Tokyo Hotel


Gintoki, non c’entra molto, ma mi è venuto così. Grazie per l’ispirazione, mondo gatto!

Ho sognato di essere in hotel. Quei casermoni enormi, tante stanze, tanti bottoni in ascensore. Che schiacci un tasto e non sai dove ti trovi, non sempre c’è il cartello che indica il numero di piano e ti confondi. Sempre.

Quei pavimenti ovattati, moquette di buon livello, peluria alta e densa che ci si sprofonda. Una carezza piacevole alla pianta del piede, che ha lungo camminato e sopportato il peso delle mie ossa, della mia carne. È come un massaggio, un preludio al lasciarsi andare, completamente. Perché quando mi tocchi i piedi, inevitabilmente chiudo gli occhi e apro un po’ le gambe.

Ormai le chiavi elettroniche credo siano una burla. Una qualunque apre tutte le porte. Chi mi garantisce che siano sicure? Protette per cosa? Vorrei entrare dove più mi aggrada, scegliendo a caso, confondendo come faccio sempre, i numeri delle camere. Ho il 456, il 645, no il 234. Non ricordo. Non chiedermi di memorizzare un numero per 24 ore. Mi è davvero impossibile.

Entro a caso. È un labirinto questo e le porte sono tutte aperte al mio tocco. Poggiare le dita sul pomello e lentamente divaricare l’uscio. Mi accolgono la penombra e i tuoi sussurri. Forse mi stai aspettando? Non cerco chiari elementi riconoscibili, che so, un libro sul comodino, le ciabatte, accanto al letto, la felpa col cappuccio che ho comprato online. Respiro l’odore di camera d’hotel e vengo a te.

Ci sei tu, my dear, in canottiera e mutandine, nonostante faccia parecchio freddo. Sei distesa sul letto con gli occhi socchiusi, mi riconosci e mi chiedi se ho una mela da offrirti. Quei frutti rossi che trovi solo al supermercato bio, talmente finti e lucidi che ti chiedi se possono rimbalzare e rimanere intonsi.

Per non fare rumore mi avvicino al tuo orecchio, non resisto e invece di risponderti qualcosa, ti alito un soffio. Calore per te. Risposta giusta, mi prendi la mano e la posi su di te. Protette in questo luogo ovattato, sbocconcelliamo la mela.

Chissà se qualcun altro si aggiungerà?

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Della bisessualità e altre seghe mentali 

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Leggevo un articolo dell’Internazionale di circa un mese fa che rifletteva sul fatto che sono anni che la società racconta alle donne che la strada giusta è un matrimonio eterosessuale e poi figliare. Non so se diceva proprio così, ma questo è il messaggio che ho colto. E non venirmi a dire di citare le fonti, che questa non è un’opera scientifica, ma un blog di seghe mentali.

Comunque, dicevo, io ho colto questo messaggio.

Ora, io non voglio scendere nei dettagli e raccontare troppo i fatti i miei, anche perché non è questo lo scopo di questo spazio, però sta cosa mi fa riflettere. Io che cerco di affrancarmi dagli stereotipi di genere, ecco, io per prima ho sentito la necessità di fare delle scelte, scelte di vita, mica cazzi, perché in qualche modo sentivo il peso e il giudizio della società. Ora non voglio scoprirmi lesbica a 40 anni, perché non lo sono e l’apparato maschile, ma chiamiamolo pure cazzo, mi piace assai, certo è che se non avessi subito l’influenza della società, eccetera eccetera, ecco come minimo avrei desiderato, diciamo 25 anni fa, fare esperienze con il mio stesso sesso. E forse come me, mille altre donne, chissà. Che a me sembra normale e palese questo discorso, mentre invece alle più magari no. Perché io cerco sempre di capire se davanti a me ci può essere una donna che condivida questo mio stesso desiderio e non la trovo mai. Tutte a dire, no grazie, con le donne no.

Allora i motivi possono essere tanti o forse semplicemente io non piaccio (ma mi pare impossibile, perbacco). Beh certo non è detto che uno, anzi una voglia giocare a nascondino con me, il gioco della bottiglia, indovina dov’è la coniglietta, ma alla fine credo che se avessimo più apertura mentale, le bisessuali (almeno dichiarate) sulla faccia della terra sarebbero il triplo e io non avrei tutta questa difficoltà a trovare un’amica che la pensi come me.

Ecco, non voglio sembrare quella che usa il blog per raccattare fica (ma vah!), questo era solo un pensiero semiserio di un periodo semiriflessivo.

Ripetizioni

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Le cose belle finiscono da sole.

Come neve al sole si sciolgono, fanno dei giri immensi e poi ritornano.

Le cose belle finiscono da sole, che non c’è bisogno che ti sforzi, ti impegni, sbatti la testa, ti impunti, imponendoti di smettere. Un giorno ti svegli e ti chiedi come cazzo è possibile che avevi la testa solo lì.

Perché l’amore ti frega. Hai una visione distorta, diventi testardo, hai il paraocchi, come quei cavalli con lo sguardo triste che ti guardano e sembra che dicano: vorrei non essere qui. O almeno più qui.

Le cose belle finiscono da sole e te lo devi sempre ricordare, se fossi una tipa da tatuaggio saprei che farci di questa frase, scolpita nella mente e anche nel cuore.

Le cose belle finiscono da sole. Non ti annoiare, ti prego, chissà se ha senso la mia ripetizione ossessiva e al tempo stesso la mia preghiera. Forse niente ha senso e ci son giganti che abitano ‘sto microscopico mondo e noi siam formiche nell’universo tutto.

Le cose belle finiscono da sole e tu ti volti e non trovi più nulla. Avevo creduto in qualcosa che non aveva senso, ma in quel momento ti pareva la scelta più razionale e ponderata della tua vita. La descrizione di un attimo.

Che se mi chiedi la canzone del momento, ti dico ‘Vorrei ma non posto’ e tutto il resto scorre, come acqua fresca sotto i ponti.

E mi ritrovo a scegliere una collana di fiori variopinti di evidente origine sintetica e prepararmi per la parata del gay pride. Perché è importate esserci, perché i diritti sono di tutti, perché credo davvero che il mondo possa cambiare. E basta un po’ di musica, i sorrisi spontanei, il desiderio di condividere con gli altri lo stesso ideale, la medesima maglietta prestampata che recita “Il domani ci appartiene”, la presenza dei bambini, la mia coroncina di fiori tra i capelli, il sindaco, l’opposizione e la banda comunale per essere certi che forse davvero il mondo sta cambiando e noi ci siamo dentro e se le cose belle finiscono da sole, altre ne nasceranno. Stanne cert@. [un minuto di silenzio per la strage di Orlando]

Riassunto delle puntate precedenti


Cosa mi è successo durante le ultime due o tre o quattro settimane?

Sono stata convinta per due ore di aver di nuovo perso la patente (ho iniziato fortemente a dubitare della mia sanità mentale, anche santità, ma questa è un’altra storia), sono stata due volte a Roma (tanto love!), ho visto ‘La pazza gioia’ (e ho amato le protagoniste e anche pianto un poco, alla fine), ho vinto un viaggio per New York (questo merita un capitolo a parte, tipo nella categoria: botte di culo a manetta), ho imparato a frenare coi rollerblade in almeno tre modi diversi (spazzaneve, a t e un altro modo di cui non ricordo il nome), ho conosciuto di persona Rachel Gazometro (deliziosa, mi ha rifocillata e coccolata), ho scoperto che Kalosf per un pò stacca (ciao Sandro!), che non esistono donne singole per giochi di gruppo (plausibile, ma che sfiga), che alle macchinette in ufficio c’è anche la fantastica accoppiata cracker e parmigiano (leggi sogni proibiti), che il massimo della perversione è ordinare da asporto gli gnocchi di riso cinesi (mille calorie spese bene, bilanciate poi da giorni di insalata scondita mangiata senza posate), che al lavoro hanno deciso che si viaggia tutti in prima (schifo ai soldi, viva le poltrone di pelle e le patatine servite), che se sbagli a salire sul Frecciarossa e prendi il treno prima è un vero casino, vita vissuta docet.

Allora, vediamo un po’, riprendendo i fatti più eclatanti  che mi sono successi, ti posso dire che un giovedì sera la mia capa mi ha chiesto se potevo partecipare ad un roadshow di una nota compagnia aerea, perché lei non poteva andare. A me che piace intrufolarmi agli eventi non dispiaceva proprio sostituirla. Era una presentazione dei servizi business, il tipo che parlava era molto bravo, ma certo rimanere fino alla fine era impresa ardua, manco il catering cinque stelle in chiusura. Ma questi geni del marketing si sono inventati di raccogliere all’ingresso i biglietti da visita e poi estrarne uno, alla fine ovviamente, mettendo in palio un ambitissimo viaggio Milano New York, che udite udite, ho vinto io. Sbam!

E poi ho conosciuto di persona la deliziosa Rachel, con cui ho fatto colazione in centro a Roma. Bellissimo incontro, spero di rivederti presto!

Babylon City 


Non ricordo quanto è grosso quel letto, forse due piazze accostate, anche tre, di quelle spettacolari, circondate dai portici, dalla fila ordinata degli alberi che fioriscono in primavera e tu ti volti per catturarne il profumo. Poi intorno  i divanetti, forse per sedersi, appoggiarsi, rilassarsi, come quando ti accomodi per aspettare il tuo turno dal dentista, o per andarti a confessare. Per dire cosa? Sensi unici, doppi, semafori rossi, via libera, incroci, incastri, controviali, contromano, controsenso, in cui non sai mai chi ha la precedenza, favoriamo la circolazione: la massa siamo noi.

È parecchio buio, è difficile aggiungere particolari, tipo il colore della carta da parati, le facce delle persone, l’inesistenza delle finestre, il suono ovattato dei nostri respiri, gli abiti succinti, i petti villosi che sbucano dalle camicie semiaperte e le cinte penzolanti, come code di cane, volpe, attaccate ai plug metallici. Forse vogliono risparmiare sui lampioni?

Sembra un labirinto: le stanze, le scale, le tende, i bagni, la macchinetta dei goldoni e delle cicche. Passo sicuro il mio, nonostante i tacchi alti e sottili, sguardo fiero, decoltè sfacciatamente in mostra. Non sono preparata a tutto ciò, non ho decisamente l’abbigliamento adatto. Vorrei indossare quei vestitini succinti con la cerniera spavalda e la zip che ammicca, ciondola, come se chiamasse a raccolta le dita sottili e precise di tutti quei corpi arrapati.

Tu non mi dai la mano, mi appoggi il braccio lungo la schiena, mi sento protetta. Ti seguirei anche in capo al mondo così. L’esame della patente l’ho sostenuto diversi anni fa, ho studiato il codice della strada, lo conosco a memoria: ogni accensione del motore, una ruga in più.

Guidami le mani sulle cosce delle femmine vicine, accostami ai fianchi di questi maschi allupati, tu dirigi il traffico ed io eseguo alla lettera ogni tuo singolo cenno, movimento, sguardo. Sono pronta a tutto, pur di compiacerti e lo so, oh se lo so, tu mi controlli e mi spii e al tempo stesso stai vagliando tra la folla in circolazione chi vuoi fare tua, mentre ho le fessure occupate, gli occhi chiusi, le spalle inarcate.

Questo è un nostro gioco e alla fine usciremo da qui insieme, mano nella mano, che la strada è ancora lunga e il viaggio è appena iniziato.

Aveva 50 anni

  
Aveva circa 50 anni, non sono mai stata brava a capire l’età delle persone. Non era particolarmente curata, anzi, ma il suo ruolo non lo richiedeva per nulla, per cui molto spesso si presentava in tuta, con un cappello di lana in testa che teneva anche in casa, le t-shirt rammendate, i capelli con la ricrescita, niente monili e anche un accenno di puzza di aglio. Era forte e muscolosa, l’esercizio fisico che faceva ogni giorno, le aveva modificato il corpo. Aveva gli occhi azzurri e un viso che faceva intuire la provenienza slava.

Lavorava per me da tempo immemore, aiutandomi a gestire la mia grande e impegnativa casa, su due piani, col terrazzo, le scale, il tetto, i bagni, la cucina con l’isola, la cabina armadi, il sottotetto. Era molto brava, attenta, premurosa. Era una di famiglia, qualcuno di cui potersi completamente fidare.

Quel pomeriggio ci trovammo a fare due parole nella mia camera da letto, tra una trapunta in mano e uno stendino fitto, fitto di robe appese. Io non ricordo esattamente di cosa stessimo parlando, ho la mente offuscata, ho i ricordi che si sovrappongono e mi ingannano. So solo che con un gesto semplice, rapido, sconvolgente, si alzò la felpa per mostrami di non portare il reggiseno.

Rimasi di sasso. Ero lì, nella mia casa, ad osservare attonita quel seno bellissimo, che attento mi scrutava roseo. Un pezzo di carne mai neanche lontanamente desiderato, che all’improvviso mi puntava fiero.

Senza una parola ci guardammo, perdendoci nei nostri occhi azzurri. Se avessi volto lo sguardo altrove, sarei stata certa che i fatti successivi sarebbero stati diversi. Ma io ero lì, che la osservavo e con quel gesto acconsentivo. Dicevo sì alle sue mani, alla sua bocca, alla lingua bagnata che mi percorreva le cosce, che io aprivo, divaricavo, come se non avessi aspettato altro negli ultimi quarant’anni.

Non ricordo quanto tempo impiegammo per considerarci soddisfatte, ma una cosa era certa: non vedevo l’ora che arrivasse domani.

Promiscuità


Ho imparato l’anatomia del tuo corpo: le linee, gli incavi, i buchi, le protuberanze, i muscoli, le escrescenze, il tuo odore, il tuo profumo, il tuo sapore. Come ti muovi, cosa ti piace, cosa cerchi, cosa ti imbarazza. I tuoi sorrisi, il tuo sguardo, le tue frasi interrotte.

Ho preso appunti, diligentemente, come mi piace fare. Come a scuola. Ho segnato ogni giorno i punti chiave da memorizzare. Procedo per schemi, io. Ho focalizzato le nostre esigenze, ho tracciato le curve, ho composto le tabelle.

Non so tutto di te, mi serviranno altri anni, ma almeno il diploma l’ho preso. Ne sono certa. Non sono l’unica ad averlo conseguito, questo lo so, ma non mi importa per nulla, non sono gelosa e l’autostima non mi manca.

Ora sono pronta, siamo parati. C’è un mondo da esplorare ed io lo voglio fare con te. Una voragine che mi attira, come le sirene con Odisseo formidabile. Un percorso da intraprendere, tempestoso, che mi eccita, che mi infuoca.

Ti riconoscerei tra mille, anche al buio, nella penombra dei corpi aggrovigliati, catene, incastri di pelle e muscoli, tra i fiati intrecciati, le mani allungate, i permessi richiesti ed accordati, gli assensi, gli accessi, le aperture, le disponibilità concesse a sconosciuti mascherati dalle luci strobostopiche.

C’è qualcosa che mi affascina, che mi chiama, che mi porta a desiderare tutto ciò. Fa parte di me.
Me ne sono resa conto all’improvviso, come quando hai i pezzi del puzzle davanti e non hai idea della figura che si comporrà alla fine. Quella prospettiva dall’alto che aiuta e ti permette di avere una visione a lungo termine, della tua vita. Piccoli passi che compongono un viaggio speciale, il nostro.

È andata così: io davanti a te, con l’entusiasmo e il desiderio struggente e primordiale di provare qualcosa di nuovo, diverso. Una svolta alle nostre vite. Mi guardo indietro e osservo le curve, i tornanti che ho tracciato per noi. Sempre.

m3mango nell’eden


Me ne aveva parlato un’amica. Una tipa di quelle un pò alternative, con gli occhialoni da vista enormi bordati in maniera esagerata di nero.  Con anelli, orecchini e tatoo in ordine sparso, con quei pantaloni a cavallo basso, le tshirt con colori a caso psichedelici, il basco di sbieco in lana grezza, le Camper asimmetriche, le collanine mistiche e l’amore per la naturopatia sempre ed ovunque, insomma l’opposto mio e al tempo stesso esattamente il tipo di persona che mi attrae.

Mi aveva portato il listino prezzi, fotocopiato malamente, un lungo elenco di servizi a prezzi davvero invitanti, in centro città, proprio sul tragitto casa/lavoro. Come potevo non andare a ficcarci anche io il naso?

Per cui ho telefonato e prenotato la cosa più semplice che potessi farmi fare, giusto per provare e poi eventualmente tornarci, rassicurata e convinta di non essere finita per sbaglio in una macelleria improvvisata.

E ieri è stato il mio giorno. L’ingresso, dalla strada appare molto elegante e accogliente, porte scorrevoli, telecamera, portiere, triplo ascensore, pulsantiera touch, receptionist molto fashion, con capello corvino, carina e occhialuta, luci chiare, piante d’appartamento, poltroncine d’attesa in cui sprofondare e un andirivieni di giovin fanciulle quasi tutte con la coda di cavallo sventolante, curatissime, smalto, sopracciglia disegnate, casacca bianca con scollatura e cerniera sul seno, pantaloni a sigaretta dello stesso colore e ciabatte mediche d’ordinanza (che a me fanno sempre un certo effetto, n.d.r.). Tutte con pochette nera sottobraccio. Alle 15 in punto qualcuno annuncia il mio cognome. Oddio, tocca a me!

Mi viene incontro una dolce pulzella, non troppo alta, sorridente, che mi accompagna in una camera, con luci soffuse, sgabelli e sedute imbottite. Mi fa accomodare, accende la lucina, mi fa allungare i piedi e intanto si china in avanti e mi mostra il suo generoso décolleté, si inginocchia per prendere il barattolo di crema e si intravede l’intimo bianco latte. Io cerco di mantenere un fare di nonchalance, ma mi pare di essere dentro un film, o forse mi han catapultato  nell’eden, o in paradiso, certamente in un posto meraviglioso, dove la vita ti sorride sempre, non devi lavorare, fare la lavatrice, pagare la spesa, rispondere di sì al capo, fanculare chi ti taglia la strada in auto.

Mi prende entrambe le mani e in un’ora e mezza di puro piacere mi fa una manicure da raccontare ai posteri.

Da Vice: Intervista a una delle sex blogger più famose di internet

A qualsiasi persona si sia trovata su internet a leggere di sesso in inglese è capitato di imbattersi in Girl on the Net. Ogni mese, 100.000 persone visitano il suo blog per leggere ciò che ha da dire su temi come la doppia penetrazione con lo strap-on, il perché le donne alte non escono con gli uomini bassi, la prima volta in cui si ha a che fare con sesso anale e i giochi erotici che prevedono l’uso di coltelli.

In pratica, GOTN si è costruita un seguito raccontando i vari modi in cui gli esseri umani possono fare sesso, ma man mano che il suo profilo anonimo online cominciava ad attrarre attenzione, la sua vita è cambiata. Si è innamorata, ha avuto un esaurimento nervoso, e ha dovuto ripensare a chi era veramente, dietro la maschera anonima di GOTN.

È di questa parte della vita di GOTN che parla il suo nuovo libro, How a Bad Girl Fell in Love. L’abbiamo raggiunta per una chiacchierata.

VICE: Un tema fondamentale nel tuo lavoro è la confutazione del pensiero socialmente accettato secondo cui i gusti sessuali derivano dal genere—l’idea che agli uomini piaccia il sesso e alle donne piacciano le coccole. In che misura credi che le nostre preferenze sessuali derivino dai condizionamenti sociali?
GOTN: Penso che la cosa interessante in questo momento sia proprio il fatto che non lo sappiamo. Molte delle cose che ci insegnano a credere hanno un’influenza su ciò che vogliamo studiare. Così magari studiamo le varie attitudini che ha la gente quando pensa al partner ideale, ma gran parte di quelle ricerche–e del modo in cui interpretiamo i risultati—è basato su cosa sappiamo già. Le persone che guardano il tutto da un punto di vista evolutivo diranno: “la ricerca ci dice che gli uomini vogliono questo e le donne questo.” Ma riusciamo davvero a capire quanto di questo derivi dalla natura e quanto invece sia acquisito?

Se decidiamo di affermare che almeno alcune delle nostre abitudini e preferenze sono acquisite, stiamo dicendo che c’è la possibilità di cambiarle?
È una domanda difficile. Non voglio arrivare a dire che puoi attivamente modificare i tuoi gusti sessuali, perché andando troppo a fondo in questo ragionamento si finisce per pensare che le terapie per “convertire” i gay abbiano un fondamento. Quello che credo è che non solo possiamo esplorare il perché di una particolare perversione ma anche che abbiamo la responsabilità di analizzarla.

A me piace il BDSM e mi piace essere sottomessa sessualmente, e prima di aprire il blog avrei detto, “Bene, non ci posso fare niente: si tratta di ciò che vuole la mia vagina.” Ora sono più propensa a dire: “Sì, questa è una cosa che mi attrae sessualmente e non ho intenzione di vergognarmene, ma posso cercare di capirne il perché.” Probabilmente ci sono un sacco di questioni sociali e culturali per cui trovo questa cosa eccitante—influenze precoci, cose che ho visto da piccola e che hanno avuto un’impronta sul mio modo di pensare. Non direi che ognuno può e deve plasmare i propri desideri, ma che tutti possiamo esplorarli; e questo, in fondo, rende le cose molto più interessanti.

Scrivi molto onestamente di come sia possibile fare del sesso stupendo con gente che non ti piace. Non è vero che essere innamorati equivale sempre a una buona intesa sessuale. Ma anche al di fuori dai circoli religiosi, c’è chi si arrabbia al solo pensiero. Attribuiamo ancora un valore sacro al sesso, vero?
Sì. C’è quest’idea che il sesso è la cementificazione dell’amore o la scintilla che porta all’amore. Sta tutto in quell’idea che l’amore sia l’obiettivo finale, che l’amore etero e monogamo sia questa bolla di splendore, l’ideale che dovremmo voler raggiungere.

Sono d’accordo. Da qui i problemi con la commercializzazione del sesso..
È come un riflesso. Appena si nomina il sesso, la gente si agita. Penso che la prostituzione sia un argomento particolarmente ostico per molte persone. L’idea che sia un lavoro è così radicale perché da quando nasciamo ci viene insegnato che le nostri parti intime sono preziose. Forse agli uomini non particolarmente, ma alle donne di sicuro. Si lega tutto alle nozioni di purezza e verginità, che hanno una forte influenza su di noi.

Sembra che tu sia estremamente paziente con la quantità infinita di foto di peni che ricevi, ma dal tuo libro, la cosa più allarmante è che alcuni uomini non capiscono di poterti intimorire. Come il ragazzo che ti ha scritto, “Lol, non sono uno stupratore,” e poi, “non costringermi a mandarti dei fiori.” Credi di essere arrivata a qualche agghiacciante verità sulla psiche di queste persone?
Non userei la parola agghiacciante, ma prima di aprire il blog avrei detto che i ragazzi non capiscono il femminismo, ma che spiegandoglielo ci possono arrivare. In realtà, ci sono un sacco di uomini che sono onestamente dalla nostra parte e che hanno a cuore il problema, solo che non sono disposti a vedersi potenzialmente come “cattivi”. Una delle cose mi stupisce è il fatto che nessuno pensa mai di essere il cattivo.

Cioè, anche io non credo di essere ‘la cattiva’! Ho fatto e scritto cose sul mio blog che ripensandoci adesso giudico orrende. Ma al tempo non sapevo di essere dalla parte del torto. Quando però ricevo cose estreme, cose veramente aggressive, là non c’è prospettiva e si tratta semplicemente di un comportamento di merda. Come regola generale, cerco di non parlarne troppo. Sento che più ne parlo, più ricevo messaggi del genere.

Quali sono state le parti del libro più difficili da scrivere?
Per me è molto difficile affrontare il tema della salute mentale. Voglio trasmettere l’orrore—ho vissuto momenti in cui veramente non volevo più vivere—ma non voglio sembrare indifesa. Voglio poter dire, “È una merda, ma ecco qua cosa ti lascerà di positivo,” e questo è particolarmente difficile da fare, soprattutto in momenti in cui magari non me la passo bene.

Credi che il modo in cui parliamo di sesso stia cambiando in positivo, o ci sono ancora troppi finti esperti in giro?
Voglio essere ottimista, ma di tanto in tanto mi imbatto in articoli tipo, “Cinque cose da non fare durante un rapporto a tre”, o quelle cose incredibilmente dogmatiche della stampa mainstream. Ma sì, in generale sono ottimista. Abbiamo esperienze più variegate, il nostro mondo è sempre più vasto, e abbiamo abbastanza informazioni per poter rifiutare quel tipo di articoli.

Per avere informazioni su Girl on the Net: How a Bad Girl Fell in Love vai qui.

Segui Frankie Mullin su Twitter.

Fonte

Swingtown, Dan Savage e il Festival di cinema erotico

 

Ho finito Swingtown (alla lettera sveltina), peccato sia solo una stagione. Pare che avesse poco pubblico. Racconta di sesso ma non lo mostra. Parla di scambismo e di tre coppie americane durante la rivoluzione sessuale. Godibile, simpatica, affronta il tema con delicatezza, non in modo superficiale. Alla fine la coppia più aperta è quella più felice e si diverte di più.

Non so la ragione esatta per cui è stato sospeso, ma inevitabilmente mi viene in mente la posta di Dan Savage, tradotta in italiano sull’Internazionale. Tra l’altro questo è l’unico giornale al mondo (il mio mondo, of course) che merita di essere letto con costanza.
Io dichiaro tutto il mio amore non corrisposto per Dan, la posta del cuore di Dan. So che fa anche un programma TV, ma non l’ho mai visto. Le letterine dei suoi fan sono deliziose e senza tabù, si parla di fleshlight, rapporti vanilla e kinky, bdsm, senza giudizi, senza filtri e le sue risposte lo sono altrettanto. Leggere i commenti su Facebook dei criticoni repressi perbenisti (italiani) mi dà allo stomaco, come se esistesse davvero un giudice imperscrutabile che sale in cattedra e decide che cosa è giusto e cosa no. Ma dai. Ma per favore. Si scopa senza oggettistica, giochi di ruolo, solo MF, niente anal, che vita triste.
Il sesso non è al centro della mia vita, ma è importante e ognuno dovrebbe viverlo come più gli piace.

Sabato sera sono stata al Fish and Chips (naming stupendo, isn’t it?). Il Festival del cinema erotico. Che poi più che erotico era parecchio porno. Che platea c’era? Gente normale, giovani, anziani, madame sabaude, ragazzini eccentrici, gay e lesbiche, io.
Si respirava aria frizzante, pseudo intellettuale, persone pacate, anche se poi eravamo tutti un pò eccitati quando sono arrivati i sussulti in stereofonia, quando abbiamo fatto i guardoni davanti alle orge collettive a pieno schermo.
Ho visto un film molto bello, spiritoso, divertente, originale, con una sceneggiatura (!) ed uno abbastanza brutto, con poca storia, incomprensibile, gratuito. Uno era tedesco, l’altro americano con protagonisti di colore.
Schnick Schnack Schnuck era il titolo del primo, che è il gioco carta forbici sasso.
Il secondo non ve lo racconto perché ho avuto difficoltà a seguirlo, a parte vedere quel nero gigante, tutto muscoli e tatoo che penetra la protagonista. Era l’ultima produzione di Candide Royalle, precursore di Erika Lust, donne regista e produttrici di film hard, che si rivolgono ad un pubblico anche femminile e che propongono un sesso più realistico ed emozionale,  più artistico, tralasciando gli aspetti volgari del porno comune, pensato ad uso e consumo prettamente maschile (le sborrate coi fuochi d’artificio, per intendersi).
Perchè il porno è anche cultura e di donne così dovrebbero essercene davvero sempre di più.