Acronimi amorosi

mango

A
mami, solo questo mi interessa, anche se non scopi solo con me, anzi proprio per questo motivo. Non sono gelosa, no, aspetta, lo sono, ma le imposizioni non servono a nulla, anzi, proibire è il primo passo per trasgredire. L’importante è tu corra da me, ogni volta.

Montami, come piace a me, da dietro, mentre le tue dita sfregano ed io trattengo il respiro e ti dico continua e il muro, a sua volta, sfrega sulla nostra pelle e i vicini sono costretti a tapparsi le orecchie, perché siamo sfacciatamente molesti.

Osiamo insieme. Voglio giocare con te, bendami, imboccami, leccami, odorami, 69 passaggi di te e di me, 69 di incastri e nascondini.

Resisti, resisti. Resisti? Mi resisti anche con questa lingerie di pizzo nero, le autoreggenti e il tacco che mi hai specificatamente chiesto, come la comanda che ritira il ragazzetto al ristorante? Che siamo seduti, uno accanto all’altro ed io vorrei scivolare sotto il tavolo e cercarti nel buio?

Eccomi, sono qui solo per te: ti voglio infilare la mano attraverso la camicia color latte e tastare i tuoi morbidi peli neri.

Mostrami cosa ti piace: le mani, la bocca, il naso, la bava, gli odori, l’acqua che scivola tra le nostre cosce, nella doccia troppo stretta, che non permette di muoverci a dovere, dove lo spazio è risicato, ma ci basta, è sufficiente per una vita insieme.

Io ti amo.

O no? Hai ancora dei dubbi? In quante lingue dei gesti, dei pensieri, delle opere e delle omissioni ti devo dire che ti amo alla follia?

L’antipasto

Troviamoci in quel bar del centro, discreto e aristocratico. Mi riconoscete, sono sicura. Ho i capelli raccolti, le scarpe col tacco, l’immancabile impermeabile nero, legato in vita, da maniaca. Sarà divertente, rilassante, sorridere insieme, guardarci negli occhi, bere un caffè d’orzo in tazza grande, un marocchino, solo perché è proprio tipico di qui, una cioccolata calda.

Sediamoci, qua, accanto a questo microscopico tavolino tondo, vicini, che ci sfioriamo le gambe.

Parliamo, raccontiamoci come cazzo siamo finiti qui, senza di lui, che è lontano, ma è sempre, immancabilmente presente. Che ci manca, da morire. Condurrebbe lui i giochi, ne siamo certi.

Divaghiamo, partendo dal blog, dai racconti, dalle email smorzate, che non hanno nè capo, nè coda, non hanno un ‘caro’, un ‘cari’ iniziale e un saluto di congedo, una firma, un segno di riconoscimento, un nome vero, reale. Solo l’urgenza di mettere nero su bianco una sensazione, un sentimento, una curiosità, da condividere in quell’istante, impellente e al tempo stesso congelata nel tempo.

Tocchiamoci. So di essere invadente, ma ci provo, tento, ne ho bisogno. Mi sento il carico di lui sulle spalle, siamo una coppia, come voi due. Credo che lui farebbe così. Partirebbe da lì, una mano sulla coscia, sicura di trovare autoreggenti accoglienti, jeans stirati. Scusate, ragazzi, se sono inopportuna faccio un passo indietro. Non sono così aggressiva come sembro, o forse si, non lo so, forse dobbiamo chiedere a lui. Ma lui ci ha autorizzato, non saremmo qui, ora, se non avesse dato il via libera.

Allunghiamo le mani, non ci vede nessuno, nel locale affollato, abitato da mille occhi, puntati su di noi. Ma, no, non ci vede nessuno, non lo so, ma io continuo, sento l’urgenza di sentire i vostri corpi, come reagiscono alla mia, alla nostra sfrontatezza.

Osiamo, è questione di un istante, superiamo quel limite, che è solo nella mia, nella vostra testa. La mano aperta, ignorante, scorre decisa sulla vostra gamba, risalendo inesorabile. Anche tu, anche voi potete farlo. Sono qui, sono qui per voi, per annusarvi il collo, come una leonessa, siamo in tre, ma siamo anche in quattro. Lui è nelle nostre teste, il suo odore, il suo sudore sulla schiena, il suo sorriso, il suo sguardo strafottente, da bravo ragazzo apparente, i suoi boxer scuri, la sua pancia perfetta, i piedi che ho limonato a lungo.

Alziamoci, questo posto ci sta stretto. La temperatura si è alzata, nonostante, fuori faccia un freddo porco.

Vi voglio, entrambi. Voglio avervi su di me, sono venuta per voi. Dove andiamo, va bene ovunque, in questo momento vi seguirei come una cagnetta, con la coda sintetica che ho infilato di corsa nella borsa, metti che ci serva.

Chiudiamoci a chiave. Abbiamo un pò di tempo per fare conoscenza. Per sederci sul letto, aprire le gambe, spostare gli slip, infilarci la testa, la lingua, la bocca, il cervello, soprattutto quello.

Lasciamoci andare, è quello che volevamo, fin dall’inizio.

Facciamo due foto, per lui, gliele mandiamo. Questo è solo l’antipasto.

Al ristorante


Non ho fame, mi pare una perdita di tempo inutile. Non ho fame, ma mi piace darti la mano, intrecciare le nostre dita, farmi tirare un pò e seguirti saltellando sui miei tacchi instabili, mentre scendiamo dal taxi.

Non ho fame, ma hai prenotato e ogni tuo desiderio è un ordine. È una perdita di tempo, perché io ho bisogno di starti addosso ogni momento.

Andiamo, sono pronta. Mi sono preparata per noi, mi piaccio. Non sono nè bella, nè brutta, sono seducente per te. So esattamente quali tasti pigiare, al momento.

Sediamoci uno di fianco all’altro, al tavolo col cartellino ‘Riservato’. La sala è colma, i camerieri si muovono come su una scacchiera.

Non ho fame, ma ordiniamo qualcosa. Siamo qui, io e te, come una coppia qualunque. Eppure c’è il fuoco dentro i nostri corpi, tra le nostre cosce, nelle nostre teste, in fondo ai nostri cuori.

Non me ne frega un cazzo di mangiare. Mi basta uno yogurt al caffè da 500 grammi, raccolto col cucchiaio, seduta per terra, mentre ti accarezzo i capelli arruffati, dopo l’amplesso a novanta.

La tua mano larga sulla mia coscia che scorre dal ginocchio, sulle autoreggenti, sulla carne, agli slip, che non ci sono. Allargo le gambe, le pedine, i camerieri della scacchiera, ci guardano attoniti, imbarazzati, schifosamente arrapati. Allargo le cosce, inclino la schiena, ti facilito il compito.

Mi è venuta fame, finalmente. Toccami qui, ora, in mezzo al chiasso dei piatti in finta porcellana, le tovaglie immacolate, le posate in silverplate, le coppie vergini pallose, che non sanno niente del nostro amore. Sbranami, divorami, l’esibizionismo in luoghi pubblici, flashing, per gli amanti del genere, è una delle categorie porno che mi fa godere di più.

Siamo maleducati, inappropriati, cafoni, incivili, indolenti, sozzi.

Siamo noi, tu ed io.