Amiche in sintonia


I pranzi con le colleghe sono sempre parecchio spassosi. Se si parla di sesso ancora di più. (Si parla sempre di sesso, alzi la mano chi non lo fa).

Ed io mi ritrovo sempre a far la vaga, perché in un modo o nell’altro sono sempre più maliziosa, diciamo così. Non perché io sia particolarmente avanti, semplicemente le amiche mie sono un pò indietro. Inesorabilmente indietro. Ahia.

Che se tu ci racconti che tua figlia nel bel mezzo della cena coi parenti, amici tutti, gioisce ad alta voce perché le è arrivato il pacchetto con il plug gioiello, io sorrido a denti stretti, contando mentalmente la mia collezione. Mentre le altre chiedono candide candide cos’è un plug? Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu ci narri scandalizzata della blogger che ha dichiarato sul suo sito di essere lesbica, che certe cose devono rimaner private ed io penso che ieri sera volevo mandare una email alla tipa lesbo chic che ama farsi sculacciare in pubblico, scovata sul portale sexi coppie o qualcosa del genere. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu mi dici che non scopi da due anni (2, two, uno, due), però sei fidanzata e il sesso non è importante. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu dichiari che ti sei innamorata dell’assessore all’ecologia e ci mostri il santino di un discreto manichino, occhio azzurro pesce lesso, perfetto per ficcargli i tacchi sulla schiena. Quindi, no, non va tutto bene!

E quando ti chiedono, ehi cara a te come va? Non puoi proprio rispondere, ecco, insomma, mi sono iscritta al corso intermedio di bondage, sto facendo la maratona di Swingtown e ho scritto agli autori per pregarli di fare la seconda stagione, giusto per farmi la bocca, e poi, ragazze, lo sapete che stasera c’è il Munch in centro città? Chi di voi è andato all’Olimpia? No, non puoi.

Per cui sorridi e chiedi: ordiniamo da mangiare?

80 voglia di te

mango 

Liberamente ispirato ad un corto di Erika Lust.

Ricordo perfettamente quando eravamo tutti vestiti anni ’80 con gli scaldamuscoli mosci e fosforescenti, la fascia elastica che ti taglia la testa, i fuseaux snellenti con il body sopra che segna a V l’inguine, i calzoncini tipo Adidas con gli spacchi di lato, le canottiere sudate al punto giusto, le magliette over size con la spalla scoperta.

E si faceva ginnastica, anzi aerobica, sforzandosi di fare il proprio meglio, flessioni, addominali malefici, affondi, squat, ma forse allora quello manco esisteva.

E c’era quel trainer tutto gonfio, muscoli, che impartiva ordini a tutti, menando il tempo e cazziando chi non stava dietro ai suoi 1, 2, 3, 4, stella. Antipatico, scorbutico non c’è che dire, noi a novanta a fare pressione sui palmi delle mani e gli avambracci tutti, lui tronfio con il dito alzato, sentendosi Gesù nel tempio a dettare comandi.

Ma ad un certo punto qualcuno di noi iniziò a ribellarsi, forse per via delle aderenze in bella mostra, le generose scollature, le guaine seconda pelle, colorate e provocanti, non si sa esattamente per quale ‘azz di motivo, ma qualcuno provò gusto ad ammiccare, fare l’occhiolino, lo sguardo maliardo, la lingua sul rossetto acceso, il sorrisetto di lato, agli altri sottomessi del gruppo. E inizialmente da timidi e repressi diventammo più forti, più consapevoli della forza del gruppo e iniziammo chiano chiano a disubbidire al tremendo oppressore in tuta e scarpe da ginnastica!

E scappò il primo bacio, il primo limone, poi due, tre, mille. Mani che si toccano, frugano, sfiorano, pentrano, uncinano, menano, sfregano. Via i vestiti tutti, diventammo un unico essere aggrovigliato e felice. Trenini deliziosi, corpi concatenati, non più concentrati ad eseguire ordini, ma dediti a dare e raccogliere piacere, in quello sfondo bianco della palestra anni ’80 e quel mucchio di stoffa colorata sparpagliata un pò ovunque.

E mentre il maestro tentava invano la disciplina, l’obbedienza, l’asserzione, noi eravamo troppo concentrati a succhiare cazzi e tutto il resto.

La famiglia (II parte)

cunnilingus

Vieni qui, diamo spettacolo.
Non bendarti, è un momento così atteso che voglio godermelo appieno.
Non bendarmi, non posso staccare gli occhi da lui. Non è una distrazione la mia, è che proprio non posso fare a meno di coinvolgerlo con la vista, è il mio prolungamento naturale. Io dipendo da lui, gli sono riconoscente, lo amo follemente, non posso non guardarlo mentre ti mordo i capezzoli e accolgo il tuo seno nelle mie mani a coppa. Seguo il suo sguardo, mentre ti faccio sdraiare sul letto e ti divarico lentamente le gambe. E lui cammina, si sposta, mi cerca, mi sfiora, mi guarda, mi segue, mi osserva, si tocca, si sega. Sento il suo alito nelle orecchie, il suo respiro alle spalle, il suo sguardo fisso, mentre con calma serafica muovo l’indice destro sul tuo clitoride, che piano piano, piano piano, diventa più duro, più turgido, più gonfio, più fradicio.

Lasciati tappare, leccare, schiacciare dal mio peso. Lasciati andare al piacere di tutti e quattro. Siamo dolcissime, ti accarezzo con infinito amore, con la sapienza di mille anni. Sei mia, sono tua, siamo noi quattro.

Lasciati penetrare il buco del culo, so che ti piace, lo sento dal tuo respiro affannoso, lo so da molto tempo. Continuo imperterrita come se fosse l’ultima cosa che faccio, a completamento di un desiderio durato venti anni. Ed è solo l’inizio.

Stai per venire, lo so, lo sento, mi stringi, continuiamo fino a quando me lo ordini tu. Sono qui per te, per noi. E quando ci distruggi l’udito con il tuo urlo stremato, ti sorrido e chiamo anche loro. Non posso fare a meno di baciarvi tutti e tre, non posso fare a meno di ringraziarvi e starvi vicino, addosso. La famiglia.

Mistresses – La famiglia (I parte)

 Ero pronta, concentrata, stranamente calma. La quiete prima della tempesta. Avevamo entrambe quel vestito di pelle nero, intrecciato sulla schiena. Cortissimo e inutile. Lasciava intravedere il culo, tondo e altero.

Ero pronta, ma avevo bisogno di cinque minuti da sola, per ripercorrere il film che avevo in testa. Il fatto che fosse la prima volta mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Potevo condurre i giochi, era una grossa responsabilità. Ok, ci sono. Mi state tutti aspettando.

E arrivo e vi trovo. Esattamente come avevo richiesto. A quattro zampe, nudi, col collare, bendati. Muovo i miei passi facendo attenzione a fare rumore coi tacchi. Voglio che il ticchettio vi rimbombi nel cervello.  Che visione i vostri culi pelosi a novanta, accessibili a me. Li accarezzo per un po’, uno per mano. Sento un sussulto al contatto della mia mano larga, accogliente, calda, che poi diventa dita a uncino, che si fa spazio nei buchi. Vi sento vibrare, vi ordino di baciarvi, ben sapendo del vostro disgusto. Non voglio un contatto abbozzato, voglio vedere le lingue intrecciate, la saliva che cola sgocciolando per terra, il naso schiacciato, il fastidio delle vostre barbe che sfregano, la foga del momento. Bravi, ragazzi, continuate così. Lei vi guarda soddisfatta e anche io lo sono, soprattutto quando indosso lo strapon sulla bocca. Bravi, ragazzi, siete abbastanza larghi per accennarle con lo sguardo di applicare sui vostri buchi il gel-a-base-d’acqua. E’ bravissima, esperienza da infermiera trentennale. Ok, va bene, siamo tutti pronti. Lei è la mia partner in questo studio che sembra quasi dentistico. E affondo il cazzo di gomma con la bocca, i denti, la lingua, come una lama che trafigge i vostri corpi ardenti. Una, due, mille volte. Li vediamo i vostri cazzi non sono carne, sono marmo. E al culmine esausta mi blocco. Passami una sigaretta già accesa, tesoro, ti dico. Fumiamocela insieme, ce la siamo meritata. Vieni qui. La sai passare da una bocca all’altra senza usare le mani? Ma certo, che domande. Le mani ci servono su di noi. Vieni qui. Mettiamoci davanti a loro, non ci daranno fastidio, per un poco. Vieni qui, ti voglio baciare le labbra aperte e bagnate. Vieni qui, diamo spettacolo.

L’aperitivo

bacio

Me l’hai fatta vedere in foto, come se dovessi scegliere una cosa da comprare. Eccola lì. Me l’hai presentata a voce, scegliendo i particolari giusti, un sapiente equilibrio tra rassicurazione e trasgressione. E’ mia cugina, è molto simpatica, è bisessuale, ci sa fare. Tu non hai idea che feste organizza. E’ molto dolce, è bionda, occhi azzurri come i tuoi. Pensa che l’altro giorno ero a casa sua e mi ha mostrato il suo materasso. Aveva delle macchie enormi. Sai… squirta alla grande.

Ok, va bene, organizziamo. Gli appuntamenti combinati sono sempre un gran casino. Tutti sanno tutto, e fanno finta di non sapere. Per cui c’è quel misto di imbarazzo nell’aria, per una timida come me.

Poi, alla fine ho capito perché eri così gentile. Come un cupido, volevi a tutti i costi esaudire la mia fantasia. Perché? Ti avevo detto che tu non dovevi partecipare. Era la mia prima volta, non volevo cazzi tra i piedi. Però potevi guardare, se volevi. Potevi adagiarti sulla poltrona comoda davanti a noi e goderti la scena. Potevi fumare una di quelle canne, che non sai minimamente rollare. Potevi toccarti. Potevi. Tu, unico spettatore e noi sul palco.

Un aperitivo. Si, un aperitivo sei. Sei simpatica. Sorridi, inclinando leggerissimamente il capo. Hai gli occhi profondi ed io non so da che parte iniziare. Invece si, come quando non sai nulla e questo invece che spaventarti ti rende spavalda. Con quella sicumera, da prendermi a schiaffi.

Ma tu sei più brava, più esperta di me. Sai muovere i piedi sotto il tavolo. Sai allungare la gamba, che scorre tra le mie cosce. Sai infilare le dita dei piedi nella mia fessura. E godi a vedermi imbarazzata, con le gote vermiglio.

Sono tua. Le mie gambe divaricate e il mio sguardo mi rendono accessibile. Sono tua mentre tuo cugino spara cazzate seduti al bar, che né io né te ascoltiamo.

Sono tua, mentre ti seguo come un cagnolino, mano nella mano a casa tua, in centro. Sono tua mentre affondi il viso nella mia fica fradicia sul pianerottolo di casa, mentre mi inchiodi a quattro zampe e mi penetri col cazzo di gomma, mentre infili le tre dita ad uncino.

Vorrei avere più spazio, in questi 3×3 che ci circondano. Vorrei essere parte attiva, dimostrarti tutto il mio amore di una sera. Vorrei soffermarmi lentamente e con foga sulla tua fica glabra. Lo so, lo so cosa si deve fare. Sono sapiente, la lingua, la punta della lingua, il naso, i polpastrelli. Ci posso stare delle ore. Non ho fretta, voglio vederti gemere, urlare, squirtare. Come un dono, apposta per me.

Tu sei l’aperitivo e io so già che da oggi non potrò più farne a meno. Forse non sarai più tu, ma come una dipendenza, un vizio, ne cercherò altre e mi chiederò come ho potuto farne a meno fino ad ora.

Il rosario

fuma

Ti aspetto al solito posto, nel magazzino in campagna. Non devi venire, non devi venire in auto. Voglio che imbarazzato tu chieda un passaggio a un amico, adducendo scuse del cazzo. Perché non c’è altra ragione al mondo che ti spinga a venire qui, in questo luogo sporco, che sa di piscio, in mezzo al nulla.

Entra dal retro, ti aspetta il guinzaglio.

Vieni, vieni dentro e chiudi la porta. Puoi tenere gli occhi aperti, questa volta non ti bendo, dentro è buio pesto.

Sentimi, sentimi armeggiare alle tue spalle. Riconosci dall’odore la mia mano decisa ed esperta che fissa lo strapon. Il freddo del cristallo contro il tuo buco. Gemi, gemi, mentre te lo spingo dentro.
Il mio bacino si muove con ritmo lento e regolare, affondo sapientemente. Ti tengo la testa con le mani, respiro il tuo collo e quando mi va, ti lecco dietro, dentro le orecchie. Sì, sono la tua padrona. Lo sai.

La mia scarpa rossa sulla tua testa e il guinzaglio ti fanno inarcare ancora di più la schiena. Strofina, strofina la testa contro il mio polpaccio, cagnetto fedele.

Non devi venire, non devi venire ancora. Apri la bocca, mostrami i denti e mentre te li bacio ad uno ad uno, ad uno ad uno, ti appoggio il cristallo sulle labbra. Lecchiamolo insieme, pregno dei tuoi umori.

Le nostre lingue si cercano, si sfiorano, si incrociano. Ora continua tu. Voglio fissarti mentre lo spompini. Io, seduta accanto a te, apro le cosce, mi godo la scena, affondo le mani.

Poi, poi mi avvicino a te, senza alzarmi, ferendomi, strisciando sul pavimento come un serpente. Siamo sudati, siamo polverosi, siamo due animali che si annusano. Allungo la lingua sui tuoi reni e l’affondo nel solco peloso e morbido. Scivola giù, fino al buco e li ci rimane per lunghi minuti, forse per ore, non ne ho idea. Poi all’improvviso, come se mi fossi risvegliata, afferro il rosario che è lì per terra e mi balena un’idea.

Strappo coi denti il cerchio ingranellato, in modo da formare una corda e inizio a infilare ad uno ad uno, ad uno, ad uno i chicchi grossi come monete su per il tuo culo, madido di sudore.

Arrivo fino a metà del rosario e ogni volta che infilo un chicco, tu sussulti eccitato.

Poi, chiudendo gli occhi, fisso il cervello sui chicchi freddi, ovali, duri come pietre e me li infilo, ad uno ad uno, ad uno ad uno, nel mio buco grondante. E mi avvicino a te sempre di più, come se fossimo solo più un unico serpente, facendo aderire perfettamente le mie grosse tette alle tue scapole sporgenti, la tua schiena fradicia e pelosa al mio ventre glabro, i nostri bacini e quel filo di perle che scorre così bene, trattenuto e poi lasciato dalla forza e dal controllo dei nostri muscoli.

Siamo legati da un filo, ormai cortissimo ed io ti abbraccio forte, i palmi delle mani aperti sul tuo petto.

Sbatto il bacino sul tuo culo: qualche grano mi esce dalla fica, entra dentro di te.

La mia mano scende sul tuo addome, ti sfioro l’ombelico, apro le dita e penetro i tuoi peli pubici. E ti afferro il sesso e ti sego con entrambe le mani, mentre sbatto il mio bacino contro i tuoi reni e sfrego il clitoride contro il rosario.
Poi al culmine, smetto. Sfilo il rosario. Mi stendo per terra, mi accendo una sigaretta e mi godo la vista di te, perplesso e attonito.

Non venire, non venire neanche ora.
Annusa il mio fumo, riempiti i polmoni. Sono io che comando. Lo so, lo so cosa farai adesso, sei il mio cagnetto fedele. Ti avvicinerai e inizierai a leccarmi le scarpe rosse.

L’ultimo tiro. Dai, vieni qui. Finiamoci. Distenditi, voglio prenderti così. Mi accovaccio su di te come se dovessi pisciare e mi impalo.

E finalmente rivestiti, ti porto a casa.

Massaggi full optional

massaggi

Frequentavo un centro massaggi in centro città. Il mio amico mi invitava tutte le settimane con un messaggio in chat. Era un servizio completo, il suo ed io lo ringrazio ancora adesso.

Arrivavo puntuale e lui mi aspettava sulla porta, come se fosse a casa sua. Era un posto discreto, una casa signorile, con parcheggio interno e balconcini vista giardino. Due baci sulle guance di benvenuto, come vecchi amici e si iniziava a fumare una canna. Si chiacchierava. I temi giravano sempre intorno al sesso, ovviamente. Quello era il preambolo, lo sapevamo. Ci rilassavamo, passandoci il cannoncino da una bocca all’altra. Poi mi accompagnava in una delle tante stanzine con lettino. Chiudeva la tenda e mi lasciava da sola per pochi minuti. Non ho mai capito perché la svestizione fosse sempre un momento solitario.

Poi lui arrivava e mi trovava sul lettino, nuda, solo con quei terribili, orribili tanga di carta, che non coprono nulla. E iniziava, con calma a massaggiarmi, partendo dai piedi, le dita, i polpacci, le ginocchia, le cosce, il culo. Saltava giusto le parti più intime. Prona, supina. E mentre affondava le mani nervose e muscolose, chiacchieravamo amabilmente, godendoci la nebbia che iniziava ad avvolgere i nostri cervelli. Si scherzava, si giocava, ci si prendeva in giro. Si stava bene. Si beveva Vermuth ghiacciato direttamente dalla bottiglia.

Finito il massaggio, con un asciugamano intorno ai fianchi si andava nel bagno termale. A sudare. Entravo prima io e poi lo aspettavo. In realtà aspettavo sempre anche l’estetista, ma cazzo non è mai venuta. Non ho capito se non le piacessi o fosse davvero sempre così impegnata con le altre clienti.

E poi arriva lui. Sempre con la bottiglia in mano. Gentile e rispettoso, mi versava delle gocce sul ventre e provava a leccare. Se gli prendevo con le mani la testa, voleva dire che poteva continuare. Era il segnale. E quando succedeva iniziava a leccare, al buio. In mezzo a quel vapore così spesso che neanche riuscivamo a guardarci. E mi prendeva.

Poi ci facevamo una doccia e andavamo a prenderci un caffè al bar, come vecchi amici. Infine un saluto sulla guancia e ciao, ci vediamo alla prossima.

INTERRAIL, ROSSO FUOCO

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Premessa: visto che sono masochista e in questi 5 giorni ho portato a casa 4 fan che mi seguono sonnolenti, racconto una cosa che a qualcuno fa schifissimo, così ne sego metà.

Ero partita senza il fidanzato perché doveva studiare, a fare un interrail con due ragazzi conosciuti da poco, a cui poi si aggiunsero due ragazze e poi ancora due ragazzi e poi ancora due ragazzi di Roma. Eravamo in otto, ma il gruppo di dilatava e si riduceva nel corso del viaggio. Tra questi ce n’era uno che mi stava sulle chiappe. Alto, magrissimo e strafottente, coi capelli lunghi neri e mossi che gli scendevano alle spalle.

Erano passati 10 giorni dal nostro tour, avevamo toccato Parigi col Musee d’Orsay, l’immancabile fumosa Amsterdam e poi la mia Londra. Dovevamo poi risalire fino alla Scozia e terminare il giro in Irlanda. Dormivamo in campeggio quando volevamo fare i borghesi, in mezzo alla strada, sotto le pensiline dei benzinai, in stazione le altre volte. C’era una regola non scritta tra noi che non si doveva spendere un penny. Per cui anche le docce erano immancabilmente gratis, ma gelate. I romani rubavano il cibo e come genitori attenti ce lo distribuivano. Erano molto abili, ma sceglievano sempre roba del cazzo, tipo birra e formaggio arancione.

Con quel ragazzo con cui non c’era intesa le cose cambiarono in fretta e senza l’intermezzo di un rapporto d’amicizia, l’antipatia reciproca si era improvvisamente trasformata in attrazione sessuale. Quella sera avevamo chiesto in prestito una tenda tutta per noi a uno dei nostri compagni, il quale generosamente ce la prestò (povero!). Non ricordo se fosse stato per la doccia gelata, tanti piccoli spilli di ghiaccio sulla mia pelle di ventenne, nel nord delle Highlands, o se fosse il periodo giusto. Non so mai il periodo giusto. Comunque sia come da copione mi arrivarono le mestruazioni. Non particolarmente preoccupata mi presentai alla tenda dove mi aspettava. Non riuscii neppure a iniziare a parlare, però, perché lui si buttò su di me con una tale foga che mi dimenticai di dirglielo. E non iniziò dai seni, come tutti i suoi coetanei bavosi. No, lui si avventò sulla mia fica insanguinata, e me la leccò fino al giorno dopo, con passione e determinazione.

Alla fine era una maschera di sangue, aveva le unghie incrostate di rosso vermiglio e la tenda… la tenda era ridotta in maniera davvero pietosa. Passammo la mattinata a pulire e quello fu solo l’inizio di una bella amicizia che durò quanto l’interrail più qualche giorno.