Your job is blow job

mango
Non sapevo se fosse stata davvero una buona idea. Alla fine ti conoscevo da poco, non sapevo i tuoi gusti, cosa ti piaceva, cosa ti eccitava ed io non avevo ancora avuto il tempo di raccontarti i miei.

Però mi ispiravi, mi parevi abbastanza intelligente per assecondarmi. Mi avevi raccontato cose che mi facevano pensare avessi ampie vedute. Aperto, libero, amavi viaggiare, tollerante, diplomatico. Immagino c’entri poco, però nel complesso m’infondevi fiducia e comprensione. Potevo lasciarmi andare, ero tra amici, con la persona giusta per  soddisfare una mia fantasia.

Perché ci vuole cervello, per compiacere senza pregiudizi e con trasporto quello che ti stavo chiedendo.

Ricordo che ero seduta sul letto e con sguardo d’intesa ti porsi il mio vibratore viola. Quello tutto nervature, di gomma.

Avevo le gambe spalancate, il sorriso languido, le braccia appoggiate all’indietro che mi sorreggevano, sul copriletto azzurro puffo.

Tu mi guardasti con malizia e mi feci un cenno per farmi capire che avevi inteso. Lo impugnasti e iniziasti a strofinarmelo in mezzo alle gambe. Due dita sul clitoride, uno nella fica e uno nel culo. Tutto intento a fare un buon lavoro, anche solo per il fatto di restituirmi il piacere.

E invece… No, no, non hai capito.

Non mi devi masturbare, non voglio che mi fai vedere che sai usare il dildo su di me. È un’altra cosa che vorrei da te.

Vorrei osservarti mentre in ginocchio mi guardi compiaciuto e con impegno e passione mi lecchi l’uccello di gomma.

Rosa violaceo, non troppo distante dal colore della mia pelle, tanto che sembra quasi mio, così infilato tra le mie gambe, che spunta e fa capolino.

Continua, ti prego. Guardami dritto negli occhi, passa la lingua su tutta la lunghezza, leccami il culo e poi prendilo tutto in bocca e fammi venire! Cazzo, si!

La juta e il bambù 

 mango 
Non scherzi più, lo capisco dal tuo sguardo severo, da come muovi il corpo, dal respiro che si fa controllato, con un lieve sussulto. Basta poco per capire che hai cambiato atteggiamento. 

Muovi le mani con fermezza, mi immobilizzi le gambe e impugni le strisce intrecciate di juta, facendole passare sul mio corpo con trasporto e sapienza. Sento il rumore dello sfregamento, come le vele esposte al vento, quando andiamo in barca.

Ed io, quando capisco che stiamo entrando in questa dimensione, mi lascio andare completamente: chiudo gli occhi, abbandono le membra, rallento il respiro. 

Shhhh.

Mi prendi, mi strattoni, mi fai anche un pò male, mi pizzichi per sbaglio un pezzo di pelle, mi avvolgi, mi sposti facendo leva con le corde, mi ingabbi, mi spingi, mi schiacci. Io non ho più una volontà, sono in tua balìa, mi sono arresa da subito.

Non so mai cosa vuoi fare e questa insicurezza, per una così caparbia e sicura, mi eccita.

Mi stringi a te, un pò mi baci, un pò mi torturi, con tutti i sensi.

Sono costretta da questi sottili serpenti di juta, sento il tuo respiro che si fa rumoroso, mentre inverti la direzione della corda e quando sembra che tu abbia finito, impugni la canna di bambù e inizi a batterla per terra, sul pavimento di legno che sa di cera fusa. 

Tac tac tac.

Rimbomba l’eco per tutta la stanza ed io forse so cosa sta per succedere, almeno lo immagino. Da un momento all’altro mi colpirai, proprio quando avrò pensato che questa volta non lo farai più. 

Godi così ed io con te. 

Poi improvvisamente ti stufi, ti piazzi dietro di me e con la canna di bambù mi tocchi, mi frughi, mi respiri il collo. Sento il tuo naso tra i miei capelli, il calore del tuo alito sulle spalle e al tempo stesso il gelo del fusto, che muovi con intensità variabile, senza neanche guardare. Sai come dirigerlo. Sei come un maestro d’orchestra, con gli occhi chiusi segui una musica interiore e muovi la canna che pare una bacchetta.

E il gioco prosegue, un gioco consenziente, silenzioso e tutta la stanza è colma di parole d’amore.

80 voglia di te

mango 

Liberamente ispirato ad un corto di Erika Lust.

Ricordo perfettamente quando eravamo tutti vestiti anni ’80 con gli scaldamuscoli mosci e fosforescenti, la fascia elastica che ti taglia la testa, i fuseaux snellenti con il body sopra che segna a V l’inguine, i calzoncini tipo Adidas con gli spacchi di lato, le canottiere sudate al punto giusto, le magliette over size con la spalla scoperta.

E si faceva ginnastica, anzi aerobica, sforzandosi di fare il proprio meglio, flessioni, addominali malefici, affondi, squat, ma forse allora quello manco esisteva.

E c’era quel trainer tutto gonfio, muscoli, che impartiva ordini a tutti, menando il tempo e cazziando chi non stava dietro ai suoi 1, 2, 3, 4, stella. Antipatico, scorbutico non c’è che dire, noi a novanta a fare pressione sui palmi delle mani e gli avambracci tutti, lui tronfio con il dito alzato, sentendosi Gesù nel tempio a dettare comandi.

Ma ad un certo punto qualcuno di noi iniziò a ribellarsi, forse per via delle aderenze in bella mostra, le generose scollature, le guaine seconda pelle, colorate e provocanti, non si sa esattamente per quale ‘azz di motivo, ma qualcuno provò gusto ad ammiccare, fare l’occhiolino, lo sguardo maliardo, la lingua sul rossetto acceso, il sorrisetto di lato, agli altri sottomessi del gruppo. E inizialmente da timidi e repressi diventammo più forti, più consapevoli della forza del gruppo e iniziammo chiano chiano a disubbidire al tremendo oppressore in tuta e scarpe da ginnastica!

E scappò il primo bacio, il primo limone, poi due, tre, mille. Mani che si toccano, frugano, sfiorano, pentrano, uncinano, menano, sfregano. Via i vestiti tutti, diventammo un unico essere aggrovigliato e felice. Trenini deliziosi, corpi concatenati, non più concentrati ad eseguire ordini, ma dediti a dare e raccogliere piacere, in quello sfondo bianco della palestra anni ’80 e quel mucchio di stoffa colorata sparpagliata un pò ovunque.

E mentre il maestro tentava invano la disciplina, l’obbedienza, l’asserzione, noi eravamo troppo concentrati a succhiare cazzi e tutto il resto.

Il garagista

  
Erano ormai anni che mi guardavi mentre venivo a parcheggiare l’auto nella tua officina, perché trovare parcheggio qui, nel cemento di questa cazzo di città, era ormai un’impresa impossibile. Mi squadravi con gli occhi, mi spogliavi, mi toccavi solo col tuo sguardo arrapato, che nulla lasciava al caso. E io mi divertivo a sculettare generosa davanti a te, con la minigonna, le autoreggenti e i tacchi vertiginosi. Mi piaceva atteggiarmi a troietta, farti una battuta ambigua, sono la regina del doppio senso, io.

E tu, a volte facevi lo sguardo da gatto, a volte mi guardavi senza riuscire a socchiudere la bocca, mentre per sbaglio fingevo di cercare qualcosa nel baule, inchinata a novanta, a volte mi fissavi, passando la lingua sulle labbra umide.

Sapevo benissimo che ti scopavi le altre clienti, che te le portavi nel retro e senza preliminari, senza presentazioni, senza gentili approcci, ti facevi fare una pompa, oppure affondavi il tuo cazzo da garagista sozzo.

Ero consapevole che non ci mettevi una vena romantica, manco per sbaglio.

Avevi il banco da lavoro, impegnato da mille attrezzi, di cui non conoscevo nè il nome, nè l’utilizzo. Sporchi di grasso, di polvere, di zozzerie tutte. Eri grezzo, con le unghie bordate di nero e una salopette che gridava vendetta. Avevi appeso con del fil di ferro arrugginito due calendari di puttane succinte, con le unghie laccate e la lingua calata.

Ed io invece, così fintamente raffinata, con lo smalto rosso, fresco e curato, i collant velati, la pelliccia sintetica che sembra vera, sotto il tailleur Chanel e la collana di perle.

E venivo verso di te, a un centimetro di distanza, facendo rimbombare i miei tacchi dodici. Scusa, signor  garagista ci sarebbe un lavoretto per te. E socchiudevo le gambe, aprivo giusto lo spazio e il tempo per farti capire che non stavo scherzando, giusto il tempo per farti intendere che non avevo gli slip, che ero fradicia, che volevo appoggiare le chiappe sul tuo banco da lavoro, che volevo divaricare le cosce e senza proferire parola, sentire la tua lingua sul mio pezzetto di carne incantato, titillato e bagnato, sentire le tue dita luride ad uncino, che sapienti si muovono, seguendo il ritmo del mio respiro affannato e rumoroso.

Bravo, garagista, bravo, sapevo di rivolgermi ad un professionista affermato, sai come prendermi, sai come farmi godere. Vedrai che se mi conduci all’orgasmo ti farò con trasporto un pompino coi fiocchi.

La mitica rossa

  

Dedicato a Ysingrinus, con cameo a Domenico Mortellaro.

Colgo il brief dell’ottimo Ysingrinus, per provare a scrivere un post di poco conto, su manichini e vestitori di manichini che si eccitano, mentre vestono e svestono quei corpi perfetti, sintetici e senza sesso.

Ero stata assunta parecchi mesi fa, in questa catena di negozi di vestiti low cost, roba che con 59,99 euro ti rifacevi il guardaroba con un discreto stile spazzatura. 

Avevo accettato solo perché mi avevano piazzato nel reparto dell’intimo. Era un pò un mio pallino, la lingerie tutta. Adoravo provarla, spiare i clienti che la indossavano nei camerini, piegarla nei cassetti, infilarla nelle borse dopo gli acquisti, ma soprattutto ciò che mi piaceva di più era avere a che fare con i manichini. Tirarli su di peso, sistemare loro la parrucca, provare le moltitudini di opzioni che solo l’intimo ti dà: slip, tanga, brasiliana, culotte, boxer, mutande, perizoma. Per non parlare dei reggiseni, dei reggipetti, come direbbe il cortese Domenico Mortellaro, che solo loro presentano innumerevoli sfaccettature, con la chiusura dietro, davanti, con il buco sui capezzoli, a fascia, a balconcino, a push up. Sceglievo i colori, i materiali e li vestivo delicatamente, tirando su, un po’ alla volta, lungo le gambe, gli straccetti di stoffa.

Le vendite andavano parecchio bene, ci mettevo tutta la passione e l’impegno che potevo. Giorno dopo giorno, avevo iniziato a dare un nome ai manichini, per riconoscerli e addirittura un carattere. Per cui a quella con i capelli rossi non avrei mai messo un completino basic, ma solo abbinamenti molto sexi e provocanti. Per dare maggiore carattere a questi, che ormai erano quasi diventati i miei colleghi muti, avevo iniziato a dotarli di accessori. Per cui se la mise era particolarmente trasgressiva avevo comprato oggettistica appropriata: una frusta, dei guanti di pelle neri, lunghi fino al gomito, tacchi a spillo, una velina maliziosa da sistemare sul capo. Dopo essere stati con loro tutto il giorno, in un monologo continuo da parte mia, mi ritrovai a sentirne la mancanza la sera e la notte. Vivevo sola e la compagnia di una persona, anche se un manichino, mi avrebbe fatto senz’altro piacere. Per cui una sera decisi di portarmi a casa, di sgamo, la mitica rossa.

Era ingombrante, ma staccando braccia, gambe e testa, ci stava benone nel saccone dell’Ikea.

Ed eccola lì, appoggiata sul mio inutile lettone a due piazze, ricomposta e vestita, anzi opportunamente svestita di tutto punto.

Era bellissima e quasi senza accorgermene, quella notte, mi addormentai di fianco a lei con una mano sul seno e una sulla glabra fica.

La prima corda

  
Abbiamo ricevuto l’indirizzo del laboratorio via sms, unito ad una parola in codice da pronunciare al citofono. Quel misto di imbarazzo ed eccitazione, che conosco bene, tipico della timida, quale sono.

Indosso jeans scuri attillati, con la cerniera in vista, tacchi e un semplice pull. Rossetto fuoco d’ordinanza.

Entro fingendo sicurezza, con lo sguardo fiero, squadrando con la coda dell’occhio gli altri ospiti. Mi sento osservata e mi nascondo dietro lo schermo del “Sono i nuovi, i nuovi del giro”.

Seduti sul divanetto, mi guardo intorno, ci sono già quattro o cinque coppie che hanno iniziato. È una cerimonia curiosa, in cui gli uomini sono concentrati, uno addirittura con la lingua che sporge di lato, a voler dimostrare tecnica e precisione. Le donne reagiscono diversamente, c’è quella che controlla i movimenti di lui, c’è la ragazza giovane, senza reggiseno, c’è quella più formosa che non nasconde un tanga nero, fuori concorso e dei capezzoli che gridano attenzione, spesso con gli occhi socchiusi.

Il mio sguardo cerca tra gli uomini in sala, per capire chi può essere quello giusto a cui offrirmi. Alla fine scelgo il proprietario del laboratorio, perché deve essere esperto e poi perché decisamente brutto, con in testa la delicatezza di non far ingelosire il mio accompagnatore. E quindi inizio l’approccio:

Lo faresti con me?

E lui: ora no, più tardi.

Ammetto un po’ di delusione, ma alla fine è la mia prima volta e forse non è così divertente avere a che fare con una principiante, per cui torno sul mio divanetto a godere degli occhi e a fremere di desiderio.

Poi ecco arrivare loro, non belli, ma decisamente attraenti, esperti, sinuosi. Esibizionisti, tanto che poi ci confidano di fare spettacoli insieme, nei privè in città.

E tu, mio accompagnatore mi offri a lui. Così, all’improvviso, ed io sono imbarazzata, perché sento la carica erotica che emanano. Ma loro tergiversano, lui dissimula. Per cui incasso ancora una volta un rifiuto. 

Dopo una piccola performance si avvicinano a noi. Ci chiedono chi siamo, cosa cerchiamo. Chi vuole nella coppia dominare. E si stupiscono, ogni volta della mia timida e ferma risposta. Sono io che ho deciso di venire qui, sono io che voglio legare, ma anche essere legata. Sono switch. Quella parola cristallina, accende i loro animi e lui mi prende per mano e mi accompagna sul palco.

Ti piace stare a testa in giù?

Si, mi piace. Portami fino in fondo. Sono qua per questo.

E inizia a legarmi stretta le mani dietro la schiena, a passarmi le corde sotto il seno, ad avvolgermi come un abbraccio le caviglie, le gambe, il pube, le cosce. Inginocchiato davanti a me, col petto scoperto, le bretelle e un piccolo corno al collo. Coi capelli raccolti, il tatoo e quelle mani sapienti, di dominatore professionista. 

Ed io chiudo gli occhi, mi concentro sul rumore della corda, sulle sue mani, sul suo fiato. Sulla sospensione: miei arti che piano, piano si muovono senza la mia volontà, mentre mi solleva, mi gira, mi capovolge completamente, mi divarica, mi fa ruotare su me stessa.

È una sensazione meravigliosa, completa, a lungo agognata. Sono eccitata, sono osservata da tutti i presenti, che in silenzio religioso partecipano al mio piacere.

Al privè

  
Andiamo, andiamo insieme, ci portano loro. Sarà divertente, lo sappiamo benissimo. Siamo eccitate all’idea, da mo’. Ridiamo, diamoci la mano, dita intrecciate, siamo in confidenza, siamo in sintonia. La tua risata cristallina mi riempie il cuore. Dicevo, stringimi le dita, entriamo così, trionfanti a muso duro. E loro dietro, che ci scortano, srotolo il tappeto rosso per noi.

Chissà dove cazzo pensiamo di andare, chissà che ci immaginiamo di fare, ma è sempre un gioco e questo ci basta.

Hai dei tacchi pazzeschi, infiniti, tu e la tua taglia 38, non ti stacco gli occhi di dosso, e non sono l’unica. Mi piace sussurrarti qualcosa all’orecchio e vederti sghignazzare, divertita. E poi per caso, darti un piccolo bacio bagnato, proprio prima dell’attaccatura dei capelli, che non ho capito ancora se sono biondi o no. Ma non importa, va benissimo così.

Andiamo, siamo già su di giri, un piccolo aiutino, naturale, sintetico, per non avere l’imbarazzo. Che alla fin fine, siamo sempre in un night club, un privè, un locale XXX. Come lo chiamate voi?

Entriamo, entriamo, prendiamo qualcosa da bere? Testa o croce, scegliamo quello fighetto o quello trash? Chetelodicoafare, quello squallido è perfetto, se mi leggi da un pò, già sai. E noi tiratissime, con latex, rubber e pelle tutta, siamo sicure di alzare qualche uccello assopito.

Siamo noi due, siamo noi quattro. Possiamo anche non fare nulla, giusto guardare, poi usciamo e stiamo tra noi. Però, però, siamo arrivati fin qui. Dai, vieni, diamo spettacolo. Ti afferro il braccio, ti tiro, inclina la testa, anzi siediti. Il tuo sorriso mi eccita, i loro sguardi mi fanno venire voglia di esibirmi. 

Niente, non ce la faccio, devo sedermi a cavalcioni su di te, devo baciarti dietro le orecchie, farti sentire il mio respiro. Chiudere gli occhi, cercarti con la mano, il tuo odore, il tuo sapore, non sono in me. Temo di avere esagerato con l’aiutino, ma sento che ti piace, sento il consenso nell’aria, anche se non riesco a capire chi c’è. No, no, no, non voglio andare in bagno, voglio farlo qui. Anche tu vuoi, perché me lo sussurri all’orecchio. Le mie mani, le tue mani, hanno fame di trasgressione. 

Aspetta, aspetta un momento, ma…

Non sono le mie, non sono le tue.

Di chi cazzo sono queste mani maschili? Maschili, mi pare. Devo ricordarmi la prossima volta che gli aiutini esagerati sono deleteri.

Però, però, ci piace. Ho capito, abbiamo capito di chi sono queste mani. Sono fin troppo note. E allora rilassiamoci, la serata è appena iniziata.

Il dono (II parte)

  
Comprami tu la gonna cortissima, talmente corta che mi chiedo a cosa serva. No, non è vero, non me lo chiedo perché lo so, ma mi piace ogni tanto fare quella che cade dalle nuvole. E’ che non sono credibile, ma mi sforzo di essere seria e anche un pò stupita. Chissà se mi riesce davvero? Me lo devi dire tu.

Se me la compri tu, oltre ad essere un dono, un dono simbolico, come piace a noi, forse la pianterai di sgridarmi che la mia è troppo lunga, troppo poco fasciante, troppo poco lucida. E forse la smetterai di punirmi, castigarmi, sculacciarmi, obbligarmi con la forza, prostrata e sottomessa a bere la tua sborra calda (è sempre calda, a quanto pare), alternata a liquidi non ben identificati. Forse la smetterai, si?

Ma io non voglio che tu smetta, of course, come quando mi rispondi in inglese, perché sai che mi piace. Come quando, cambi accento repentinamente, solo per confondermi, solo per stupirmi, solo per farti dire che la tua voce mi eccita, quell’inclinazione del suono che emetti, dalle tue labbra, che mi provoca cascate, cascate del Niagara

Ma allora sceglila tu la gonna, adoro pensare che l’hai scelta per me. Che sei entrato in un orrendo negozio di articoli fetish, hai chiesto la disponibilità della taglia e con cura, con cura e passione hai scelto quella che ti piaceva di più. Come un bambino dal giornalaio, sceglie un giocattolo agognato.

Non ti dico come la vorrei io, mi piace sapere che l’hai scelta tu e proprio per questo mi piacerà indossarla, sfoggiarla nei misteriosi privè in cui mi vuoi trascinare ogni volta. Ed io ti seguo sognante, come se mi portassi nel paese dei balocchi.

E i balocchi siamo noi e tutti i nostri giochi, che potremmo buttare in un sacco, mescolare, bendarci a vicenda e provarli su di noi e scoprirli ogni volta come fosse la prima. E ridere e scherzare, come ci succede sempre.

La immagino nera, questa gonna, che ora voglio, desidero, pretendo, lucida, uno specchio, una striscia superflua, che non copre nulla, che invita, che rende accessibile, a te, agli altri, ai depravati tutti, le mie forme.

So già quando indossarla, appoggiata all’auto, che ti do le spalle e ti aspetto contro di me.

La collega

 
Sei entrata nel mio ufficio, ti guardo da almeno un anno. Da quando ti ho regalato le lanterne cinesi, da incendiare e far volare nel cielo scuro della notte, durante la festa di compleanno che avevi organizzato a sorpresa per tuo marito. La stessa persona che tra una settimana sarà il tuo ex, legalmente parlando.

Che poi le lanterne erano un regalo, anche per me. Non mi hai quasi ringraziato, ma io già un po’ ti amavo o forse avevo solo voglia di infilare la lingua nei tuoi tre buchi. Niente miele e cazzate simili, l’ambrosia, il buchino, la fessura, la rosa, la gattina che profuma di pesca, il bottoncino che sa di fiori sbocciati in primavera.

No, mi spiace. Pane al pane, le parole hanno un significato e a me piacciono quelle forti, quelle che ti travolgono, che ti schiacciano per terra, inesorabili. Come quando lui mi sculaccia forte con la cinta di pelle.

Mi piacevi per motivi futili, sensazioni a pelle. I tuoi capelli rosso fuoco tagliati corti asimmetrici, i pearcing, i tatuaggi, il tuo culo importante. Ah, il pearcing alla lingua, quello me lo gusto, è una fantasia ricorrente che cerco, che cerco.

Dicevo, sei entrata nel mio ufficio ed io non resistevo. Guardavo il tuo trucco pesante e avrei passato il braccio sulla mia scrivania con forza, con decisione per spazzare via gli inutili fogli, fascicoli, penne, matite, mouse e temperini e fare spazio al tuo culo importante.

Ma hai fatto tutto tu, ti sei avvicinata, naso a tre centimetri di distanza e mi hai chiesto: un aperitivo insieme una di queste sere? Ed io ero già fradicia. Ero già lì a pensare a cosa mettermi addosso, sexi e al tempo stesso abbastanza pratico da strappare via.

Sei così diversa da me, eppure gli opposti si attraggono e quando eravamo seduti una di fronte all’altra a bere il terzo mojito avrei voluto baciarti, come una quindicenne il primo giorno di scuola. Con la sfrontatezza e l’inesperienza di una che vuole fare, ma non sa da che parte iniziare. Che ha uno in chat che le dice cosa fare, ma non lo ascolta perché si fida di se stessa. È ora sono qui che ti aspetto, perché tu mi fai sempre aspettare per ore, io sono una precisa, non sgarro di un minuto, mentre tu, solo tu, mi fai attendere le ore nel parcheggio, come un maschio al primo appuntamento. Lo faccio io il maschio dominante? Va bene, basta che mi fai affondare le labbra. Solo quello voglio, solo quello.

No, il maschio dominante sei tu, più dominante di me dominante. E io ti seguo mentre mi dici che il reggiseno non mi valorizza e me ne serve un altro. Ok, sceglilo tu per me. Entriamo in negozio, mano nella mano e tu istruisci la commessa e io sto muta. Lei sceglie per me. Voglio un reggiseno che gliele spinga su, che mi venga voglia di mungergliele per mesi.

E giriamo, giriamo, ne provo mille e alla fine tu dici si e io pago e lo compro. Poi tocca a te, scegliamo le autoreggenti perché alle quattro vai a scopare nel motel con nickname e io, io torno alla vita. 

Ci vediamo lunedì, in ufficio.

L’antipasto

Troviamoci in quel bar del centro, discreto e aristocratico. Mi riconoscete, sono sicura. Ho i capelli raccolti, le scarpe col tacco, l’immancabile impermeabile nero, legato in vita, da maniaca. Sarà divertente, rilassante, sorridere insieme, guardarci negli occhi, bere un caffè d’orzo in tazza grande, un marocchino, solo perché è proprio tipico di qui, una cioccolata calda.

Sediamoci, qua, accanto a questo microscopico tavolino tondo, vicini, che ci sfioriamo le gambe.

Parliamo, raccontiamoci come cazzo siamo finiti qui, senza di lui, che è lontano, ma è sempre, immancabilmente presente. Che ci manca, da morire. Condurrebbe lui i giochi, ne siamo certi.

Divaghiamo, partendo dal blog, dai racconti, dalle email smorzate, che non hanno nè capo, nè coda, non hanno un ‘caro’, un ‘cari’ iniziale e un saluto di congedo, una firma, un segno di riconoscimento, un nome vero, reale. Solo l’urgenza di mettere nero su bianco una sensazione, un sentimento, una curiosità, da condividere in quell’istante, impellente e al tempo stesso congelata nel tempo.

Tocchiamoci. So di essere invadente, ma ci provo, tento, ne ho bisogno. Mi sento il carico di lui sulle spalle, siamo una coppia, come voi due. Credo che lui farebbe così. Partirebbe da lì, una mano sulla coscia, sicura di trovare autoreggenti accoglienti, jeans stirati. Scusate, ragazzi, se sono inopportuna faccio un passo indietro. Non sono così aggressiva come sembro, o forse si, non lo so, forse dobbiamo chiedere a lui. Ma lui ci ha autorizzato, non saremmo qui, ora, se non avesse dato il via libera.

Allunghiamo le mani, non ci vede nessuno, nel locale affollato, abitato da mille occhi, puntati su di noi. Ma, no, non ci vede nessuno, non lo so, ma io continuo, sento l’urgenza di sentire i vostri corpi, come reagiscono alla mia, alla nostra sfrontatezza.

Osiamo, è questione di un istante, superiamo quel limite, che è solo nella mia, nella vostra testa. La mano aperta, ignorante, scorre decisa sulla vostra gamba, risalendo inesorabile. Anche tu, anche voi potete farlo. Sono qui, sono qui per voi, per annusarvi il collo, come una leonessa, siamo in tre, ma siamo anche in quattro. Lui è nelle nostre teste, il suo odore, il suo sudore sulla schiena, il suo sorriso, il suo sguardo strafottente, da bravo ragazzo apparente, i suoi boxer scuri, la sua pancia perfetta, i piedi che ho limonato a lungo.

Alziamoci, questo posto ci sta stretto. La temperatura si è alzata, nonostante, fuori faccia un freddo porco.

Vi voglio, entrambi. Voglio avervi su di me, sono venuta per voi. Dove andiamo, va bene ovunque, in questo momento vi seguirei come una cagnetta, con la coda sintetica che ho infilato di corsa nella borsa, metti che ci serva.

Chiudiamoci a chiave. Abbiamo un pò di tempo per fare conoscenza. Per sederci sul letto, aprire le gambe, spostare gli slip, infilarci la testa, la lingua, la bocca, il cervello, soprattutto quello.

Lasciamoci andare, è quello che volevamo, fin dall’inizio.

Facciamo due foto, per lui, gliele mandiamo. Questo è solo l’antipasto.