V come roller


L’inutile post di ieri, giri di parole sconclusionati e inutili, per dire che mi sono iscritta ad un corso di roller, in linea.

Ma anche per continuare a riflettere sulla velocità, che non è solo vento in faccia come mi ricordava Smadonno, ma anche piacere nel compiere azioni veloci, appunto, efficienti, minimo sforzo massimo rendimento. Come quando a scuola, studiavo italiano con lo sputo, come sentenziava mia madre e i temi me li scriveva, durante l’intervallo, il mio compagno di classe secchione, per arrivare al sei stiracchiato, che una volta si rimandava a settembre, mica c’erano i crediti formativi, due mea culpa e sette ave maria.

Dicevo, ho sempre amato pattinare, lo faccio da tempi immemori, ma senza alcuna arte, nè parte. Ho imparato da bambina, con quei pattini con le ruote a due a due, che indossavi con le scarpe da ginnastica Superga bianche o blu e il freno era una grossa gomma tonda sotto la punta. Autodidatta, altrimenti detto maestra ad cazzum.

Perché mi piace? Per la velocità ovviamente, che riesco a raggiungere, per il fatto di essere a contatto con la natura, perché di solito lo faccio nei parchi. Però non ho tecnica, non so frenare, curvo in modo automatico, ma senza incrociare le gambe dietro, insomma vorrei acquisire consapevolezza del mezzo, non sembrare una che s’improvvisa, ma una che ne sa a pacchi e anche bene.

Era un pò che ci pensavo e ieri sera ho iniziato.

I maestri sono due giulivi che vivono un po’ sulle nuvole, apparentemente una giovane coppia ben assortita. Lui alto, ricciolone, con gli occhiali da sole sempre in testa e lo sguardo da pagliaccio, lei bruna, carina, con lo sguardo perso e l’aria casta e pura.

I compagni di corso, invece, sono una massa di allupati, che passano il tempo a sparare battute di dubbio gusto e a spalleggiarsi a vicenda. Due uomini e dieci donne, insieme statisticamente rappresentativo della fauna mondiale. Probabilmente si è sparsa la voce che il corso di roller è una valida alternativa a Tinder.

Abbiamo fatto esercizi di preparazione all’uscita della prossima settimana, al parco: passare sui tombini, salire e scendere dai gradini, fare le salite, superare i piccoli dossi. È stato divertente! Spero di diventare una fuori classe dei pattini in linea, che fa anche tanto porno anni ’80, con gli scaldamuscoli, la fascia elastica tra i capelli, il body sui pantacollant e il Big Babol, ovviamente.

V come velocità


A volte mi chiedo se certi piaceri, ma anche pensieri, che per me sono scontati, siano universali oppure appartengano solo a me.

Che ancora mi ricordo, quando ero una nanerottola ed ero convinta che tutti i bambini del mondo imparassero prima l’italiano e poi la lingua dei genitori. E ci ho messo un pò a capire che mi ero fissata su una grossa panzana. Come se l’italiano fosse così facile da assimilare, che ci sono autoctoni che faticano ancora in avanzata età ad usare i congiuntivi e la consecutio temporum. Che si può perdonare, anzi mi piace l’inclinazione della parlata dialettale, certi intercalari regionali, alcune espressioni che non sono errori, ma traduzioni letterali evolute, come quando scendi la spazzatura, ma certi errori fanno accapponare la pelle.

Il piacere, dicevo, della velocità, per esempio. Del mio corpo a mille chilometri all’ora, che sfreccia, col vento in faccia, il sibilio dell’aria che punge, a volte gelata, piccole frecce conficcate nella pelle e la sensazione elettrizzante di sfidare qualcosa, qualcuno. La mia concentrazione e lo sguardo vigile, la fermezza della mano e del piede, la giusta dose di sfrontatezza, ardire, calcolo mentale delle probabilità, prevenzione e cura, anticipazione dei movimenti altrui, che io stia sciando, che io stia pattinando, che io stia guidando, è sempre la stessa tattica. Strategia che mi tiene viva, che mi sbatte in faccia la mia identità. Che mi è chiara e limpida. A volte. Anzi, riformulo, è l’immagine che mi piace dare di me stessa. Tranquilli tutti, so cosa fare. Poi magari non ne ho idea, ma tutti mi credono, io faccio a modo mio e questo è l’importante. Che ognuno ha le sue specialità e soffro molto quando non vengono rispettate. Ma continuo ad andare fuori tema, a non spiegare. Qualcuno mi vorrebbe bacchettare a dovere. Facciamo così. Questo è un preambolo. Nei prossimi post svilupperò.

Il piacere palpabile della velocità. Anche molto relativa, per cui si rende necessario il confronto con gli altri, in una escalation adrenalinica: la bonaria competizione, la soddisfazione di aver scalzato l’avversario e l’impercettibile sorriso stampato sul volto quando tagli per primo il traguardo. Come quando Gene Gnocchi introduceva Vecchioni in quella meravigliosa canzone, che quello sguardo ce l’ho pure io stampato:

Ogni anno che passa, mi piace vedere la tua faccia
da viaggiatore di commercio che ha scoperto al
casello che c’è lo sciopero e non si paga e fa la
faccia seria ma dentro… ride.

Promiscuità


Ho imparato l’anatomia del tuo corpo: le linee, gli incavi, i buchi, le protuberanze, i muscoli, le escrescenze, il tuo odore, il tuo profumo, il tuo sapore. Come ti muovi, cosa ti piace, cosa cerchi, cosa ti imbarazza. I tuoi sorrisi, il tuo sguardo, le tue frasi interrotte.

Ho preso appunti, diligentemente, come mi piace fare. Come a scuola. Ho segnato ogni giorno i punti chiave da memorizzare. Procedo per schemi, io. Ho focalizzato le nostre esigenze, ho tracciato le curve, ho composto le tabelle.

Non so tutto di te, mi serviranno altri anni, ma almeno il diploma l’ho preso. Ne sono certa. Non sono l’unica ad averlo conseguito, questo lo so, ma non mi importa per nulla, non sono gelosa e l’autostima non mi manca.

Ora sono pronta, siamo parati. C’è un mondo da esplorare ed io lo voglio fare con te. Una voragine che mi attira, come le sirene con Odisseo formidabile. Un percorso da intraprendere, tempestoso, che mi eccita, che mi infuoca.

Ti riconoscerei tra mille, anche al buio, nella penombra dei corpi aggrovigliati, catene, incastri di pelle e muscoli, tra i fiati intrecciati, le mani allungate, i permessi richiesti ed accordati, gli assensi, gli accessi, le aperture, le disponibilità concesse a sconosciuti mascherati dalle luci strobostopiche.

C’è qualcosa che mi affascina, che mi chiama, che mi porta a desiderare tutto ciò. Fa parte di me.
Me ne sono resa conto all’improvviso, come quando hai i pezzi del puzzle davanti e non hai idea della figura che si comporrà alla fine. Quella prospettiva dall’alto che aiuta e ti permette di avere una visione a lungo termine, della tua vita. Piccoli passi che compongono un viaggio speciale, il nostro.

È andata così: io davanti a te, con l’entusiasmo e il desiderio struggente e primordiale di provare qualcosa di nuovo, diverso. Una svolta alle nostre vite. Mi guardo indietro e osservo le curve, i tornanti che ho tracciato per noi. Sempre.

L’identità dei fatti


Prosegue il tema dell’identità che avevo iniziato qui e qui. Mi piace molto, credo che continuerò.

Circostanza numero 1: la mia patente
Oggi alle 4 di pomeriggio presa dal sacro fuoco dell’ordine compulsivo ossessivo della borsa, mi sono accorta che la mia patente è scaduta. Da tre mesi. Non ho la carta d’identità, e i miei più assidui fan sanno che l’ho persa, ma per tre lunghi mesi ho puntato tutto su un documento dichiaratamente non più valido. Mi sono seduta al tavolo verde per 90 lunghi giorni, pensando di avere un amuleto invincibile in tasca, ho tirato i dadi spavalda e invece non avevo un cazzo. E ho guidato per tre mesi rischiando la multa. Che non è solo una questione economica e di amor proprio. È un andare contro la legge e anche la giustizia. A delle regole scritte non scritte che non posso fare a meno di non seguire, per carattere, per coscienza, per integrità morale. Che poi tutto questo essere ligia nei confronti della legge, svacca senza ritegno in altri ambiti. Chissà perché, curioso l’essere umano.

Circostanza numero 2: la tua carta d’identità
Anche tu non ce l’hai più. Anche tu l’hai persa, abbandonata, lasciata chissà dove. Forse è scappata e si è rifugiata sotto un ponte, con la luna metallo, che ci illumina al buio. Io non capisco se davvero siamo così simili come mi pare, o se è solo una fantasia, una volontà che non esiste, un desiderio di assonanza, il mio spirito di unione, che giustifica e mi rassicura, ma che a degli occhi attenti e razionali sembra solo un bluff, un grosso equivoco su cui mi piace trastullarmi, amabilmente. Chissà.

Conseguenze alla circostanza numero 1: i testimoni
Mi è rimasto il passaporto, ma se decidessi di bruciarlo, sarei completamente priva d’identità. Del tipo che per dimostrare la mia esistenza nel mondo dovrei procacciarmi due testimoni, disponibili a dichiarare, sotto giuramento, che io esisto, non sono un fantasma, uno spirito che aleggia nell’aria, che un giorno si manifesta qui, un giorno è dall’altra parte del globo. Magari!

Conseguenze alla circostanza numero 2: mi scopro romantica e non è un bene
Io sono quasi sicura che i nostri documenti siano insieme, così come le nostre identità. Sono lì accoccolati, che rollano una canna e si fanno due risate, mentre ci osservano da lontano, che fatichiamo, ci consumiamo su inutili problemi esistenziali. Che ogni tanto ci lasciamo andare, che spesso facciamo i sostenuti, che qualche volta facciamo e anche spariamo cazzate, che molto spesso vorremmo essere altrove, anche quando ci stiamo divertendo. Perché noi siamo così: non siamo mai soddisfatti, la completezza non c’è mai, c’è sempre ricerca, tensione, inquietudine. Perché?

m3mango nell’eden


Me ne aveva parlato un’amica. Una tipa di quelle un pò alternative, con gli occhialoni da vista enormi bordati in maniera esagerata di nero.  Con anelli, orecchini e tatoo in ordine sparso, con quei pantaloni a cavallo basso, le tshirt con colori a caso psichedelici, il basco di sbieco in lana grezza, le Camper asimmetriche, le collanine mistiche e l’amore per la naturopatia sempre ed ovunque, insomma l’opposto mio e al tempo stesso esattamente il tipo di persona che mi attrae.

Mi aveva portato il listino prezzi, fotocopiato malamente, un lungo elenco di servizi a prezzi davvero invitanti, in centro città, proprio sul tragitto casa/lavoro. Come potevo non andare a ficcarci anche io il naso?

Per cui ho telefonato e prenotato la cosa più semplice che potessi farmi fare, giusto per provare e poi eventualmente tornarci, rassicurata e convinta di non essere finita per sbaglio in una macelleria improvvisata.

E ieri è stato il mio giorno. L’ingresso, dalla strada appare molto elegante e accogliente, porte scorrevoli, telecamera, portiere, triplo ascensore, pulsantiera touch, receptionist molto fashion, con capello corvino, carina e occhialuta, luci chiare, piante d’appartamento, poltroncine d’attesa in cui sprofondare e un andirivieni di giovin fanciulle quasi tutte con la coda di cavallo sventolante, curatissime, smalto, sopracciglia disegnate, casacca bianca con scollatura e cerniera sul seno, pantaloni a sigaretta dello stesso colore e ciabatte mediche d’ordinanza (che a me fanno sempre un certo effetto, n.d.r.). Tutte con pochette nera sottobraccio. Alle 15 in punto qualcuno annuncia il mio cognome. Oddio, tocca a me!

Mi viene incontro una dolce pulzella, non troppo alta, sorridente, che mi accompagna in una camera, con luci soffuse, sgabelli e sedute imbottite. Mi fa accomodare, accende la lucina, mi fa allungare i piedi e intanto si china in avanti e mi mostra il suo generoso décolleté, si inginocchia per prendere il barattolo di crema e si intravede l’intimo bianco latte. Io cerco di mantenere un fare di nonchalance, ma mi pare di essere dentro un film, o forse mi han catapultato  nell’eden, o in paradiso, certamente in un posto meraviglioso, dove la vita ti sorride sempre, non devi lavorare, fare la lavatrice, pagare la spesa, rispondere di sì al capo, fanculare chi ti taglia la strada in auto.

Mi prende entrambe le mani e in un’ora e mezza di puro piacere mi fa una manicure da raccontare ai posteri.

Identity found



Prosegue il tema dell’identità che avevo iniziato qui e su cui ha scritto qualche cosa anche l’amico Domenico Mortellaro.

Musica gentilmente offerta dall’amica Mela sbacata: Every breath you take.

E pian piano raccolgo in un folder i documenti che attestano la tua vita. Come un puzzle, come l’opera di un sapiente detective alla ricerca di un’identità: la tua.

Omissioni di parole e opere. Ma tra le maglie della tua corazza ogni tanto c’è un buchino, una piccola falla, ed io la colgo subito, l’avverto  anche ad occhi chiusi e ci infilo subito il dito dentro, come una ragazzina dispettosa.

E raccolgo, raccolgo, colleziono i pezzi anche quelli impercettibili e mi dedico al mio hobby preferito. Mi devi perdonare, ma io mi diverto così: andare a caccia dei tuoi indizi. Non ho fretta, raccolgo con calma flemmatica ogni singolo sassolino e metto da parte, poi la notte accosto le tessere del mosaico e mi soffermo ad ammirare il mio lavoro di certosino.

Archivio il tuo curriculum, le tue foto, i ricordi, i pensieri, gli aneddoti, i giochi, i nomi dei tuoi parenti, l’indirizzo di casa, i colleghi, i tuoi gusti, le tue manie, le perversioni, la marca dell’auto che guidi, le donne che hai amato, i tuoi profili sparsi per la rete, le debolezze, i vestiti, i libri, i gusti, gli sport, i malanni, la musica, i film, i viaggi, i tuoi orari, le posizioni in cui ti piace scopare. Sono anni, che segno tutto meticolosamente, come se dovessi scrivere un libro, la tua biografia. Sono massimamente esperta di te, e sento desolatamente la tua mancanza.

Ma quando il folder sarà stracolmo e cadrà a pezzi, sarà il segnale che è arrivato il momento di ritrovarsi, finalmente.

Noi due, unici su questa terra, anzi bagnasciuga, a respirare l’odore salmastro del mare. Il sale e gli schizzi d’acqua ci bagnano il viso. Come tante volte abbiamo scherzato, desiderato e anche sognato. Dammi la mano.

E il folder posso gettarlo ammare.

La sintonia ai tempi di WP

mango
Mi domando quanto si cerchi la sintonia nel mondo reale e in quello digitale. Nel senso di armonia, simpatia, slancio, nei confronti delle persone che ci circondano.

Perché, finché sei nella vita di tutti i giorni non puoi esagerare con il decluttering dei colleghi, parenti, amici, mentre nel virtuale cosa succede?

Qui, per esempio, in questo microcosmo che è WP, in cui puoi esattamente scegliere con chi parlare, chi seguire, con chi diventare amico, anche solo di penna. Cosa fai? Selezioni solo quelli che la pensano come te? Oppure ti piace confrontarti anche con chi ha le idee molto lontane dalle tue? Perché se non sei d’accordo e ti piace palesarti, rischi il flame. Devi essere diplomatico? Oppure dici si a tutti, o ancora se non condividi gli stessi pensieri, non dici nulla e magari lasci un like? Oppure ancora dici che piace quello che ti fa schifo o non capisci?

Certo, il rapporto con chi è ideologicamente lontano da te, è più faticoso, implica uno sforzo dialettale e non è detto che ne valga la pena. O si?

Si perde il confronto e la critica costruttiva se si ha a che fare con persone che la pensano come te, che votano, scrivono, hanno i tuoi stessi bisogni, interessi. Mi devo sforzare, perché non devo neanche cambiare strada per non incontrare chi non voglio vedere, a volte basta un click e ti defollowo e tu manco te ne accorgi.

Del resto il tempo è tiranno e quei ritagli di tempo in cui decidi di dedicarti a WP, li usi per colloquiare amabilmente, leggere un racconto, aggiornarti su quello che ti piace, mica ti va di sfracellarti i marroni con i post che proprio non reggi, siano esse poesie, aforismi, foto, quadri, racconti, cazzi propri o quant’altro ti annoia?

Tralasciando chi cazzeggia su WP, ma prendendo in considerazione solo le teste pensanti che mettono dell’impegno, cosa scatta in ognuno di noi che ti fa decidere, questo blogger lo seguo e questo, no per carità di dio? I temi trattati, lo stile, i follower. Cosa?

Nota:
1. Questo post, a buon diritto, rientra nella categoria ‘Seghe mentali’.
2. Si, mi piacerebbe avere la vostra opinione. Un like non mi basta.

Omaggi aziendali

 mango 
Un’azienda di tante persone è come una piccola città, in cui è importante per la sopravvivenza intrecciare relazioni di buon vicinato, che poi potrebbero anche sfociare in vere amicizie. E’ un po’ come avere un amico idraulico, dottore o dipendente dell’Ufficio delle Entrate.
Tra questi ci son colleghi che è meglio avere dalla tua parte, in caso di bisogno, necessità, interesse, emergenza, codice rosso. Ecco qui la mia personale lista, in ordine di rilevanza:

1. CED
Avere un collega, ma anche compagno di caffè dell’area informatica è fondamentale, perché corre in tuo aiuto se:

  • ti si crasha il pc
  • devi fare i pivot dell’Excel e non sai da che parte iniziare
  • ti va in fumo l’ultimo salvataggio del PPT con 100 slide
  • per caso ti sei scaricato un porno e hai infettato tutto l’hard disk
  • ti si è inceppata la stampante del piano con la mappa dei ristoranti a Bangkok ed è evidente che non hai viaggi di lavoro esotici nei prossimi sei mesi

In realtà, poi il mio collega è davvero simpatico e abbiamo scoperto di avere passioni simili in campi extra-lavorativi (leggi serie TV porno soft).

2. Risorse umane
La collega del Personale è il mio sogno erotico per eccellenza tanto che mi ha pure ispirato un post. Ma a parte l’attrazione fatale, visto che ho seri problemi a capire quanti giorni ho di ferie presenti, passati, futuri, residui, permessi retribuiti, non retribuiti, ROL, Avis, trasferte, uscita di servizio, posso romperle le palle senza vergogna perché siamo amiche e ogni tanto ci beviamo una birra insieme (se ti stai chiedendo se me l’ha servita, la risposta è ancora no, purtroppo).

3. Servizi generali
Che poi è un modo altisonante per dire Segreteria. E’ quella che ti salva sempre il culo, per cui devi adorarla a prescindere, perché:

  • fa da filtro alle telefonate che vuoi evitare
  • ti fa i biglietti del treno, prenota gli hotel e pur mandandoti a quel paese, ti modifica data/ora/giorno anche all’ultimo minuto, quando cambi idea
  • ritira i pacchi per te, che fingi siano per lavoro e invece sono gli ordini di tutta la famiglia allargata, dal volcano vaporizer (non metto il link per pudore) alle scarpe su Yoox
  • spedisce le tue raccomandate, così non ti tocca entrare nel girone dantesco delle Poste Italiane

 

Lost and not found

  
Ho perso l’identità.

Me l’hai rubata tu.

Così senza manco sforzarti, con quell’espressione non curante, che niente ti scalfisce, quel modo di fare che rapisce, impenetrabile, che non capisco cosa senti, cosa provi, cosa davvero vuoi.

Mi hai preso il documento con una scusa e non l’ho visto più. Chissà dove l’hai buttato?

Per terra? In un tombino scuro e profondo, dove i coccodrilli immaginari posso cibarsi al buio, dove i topi fanno festa, rosicchiando la carta, gustando la mia foto, leccando la mia firma in calce e il timbro della residenza.

Nella spazzatura? Che quando ti ricordi di scenderla è perché la cucina puzza troppo e non sopporti più la compagnia delle mosche e delle zanzare tutte.

O l’hai nascosto tra i libri della biblioteca, in mezzo a un volume dimenticato, ricoperto di polvere, di quelli che non legge nessuno, per ignoranza e per noia, per noncuranza. 

Oppure l’hai venduto al ricettatore sotto casa, quello che frequenta il bar dello sport, in cambio di due lire, un pacchetto d’erba e un ingresso per due al privè fuori città.

No, no, ho capito, l’hai trattenuto tu, me l’hai sottratto e lo conservi di nascosto per avere qualcosa di mio, perché non vuoi ammetterlo, neppure a te stesso, ma vuoi avere le mie generalità tutte per te. Che non potevi dichiarare il tuo interesse e allora hai architettato di rubarmi l’anima, il cuore, il cervello e pure la carta d’identità, per spogliarmi del tutto e lasciarmi nuda e imbarazzata a vagare senza sosta cercando l’attestato, il certificato che prova, senza appello, la mia esistenza.

Ho perso la carta d’identità, la residenza, la mia altezza, il colore degli occhi e dei capelli, la foto scattata anni fa, che forse non sembro neppure più io, il timbro, la firma del sindaco, la scadenza.

Non mi importa nulla, l’importante è avere te.

Acronimi amorosi

mango

A
mami, solo questo mi interessa, anche se non scopi solo con me, anzi proprio per questo motivo. Non sono gelosa, no, aspetta, lo sono, ma le imposizioni non servono a nulla, anzi, proibire è il primo passo per trasgredire. L’importante è tu corra da me, ogni volta.

Montami, come piace a me, da dietro, mentre le tue dita sfregano ed io trattengo il respiro e ti dico continua e il muro, a sua volta, sfrega sulla nostra pelle e i vicini sono costretti a tapparsi le orecchie, perché siamo sfacciatamente molesti.

Osiamo insieme. Voglio giocare con te, bendami, imboccami, leccami, odorami, 69 passaggi di te e di me, 69 di incastri e nascondini.

Resisti, resisti. Resisti? Mi resisti anche con questa lingerie di pizzo nero, le autoreggenti e il tacco che mi hai specificatamente chiesto, come la comanda che ritira il ragazzetto al ristorante? Che siamo seduti, uno accanto all’altro ed io vorrei scivolare sotto il tavolo e cercarti nel buio?

Eccomi, sono qui solo per te: ti voglio infilare la mano attraverso la camicia color latte e tastare i tuoi morbidi peli neri.

Mostrami cosa ti piace: le mani, la bocca, il naso, la bava, gli odori, l’acqua che scivola tra le nostre cosce, nella doccia troppo stretta, che non permette di muoverci a dovere, dove lo spazio è risicato, ma ci basta, è sufficiente per una vita insieme.

Io ti amo.

O no? Hai ancora dei dubbi? In quante lingue dei gesti, dei pensieri, delle opere e delle omissioni ti devo dire che ti amo alla follia?