Mistresses – La famiglia (I parte)

 Ero pronta, concentrata, stranamente calma. La quiete prima della tempesta. Avevamo entrambe quel vestito di pelle nero, intrecciato sulla schiena. Cortissimo e inutile. Lasciava intravedere il culo, tondo e altero.

Ero pronta, ma avevo bisogno di cinque minuti da sola, per ripercorrere il film che avevo in testa. Il fatto che fosse la prima volta mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Potevo condurre i giochi, era una grossa responsabilità. Ok, ci sono. Mi state tutti aspettando.

E arrivo e vi trovo. Esattamente come avevo richiesto. A quattro zampe, nudi, col collare, bendati. Muovo i miei passi facendo attenzione a fare rumore coi tacchi. Voglio che il ticchettio vi rimbombi nel cervello.  Che visione i vostri culi pelosi a novanta, accessibili a me. Li accarezzo per un po’, uno per mano. Sento un sussulto al contatto della mia mano larga, accogliente, calda, che poi diventa dita a uncino, che si fa spazio nei buchi. Vi sento vibrare, vi ordino di baciarvi, ben sapendo del vostro disgusto. Non voglio un contatto abbozzato, voglio vedere le lingue intrecciate, la saliva che cola sgocciolando per terra, il naso schiacciato, il fastidio delle vostre barbe che sfregano, la foga del momento. Bravi, ragazzi, continuate così. Lei vi guarda soddisfatta e anche io lo sono, soprattutto quando indosso lo strapon sulla bocca. Bravi, ragazzi, siete abbastanza larghi per accennarle con lo sguardo di applicare sui vostri buchi il gel-a-base-d’acqua. E’ bravissima, esperienza da infermiera trentennale. Ok, va bene, siamo tutti pronti. Lei è la mia partner in questo studio che sembra quasi dentistico. E affondo il cazzo di gomma con la bocca, i denti, la lingua, come una lama che trafigge i vostri corpi ardenti. Una, due, mille volte. Li vediamo i vostri cazzi non sono carne, sono marmo. E al culmine esausta mi blocco. Passami una sigaretta già accesa, tesoro, ti dico. Fumiamocela insieme, ce la siamo meritata. Vieni qui. La sai passare da una bocca all’altra senza usare le mani? Ma certo, che domande. Le mani ci servono su di noi. Vieni qui. Mettiamoci davanti a loro, non ci daranno fastidio, per un poco. Vieni qui, ti voglio baciare le labbra aperte e bagnate. Vieni qui, diamo spettacolo.

Voyeur 

  

E mi piazzo qui, seduta. So esattamente dove. Ci metto la sedia, non la poltrona. Perché non voglio stare comoda, voglio stare dritta e attenta e godere dello spettacolo.

La metto qui, perché è il posto in assoluto dove si vede meglio. I particolari, i tuoi dettagli inutili, che ti fanno perdere il filo della storia, per me sono pura essenza. Non tagliarli, davvero, non tagliarli più.

Tu lo stai facendo per me, anche se non lo sai ancora. Tu sei il regista, io la spettatrice. Tu non lo sai ancora, ma io ho iniziato a guardarti prima ancora di avvisarti. Perché il buco (della serratura), ecco il buco è importante.

Sei li, proteso, in ginocchio che le afferri i fianchi. Lo riconosco il tuo cazzo eretto, quando mi hai mandato la foto, era solo una conferma. Ma quante conferme mi hai servito su un piatto d’argento. Sapevo tutto di te. ‘Questo sbilanciamento di nozioni non è corretto’, mi dicesti. O qualcosa del genere.

E poi c’era lei, perfetta, a carponi davanti a te. ‘Accessibile’, diresti. E anche lui che ti leccava i coglioni. 

Ed io ero li, inchiodata alla sedia, che seguivo ogni tuo passo con lo sguardo. 

Avrei voluto affondare i polpastrelli nelle mie labbra, ma no, non ci riuscivo. Eri tu il regista.

Avrei voluto avvicinarmi a te. In ginocchio, come si adora un padrone. 

Quasi patetica avrei anche scodinzolato con la coda sintetica.

Avrei voluto chiederti di legarmi le mani, così da essere sicura che non avrei fatto gesti inconsulti che non avresti approvato. 

Sei tu il regista ed io ti adoro.

Mi hai lasciato guardare, come in un film porno dal vivo. Inconsapevole, tu. Ed io, io come un deus ex machina mi sono presentata e ora che mi chiedi di partecipare, ti lecco i piedi e ti dico si.