Per cui sorridi e chiedi: ordiniamo da mangiare?

La mia memoria

mango
Avevo trovato un modo per riuscire a sopravvivere alla perdita di memoria. So di non essere originale, manco per nulla, però mi trasmette fiducia  (non sempre, a dire il vero) e ho l’impressione di avere la mia vita vagamente sotto controllo.

Pensavo fosse un metodo usato da tutti, perché per me è impossibile farne a meno. Invece scopro che non è così e tutto ciò mi stupisce terribilmente.

Dio, c’è ancora qualcosa nella vita che ti può stupire! Anche questo mi infonde sicurezza, speranza. Non ho già visto tutto, riesco ancora a  meravigliarmi di qualcosa. Che iniezione di fiducia!

Non voglio divagare: a me piacciono i post corti, 500 battute massimo, perché non riesco a mantenere un’attenzione maggiore su qualcosa che compare a video. Ammiro la sintesi e la anelo. A volte, se sono molto presa, leggo anche testi lunghi, ma quando scrollo e noto  che il dito continua a tirare giù, mi viene sempre un pò di ansia.

Comunque, dicevo, io compilo liste. Sono maniacale. Spesso le faccio uguali su più device: su Note, Evernote, Wunderlist, Shopshop, Excel e poi anche sulla carta. Su bigliettini che sembrano francobolli, sui Post-it che attacco al telefono, su fogli A4 che piego e ripiego, in maniera ossessiva e ficco in borsa. Mi permettono di avere l’impressione di ricordare e al tempo stesso di organizzarmi e anche di godere, quando posso tirarci una riga sopra. Questa è la parte che amo di più.

A volte però, faccio le stesse liste in posti diversi, e poi mi confondo e passo i giorni a chiedermi dove ho messo le mie note. Questo è parecchio frustrante.

Con le password invece son messa bene, non le scrivo mai da nessuna parte, ne ho in testa un po’, e in base al livello di sicurezza che voglio dare scelgo quella che mi pare più appropriata. Sono almeno dieci, tutte diverse, composte da lettere e numeri. Ecco, in questo non ho problemi.

Anche con i visi delle persone me la cavo benissimo, potrei riconoscere senza problemi un compagno delle elementari, un ex collega di 10 anni fa, un’insegnante. Stessa cosa per gli odori: li memorizzo e li riconosco a distanza di anni.

Ricordare nomi invece è una tragedia. Non ricordo nulla. Sai quando sei ad una festa e ti presenti? Dopo 10 secondi ho fatto tabula rasa. Questo può essere parecchio imbarazzante.

Sull’orientamento e la memorizzazione delle strade sono inefficiente, il mio compagno fidato si chiama TomTom oppure i passanti che molesto ad ogni incrocio chiedendo informazioni sui prossimi 100 metri.

A ben diritto posso includere questo inutile post nella categoria ‘Seghe mentali’ che interessano solo a me, ma almeno provo a trarre giovamento da queste elucubrazioni. Penso di avere:

  • una discreta memoria visiva
  • una pessima memoria verbale
  • una tragica memoria relativa alle scadenze, che non so come si chiami.

Forse dovrei iniziare a disegnare quello che devo ricordare?

Postalmarket per adulti

 mango 
E niente, son di nuovo in treno, sull’Italo delle mie brame.

Mi piacciono i treni alta velocità perché ti indicano sui monitor dove si fermeranno i vagoni. Così tu ti accorgi sempre che sei dalla parte opposta, inizia la fiumana di gente che si sposta da un capo all’altro del binario e poi immancabilmente il treno non rispetta le indicazioni dei monitor e tutti di nuovo si spostano all’altro capo. Fantastico, pare ‘na danza! In Giappone funzionava uguale ma non sbagliavano mai, neppure le persone. Veggenti!

 Questa volta non posso fare le candid camera con i vicini, mentre scrollo le foto maiale su Tumblr, perché mi han piazzato in un sedile da sola, extra large, addirittura. Meglio così, d’altro canto, visto che a far la simpatica e maliziosa, l’altra volta mi son bruciata il traffico di due mesi in quattro giorni. Ma quanto magnano le foto e i video? Uno sproposito. Anche perché il Wi-Fi sui treni è una grossa bufala.

E allora che fare per passare il tempo, certo non posso guardare fuori dai finestrini, che è tutto grigio, ma grigio nebbia e niente non si vede nulla, esattamente come a Budapest, come ricorda l’amichetto Gintoki.

E allora scorgo la posta e cosa ti arriva? La mail del sexi shop, che non è esattamente un sexi shop come gli altri, ma un posto parecchio raffinato, in centro città, che costa il triplo, ma la commessa non mastica chewingum svogliata e non ti risponde a monosillabi, ma da perfetta padrona di casa ti presenta tutte le funzionalità delle palline, che sono a scelta o viola o rosa shocking, splendide al tatto e quando le infili con nonchalance, spariscono per magia, puff!, meglio degli spettacolini trash di quest’estate in Tailandia. E le puoi usare per fare i mestieri oppure (parole testuali) mentre il tuo lui ti incula. Ok, mi hai convinta, le prendo!

Ma nel catalogo via mail c’è un pò di tutto, il ring counter che infila lui e conta le calorie consumate, il numero di spinte e il tempo impiegato (!), l’intramontabile ovetto da indossare al ristorante o al supermercato mentre fai la spesa, la mascherina in vinile, che pare un pizzo, vedo, non vedo e i fantastici plug anali di nuova generazione, in diversi formati, rigidi e anche un pò morbidi, che di nuovo ti permettono spettacoli di magia, da veri professionisti!

E intanto sono arrivata, la spesa al sexi shop per corrispondenza mi tocca rimandarla a più tardi. Milano, here I am!

80 voglia di te

mango 

Liberamente ispirato ad un corto di Erika Lust.

Ricordo perfettamente quando eravamo tutti vestiti anni ’80 con gli scaldamuscoli mosci e fosforescenti, la fascia elastica che ti taglia la testa, i fuseaux snellenti con il body sopra che segna a V l’inguine, i calzoncini tipo Adidas con gli spacchi di lato, le canottiere sudate al punto giusto, le magliette over size con la spalla scoperta.

E si faceva ginnastica, anzi aerobica, sforzandosi di fare il proprio meglio, flessioni, addominali malefici, affondi, squat, ma forse allora quello manco esisteva.

E c’era quel trainer tutto gonfio, muscoli, che impartiva ordini a tutti, menando il tempo e cazziando chi non stava dietro ai suoi 1, 2, 3, 4, stella. Antipatico, scorbutico non c’è che dire, noi a novanta a fare pressione sui palmi delle mani e gli avambracci tutti, lui tronfio con il dito alzato, sentendosi Gesù nel tempio a dettare comandi.

Ma ad un certo punto qualcuno di noi iniziò a ribellarsi, forse per via delle aderenze in bella mostra, le generose scollature, le guaine seconda pelle, colorate e provocanti, non si sa esattamente per quale ‘azz di motivo, ma qualcuno provò gusto ad ammiccare, fare l’occhiolino, lo sguardo maliardo, la lingua sul rossetto acceso, il sorrisetto di lato, agli altri sottomessi del gruppo. E inizialmente da timidi e repressi diventammo più forti, più consapevoli della forza del gruppo e iniziammo chiano chiano a disubbidire al tremendo oppressore in tuta e scarpe da ginnastica!

E scappò il primo bacio, il primo limone, poi due, tre, mille. Mani che si toccano, frugano, sfiorano, pentrano, uncinano, menano, sfregano. Via i vestiti tutti, diventammo un unico essere aggrovigliato e felice. Trenini deliziosi, corpi concatenati, non più concentrati ad eseguire ordini, ma dediti a dare e raccogliere piacere, in quello sfondo bianco della palestra anni ’80 e quel mucchio di stoffa colorata sparpagliata un pò ovunque.

E mentre il maestro tentava invano la disciplina, l’obbedienza, l’asserzione, noi eravamo troppo concentrati a succhiare cazzi e tutto il resto.