Amiche in sintonia


I pranzi con le colleghe sono sempre parecchio spassosi. Se si parla di sesso ancora di più. (Si parla sempre di sesso, alzi la mano chi non lo fa).

Ed io mi ritrovo sempre a far la vaga, perché in un modo o nell’altro sono sempre più maliziosa, diciamo così. Non perché io sia particolarmente avanti, semplicemente le amiche mie sono un pò indietro. Inesorabilmente indietro. Ahia.

Che se tu ci racconti che tua figlia nel bel mezzo della cena coi parenti, amici tutti, gioisce ad alta voce perché le è arrivato il pacchetto con il plug gioiello, io sorrido a denti stretti, contando mentalmente la mia collezione. Mentre le altre chiedono candide candide cos’è un plug? Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu ci narri scandalizzata della blogger che ha dichiarato sul suo sito di essere lesbica, che certe cose devono rimaner private ed io penso che ieri sera volevo mandare una email alla tipa lesbo chic che ama farsi sculacciare in pubblico, scovata sul portale sexi coppie o qualcosa del genere. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu mi dici che non scopi da due anni (2, two, uno, due), però sei fidanzata e il sesso non è importante. Quindi, no, non va tutto bene!

Che se tu dichiari che ti sei innamorata dell’assessore all’ecologia e ci mostri il santino di un discreto manichino, occhio azzurro pesce lesso, perfetto per ficcargli i tacchi sulla schiena. Quindi, no, non va tutto bene!

E quando ti chiedono, ehi cara a te come va? Non puoi proprio rispondere, ecco, insomma, mi sono iscritta al corso intermedio di bondage, sto facendo la maratona di Swingtown e ho scritto agli autori per pregarli di fare la seconda stagione, giusto per farmi la bocca, e poi, ragazze, lo sapete che stasera c’è il Munch in centro città? Chi di voi è andato all’Olimpia? No, non puoi.

Per cui sorridi e chiedi: ordiniamo da mangiare?

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La prima corda

  
Abbiamo ricevuto l’indirizzo del laboratorio via sms, unito ad una parola in codice da pronunciare al citofono. Quel misto di imbarazzo ed eccitazione, che conosco bene, tipico della timida, quale sono.

Indosso jeans scuri attillati, con la cerniera in vista, tacchi e un semplice pull. Rossetto fuoco d’ordinanza.

Entro fingendo sicurezza, con lo sguardo fiero, squadrando con la coda dell’occhio gli altri ospiti. Mi sento osservata e mi nascondo dietro lo schermo del “Sono i nuovi, i nuovi del giro”.

Seduti sul divanetto, mi guardo intorno, ci sono già quattro o cinque coppie che hanno iniziato. È una cerimonia curiosa, in cui gli uomini sono concentrati, uno addirittura con la lingua che sporge di lato, a voler dimostrare tecnica e precisione. Le donne reagiscono diversamente, c’è quella che controlla i movimenti di lui, c’è la ragazza giovane, senza reggiseno, c’è quella più formosa che non nasconde un tanga nero, fuori concorso e dei capezzoli che gridano attenzione, spesso con gli occhi socchiusi.

Il mio sguardo cerca tra gli uomini in sala, per capire chi può essere quello giusto a cui offrirmi. Alla fine scelgo il proprietario del laboratorio, perché deve essere esperto e poi perché decisamente brutto, con in testa la delicatezza di non far ingelosire il mio accompagnatore. E quindi inizio l’approccio:

Lo faresti con me?

E lui: ora no, più tardi.

Ammetto un po’ di delusione, ma alla fine è la mia prima volta e forse non è così divertente avere a che fare con una principiante, per cui torno sul mio divanetto a godere degli occhi e a fremere di desiderio.

Poi ecco arrivare loro, non belli, ma decisamente attraenti, esperti, sinuosi. Esibizionisti, tanto che poi ci confidano di fare spettacoli insieme, nei privè in città.

E tu, mio accompagnatore mi offri a lui. Così, all’improvviso, ed io sono imbarazzata, perché sento la carica erotica che emanano. Ma loro tergiversano, lui dissimula. Per cui incasso ancora una volta un rifiuto. 

Dopo una piccola performance si avvicinano a noi. Ci chiedono chi siamo, cosa cerchiamo. Chi vuole nella coppia dominare. E si stupiscono, ogni volta della mia timida e ferma risposta. Sono io che ho deciso di venire qui, sono io che voglio legare, ma anche essere legata. Sono switch. Quella parola cristallina, accende i loro animi e lui mi prende per mano e mi accompagna sul palco.

Ti piace stare a testa in giù?

Si, mi piace. Portami fino in fondo. Sono qua per questo.

E inizia a legarmi stretta le mani dietro la schiena, a passarmi le corde sotto il seno, ad avvolgermi come un abbraccio le caviglie, le gambe, il pube, le cosce. Inginocchiato davanti a me, col petto scoperto, le bretelle e un piccolo corno al collo. Coi capelli raccolti, il tatoo e quelle mani sapienti, di dominatore professionista. 

Ed io chiudo gli occhi, mi concentro sul rumore della corda, sulle sue mani, sul suo fiato. Sulla sospensione: miei arti che piano, piano si muovono senza la mia volontà, mentre mi solleva, mi gira, mi capovolge completamente, mi divarica, mi fa ruotare su me stessa.

È una sensazione meravigliosa, completa, a lungo agognata. Sono eccitata, sono osservata da tutti i presenti, che in silenzio religioso partecipano al mio piacere.

Il dono (II parte)

  
Comprami tu la gonna cortissima, talmente corta che mi chiedo a cosa serva. No, non è vero, non me lo chiedo perché lo so, ma mi piace ogni tanto fare quella che cade dalle nuvole. E’ che non sono credibile, ma mi sforzo di essere seria e anche un pò stupita. Chissà se mi riesce davvero? Me lo devi dire tu.

Se me la compri tu, oltre ad essere un dono, un dono simbolico, come piace a noi, forse la pianterai di sgridarmi che la mia è troppo lunga, troppo poco fasciante, troppo poco lucida. E forse la smetterai di punirmi, castigarmi, sculacciarmi, obbligarmi con la forza, prostrata e sottomessa a bere la tua sborra calda (è sempre calda, a quanto pare), alternata a liquidi non ben identificati. Forse la smetterai, si?

Ma io non voglio che tu smetta, of course, come quando mi rispondi in inglese, perché sai che mi piace. Come quando, cambi accento repentinamente, solo per confondermi, solo per stupirmi, solo per farti dire che la tua voce mi eccita, quell’inclinazione del suono che emetti, dalle tue labbra, che mi provoca cascate, cascate del Niagara

Ma allora sceglila tu la gonna, adoro pensare che l’hai scelta per me. Che sei entrato in un orrendo negozio di articoli fetish, hai chiesto la disponibilità della taglia e con cura, con cura e passione hai scelto quella che ti piaceva di più. Come un bambino dal giornalaio, sceglie un giocattolo agognato.

Non ti dico come la vorrei io, mi piace sapere che l’hai scelta tu e proprio per questo mi piacerà indossarla, sfoggiarla nei misteriosi privè in cui mi vuoi trascinare ogni volta. Ed io ti seguo sognante, come se mi portassi nel paese dei balocchi.

E i balocchi siamo noi e tutti i nostri giochi, che potremmo buttare in un sacco, mescolare, bendarci a vicenda e provarli su di noi e scoprirli ogni volta come fosse la prima. E ridere e scherzare, come ci succede sempre.

La immagino nera, questa gonna, che ora voglio, desidero, pretendo, lucida, uno specchio, una striscia superflua, che non copre nulla, che invita, che rende accessibile, a te, agli altri, ai depravati tutti, le mie forme.

So già quando indossarla, appoggiata all’auto, che ti do le spalle e ti aspetto contro di me.

È come quando (pensieri e scompensi, siamo alle solite)

  
E’ come quando sei invitato ad una festa e tutti portano qualcosa da mangiare. E c’è qualcuno che non porta niente. E tu dici viene a scrocco? No, risponde. Porto la musica. Ok, ci sta. Se porta la musica. Non è la stessa cosa, perché condivide meno, però se è la musica che mi piace, mi sta bene. Certo, l’ha detto subito, l’ha dichiarato nelle intenzioni per cui poi tutti si devono adeguare. Ma in fondo, in fondo non mi pare corretto. Lo accetto e penso: cazzo ma due lasagne, no?

È’ ok perché c’è tutto il contorno, che è bello perfetto e pure imperfetto e l’imperfezione a me piace, rende tutto più vivo e coinvolgente, magnetico. Come quel tuo pezzo di pelle impreciso di persona precisa, una, che mi piace leccare.

Ho scoperto il karaoke di Spotofy e non riesco più farne a meno. Le parole li esplicitate, da cantare stonata. Meraviglia. Come quando vado a spiare la musica che ascoltano gli altri: posso immaginare di vivere storie parallele. Cosa provavi mentre ascoltavi Pop porno? Che tutti conoscevano, tranne me?

Come quando finalmente hai iniziato a comandare. Mi hai trascinato nel bagno della stazione. Scusate, il bagno della stazione è nel mio immaginario erotico, nella top five, nella classifica delle peggio cose che devo fare nella vita nel giro di pochi giorni, minuti, ore, secondi. Devo avere i conati di vomito per godere, come quando me lo ficchi in gola, voglio farlo sparire, mi escono le lacrime, non respiro più. 

Ma tocca anche a me, tranquillo. Sono in fase bottom, ma basta un attimo per riprendere il comando. Anche se adoro quando mi dici In ginocchio e mi afferri per i capelli, che erano più lunghi e ora sono a caschetto spettinato e metà delle mie amiche mi han detto che sto malissimo e metà mi han detto che mi farebbero, implicitamente parlando, ovvio. Ma io leggo tra le righe, mi viene bene e mi faccio dei film così, dove sono spettatrice ed interprete, ispirata, come quando guardo Erika Lust, che mi piace. Tanto. Anche se a lei non piace usare il culo. Peccato, dico io. Non sa cosa si perde. Ma c’è sempre il tempo per recuperare. Se viene qui in turnee glielo dico. Al negozietto porno soft dove organizzano i corsi di boundage. Vuoi lasciare la mail per ricevere la newsletter? Cazzo, se la lascio. Uso pure quella ufficiale!

Il dono


Era un pacchetto di carta velina rosso, tutto stropicciato. Era legato malamente con un nastrino dorato, riciclato da chissà dove. Non ero mai stata brava a incartare e il fatto di averlo messo in borsa non aveva contribuito a renderlo presentabile,  anzi.

Certo, avevo provato ad appiattirlo con le mani, piano piano, ma il risultato era che la carta si era crepata di lato.

Un disastro, insomma. Ma non sono formale e neppure tu lo sei. Mi piacciono i tuoi regali, perché sono una foto, un biglietto, una frase. Che importanza aveva la carta? Giusto la sorpresa, anche se forse intuivi già il contenuto.

Avevo preso le misure, partendo da delle proporzioni mentali che avevo memorizzato, mentre sdraiati sul letto fumavamo insieme: avevi le dita lunghe quanto il mio iPhone.

Ci tenevo al mio dono e quando decisi di posarlo sulle tue cosce ero emozionata: guardavo il tuo viso stupito e mi chiedevo se davvero eri sorpreso o simulavi amorevolmente per me.

Scartavi il regalo con cerimonia, come solo tu sai fare. Le cerimonie, le investiture ti piacciono da matti, lo so. E scoprivi i guanti di morbida pelle nera che attendevano di essere indossati.

Rappresentavano sottomissione, puro amore, dedizione e remissione. Avevo pensato a lungo a un simbolo non scontato, che ti stupisse, che ti facesse venire voglia di desiderarmi ancora, all’infinito.

Eri in blazer grigio ferro, con la cravatta allentata. Ti eri accomodato sul divano, e appoggiavi mollemente le gambe sul puff di quell’appartamento, arredato con gusto. Lo avevi scelto con cura per lo specchio. Lo specchio è essenziale, dicevi, ed era posizionato esattamente dove volevi tu.

Era presto, ma già sorseggiavi un whisky liscio, che ti avevo servito io, nuda con i tacchi.

Li indossavi. Seguivo con lo sguardo le tue mani a contatto con la morbida pelle. Erano perfettamente calzanti: la tua misura. Ora sapevo cosa sarebbe successo, ed io non aspettavo altro. A un tuo segnale, capivo da dove iniziare per servirti e farti godere.

L’orgia – La famiglia (III parte)

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Era ancora la stessa sera in cui potevo condurre i giochi. Per cui li concludiamo (temporaneamente) esattamente come avevo deciso.

Non posso fare a meno di baciarvi tutti e tre, non posso fare a meno di ringraziarvi e starvi vicino, addosso.
Avvicinatevi a me. Voglio realizzare quei famosi incastri di cui abbiamo conversato a lungo. Vi voglio attivi e passivi nello stesso momento.
Voglio dentro entrambi gli uomini nello stesso istante. Voglio che lui decida per primo dove, ma voglio anche te, se vuoi, se mi vuoi. Mi vuoi? Io non l’ho capito.
Sei stato nell’ombra, non riesco a materializzarti nella storia, ma sei parte integrante, ci servi, sei con noi, la famiglia.
Vieni qui. Mostrati, non voglio sembrare invadente, per cui fai come desideri, come hai concordato anche con lei. Sappi che mi puoi penetrare, anche lui ha dato il permesso.
Lo so, non è facile, gli equilibri sono instabili, ma ci vogliamo bene, tanto.
L’orgia che cavalchiamo è fluida. Gli incastri, siamo noi quattro.
Ci siamo annusati per giorni, ci siamo studiati, scritti, osservati, goduti, raccontati, ascoltati, amati. Ogni movimento è naturale.
Non ho in mente un copione, questa volta. Il brief è uno solo e lo dichiaro all’inizio, come in quella cazzo di agenzia di pubblicità in cui ho vissuto per anni. Ragazzi, sediamoci al tavolo. Qui comando io. Ho in seno la parola del cliente, che è il verbo. Per cui proponete le vostre idee, ma non si va a votazione. Io sono il giudice indiscusso. E il brief è il seguente: amiamoci.
Voglio qualcosa di sconvolgente, affettuoso, tenero, romantico, delicato. Voglio riprendere con la telecamera i nostri corpi intrecciati, tanto che riguardando il film dopo mesi non riusciamo a capire dove finisce il mio corpo e dove inizia il vostro. Ecco. Questo è il mio e il vostro benvenuto.
Dopo stasera posso cedere lo scettro. Sono soddisfatta. Sono venuta, siete venuti. Abbracciamoci, passandoci una sigaretta da bocca a bocca nello stesso letto, anzi sui materassi stesi per terra.

La famiglia (II parte)

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Vieni qui, diamo spettacolo.
Non bendarti, è un momento così atteso che voglio godermelo appieno.
Non bendarmi, non posso staccare gli occhi da lui. Non è una distrazione la mia, è che proprio non posso fare a meno di coinvolgerlo con la vista, è il mio prolungamento naturale. Io dipendo da lui, gli sono riconoscente, lo amo follemente, non posso non guardarlo mentre ti mordo i capezzoli e accolgo il tuo seno nelle mie mani a coppa. Seguo il suo sguardo, mentre ti faccio sdraiare sul letto e ti divarico lentamente le gambe. E lui cammina, si sposta, mi cerca, mi sfiora, mi guarda, mi segue, mi osserva, si tocca, si sega. Sento il suo alito nelle orecchie, il suo respiro alle spalle, il suo sguardo fisso, mentre con calma serafica muovo l’indice destro sul tuo clitoride, che piano piano, piano piano, diventa più duro, più turgido, più gonfio, più fradicio.

Lasciati tappare, leccare, schiacciare dal mio peso. Lasciati andare al piacere di tutti e quattro. Siamo dolcissime, ti accarezzo con infinito amore, con la sapienza di mille anni. Sei mia, sono tua, siamo noi quattro.

Lasciati penetrare il buco del culo, so che ti piace, lo sento dal tuo respiro affannoso, lo so da molto tempo. Continuo imperterrita come se fosse l’ultima cosa che faccio, a completamento di un desiderio durato venti anni. Ed è solo l’inizio.

Stai per venire, lo so, lo sento, mi stringi, continuiamo fino a quando me lo ordini tu. Sono qui per te, per noi. E quando ci distruggi l’udito con il tuo urlo stremato, ti sorrido e chiamo anche loro. Non posso fare a meno di baciarvi tutti e tre, non posso fare a meno di ringraziarvi e starvi vicino, addosso. La famiglia.

Mistresses – La famiglia (I parte)

 Ero pronta, concentrata, stranamente calma. La quiete prima della tempesta. Avevamo entrambe quel vestito di pelle nero, intrecciato sulla schiena. Cortissimo e inutile. Lasciava intravedere il culo, tondo e altero.

Ero pronta, ma avevo bisogno di cinque minuti da sola, per ripercorrere il film che avevo in testa. Il fatto che fosse la prima volta mi spaventava e mi eccitava allo stesso tempo. Potevo condurre i giochi, era una grossa responsabilità. Ok, ci sono. Mi state tutti aspettando.

E arrivo e vi trovo. Esattamente come avevo richiesto. A quattro zampe, nudi, col collare, bendati. Muovo i miei passi facendo attenzione a fare rumore coi tacchi. Voglio che il ticchettio vi rimbombi nel cervello.  Che visione i vostri culi pelosi a novanta, accessibili a me. Li accarezzo per un po’, uno per mano. Sento un sussulto al contatto della mia mano larga, accogliente, calda, che poi diventa dita a uncino, che si fa spazio nei buchi. Vi sento vibrare, vi ordino di baciarvi, ben sapendo del vostro disgusto. Non voglio un contatto abbozzato, voglio vedere le lingue intrecciate, la saliva che cola sgocciolando per terra, il naso schiacciato, il fastidio delle vostre barbe che sfregano, la foga del momento. Bravi, ragazzi, continuate così. Lei vi guarda soddisfatta e anche io lo sono, soprattutto quando indosso lo strapon sulla bocca. Bravi, ragazzi, siete abbastanza larghi per accennarle con lo sguardo di applicare sui vostri buchi il gel-a-base-d’acqua. E’ bravissima, esperienza da infermiera trentennale. Ok, va bene, siamo tutti pronti. Lei è la mia partner in questo studio che sembra quasi dentistico. E affondo il cazzo di gomma con la bocca, i denti, la lingua, come una lama che trafigge i vostri corpi ardenti. Una, due, mille volte. Li vediamo i vostri cazzi non sono carne, sono marmo. E al culmine esausta mi blocco. Passami una sigaretta già accesa, tesoro, ti dico. Fumiamocela insieme, ce la siamo meritata. Vieni qui. La sai passare da una bocca all’altra senza usare le mani? Ma certo, che domande. Le mani ci servono su di noi. Vieni qui. Mettiamoci davanti a loro, non ci daranno fastidio, per un poco. Vieni qui, ti voglio baciare le labbra aperte e bagnate. Vieni qui, diamo spettacolo.

Il regista

regista

Ti osservavo assorta mentre allestivi il set, con precisione maniacale. La luce continua su cavalletto, i riflettori, gli ombrelli, l’esposimetro.

La cinepresa era piccola e maneggevole. Ti piaceva poterla fissare oppure tenerla in mano e aggiungere movimento e soggettiva, a lavoro finito. Eri sempre tu, ricoprivi tutti i ruoli, regista, sceneggiatore, esperto in luci. Passavi poi i giorni a montare le scene. Giorni lunghi e meditati. Rivedevi le scene più intense per capire se avevi reso nero su bianco l’immagine impressa nel tuo cervello. E ti toccavi, affondando la mano nei jeans.

Era un piacere osservarti all’opera. Ma ero talmente presa fino al midollo, che ti avrei osservato con la stessa attenzione in qualsiasi altra circostanza: mentre mangiavi un panino, lavoravi, dormivi o chattavi con me. Mi ero ripromessa di non abbandonare quella corazza che mi serviva quando inizio a spingere con l’acceleratore, a testa bassa verso il dirupo. Chissà se ce l’avevo ancora. Non riuscivo a capirlo perché i miei occhi, il mio corpo erano rivolti fissi su di te, come un fermo immagine che dura una vita.

Archiviavi i video per categoria e per data, come un vero professionista. Li backuppavi scrupolosamente su un hard disk esterno e poi anche su web. Eri bravissimo a fare queste cose, ti muovevi con sapienza.

Riuscivi ad immaginare le scene, una dopo l’altra con una intensità struggente. Ci infilavi dentro tutte le tue perversioni, il gioco delle parti, il tuo desiderio costante di avere tutto sotto controllo e avere in pugno la scena, comandare noi, che altro non eravamo che burattini erranti, completamente assoggettati a te.

E quando tutto era pronto, partiva il primo ciak.

Ed io felice salivo sul palco, per te, mi umettavo le dita e iniziavo ad eseguire ogni tua direttiva, rapita.

Tu eri il mio unico diletto spettatore, come in quei cinema retrò di periferia, seduto al fondo della sala, che ti godevi in solitaria lo spettacolo, affondando la mano nei jeans.

Le luci su di me: adoravo sapere che mi stavi guardando, che eri qui con me e che mi desideravi.

Avrei fatto tutto per te. Lo sai.

L’aperitivo

bacio

Me l’hai fatta vedere in foto, come se dovessi scegliere una cosa da comprare. Eccola lì. Me l’hai presentata a voce, scegliendo i particolari giusti, un sapiente equilibrio tra rassicurazione e trasgressione. E’ mia cugina, è molto simpatica, è bisessuale, ci sa fare. Tu non hai idea che feste organizza. E’ molto dolce, è bionda, occhi azzurri come i tuoi. Pensa che l’altro giorno ero a casa sua e mi ha mostrato il suo materasso. Aveva delle macchie enormi. Sai… squirta alla grande.

Ok, va bene, organizziamo. Gli appuntamenti combinati sono sempre un gran casino. Tutti sanno tutto, e fanno finta di non sapere. Per cui c’è quel misto di imbarazzo nell’aria, per una timida come me.

Poi, alla fine ho capito perché eri così gentile. Come un cupido, volevi a tutti i costi esaudire la mia fantasia. Perché? Ti avevo detto che tu non dovevi partecipare. Era la mia prima volta, non volevo cazzi tra i piedi. Però potevi guardare, se volevi. Potevi adagiarti sulla poltrona comoda davanti a noi e goderti la scena. Potevi fumare una di quelle canne, che non sai minimamente rollare. Potevi toccarti. Potevi. Tu, unico spettatore e noi sul palco.

Un aperitivo. Si, un aperitivo sei. Sei simpatica. Sorridi, inclinando leggerissimamente il capo. Hai gli occhi profondi ed io non so da che parte iniziare. Invece si, come quando non sai nulla e questo invece che spaventarti ti rende spavalda. Con quella sicumera, da prendermi a schiaffi.

Ma tu sei più brava, più esperta di me. Sai muovere i piedi sotto il tavolo. Sai allungare la gamba, che scorre tra le mie cosce. Sai infilare le dita dei piedi nella mia fessura. E godi a vedermi imbarazzata, con le gote vermiglio.

Sono tua. Le mie gambe divaricate e il mio sguardo mi rendono accessibile. Sono tua mentre tuo cugino spara cazzate seduti al bar, che né io né te ascoltiamo.

Sono tua, mentre ti seguo come un cagnolino, mano nella mano a casa tua, in centro. Sono tua mentre affondi il viso nella mia fica fradicia sul pianerottolo di casa, mentre mi inchiodi a quattro zampe e mi penetri col cazzo di gomma, mentre infili le tre dita ad uncino.

Vorrei avere più spazio, in questi 3×3 che ci circondano. Vorrei essere parte attiva, dimostrarti tutto il mio amore di una sera. Vorrei soffermarmi lentamente e con foga sulla tua fica glabra. Lo so, lo so cosa si deve fare. Sono sapiente, la lingua, la punta della lingua, il naso, i polpastrelli. Ci posso stare delle ore. Non ho fretta, voglio vederti gemere, urlare, squirtare. Come un dono, apposta per me.

Tu sei l’aperitivo e io so già che da oggi non potrò più farne a meno. Forse non sarai più tu, ma come una dipendenza, un vizio, ne cercherò altre e mi chiederò come ho potuto farne a meno fino ad ora.