Obrigada, Brasil.

 mango 
E’ stato un viaggio allucinante, 14 ore sotto il sole cocente, in mezzo al nulla. Partenza alle 4 di mattina, senza neanche sapere bene dove andare. 

Già a quell’ora faceva caldo.

Avevo visto sulla mappa più o meno la destinazione, ma come spesso mi capita avevo studiato poco la meta. Certo, era sull’oceano, ma durante il tragitto spesso mi ero chiesta se davvero valesse la pena quella sofferenza, il caldo, il sudore, la stanchezza, le buche, il traffico dei camion, gli autogrill che sono stazioni di servizio col cesso otturato tipo trainspotting e i pasti pieni di mosche.

Per fortuna avevo scoperto il ghiacciolo al coco, puro toccasana, squisito. Mi era già successo altre volte, durante i viaggi, di provare disgusto per il cibo in balia di insetti tutti e di essermi tolta la fame con un gelato. Confezionato, certo, facendo finta dell’assenza della catena del freddo.

Dopo più di 800 km, che in quelle condizioni parevano almeno il doppio, arrivai all’oceano.

Mi ero spesso domandata in quelle lunghe ore, perché cazzo avevo deciso di risparmiare 250 euro, e non avevo preso l’aereo, spinta dal desiderio di vedere il Brasile da vicino. Non amo viaggiare da turista, adoro immergermi nell’ambiente, entrare in contatto con gli autoctoni, mangiare il cibo tipico con le mani, spostarmi scomoda per gustare da vicino la vita della gente del posto. Questa è la terza volta qui e ogni volta mi sorprende la natura, così potente, così protagonista. La terra rosa, grassa e feconda e la vegetazione rigogliosa. Non credo esista una tavolozza al mondo che riesca riprodurre tutte le gradazioni di verde che i miei occhi hanno assaporato in questi giorni. I miei occhi a riposo dal traffico, dagli schermi, dalle sfumature di grigio.

Credo di essere ingrassata, sicuro gonfia dal troppo alcol che si ingurgita ad ogni ora, tra birre gelate e caipirosche ai frutti tropicali, dai nomi irripetibili, dissetanti, che ti entrano nelle vene dalle 11 del mattino.

E poi gli orari sono davvero inconcepibili, soprattutto per me che in genere scandisco il tempo come in un ospedale: pranzo alle 11, merenda alle 16, cena alle 19. Invece qui ci si sveglia tutti alle 5 del mattino, si beve, si beve, si beve e poi si pranza e si cena contemporaneamente verso le 17. Siesta e poi relax intorno al fuoco.

L’oceano è fantastico. L’acqua è bollente, un brodo e la sabbia pare fango, è melmosa, ti avvolge calda e morbida e non si attacca al corpo. Non ho l’orologio e il telefono non serve a nulla. L’unico elemento che scandisce il tempo sono le maree, continue, ogni 6 ore.

L’amaca è una meravigliosa compagna, che ti culla, ti abbraccia e ti protegge dal sole.

Il ritorno l’ho fatto in aereo, però. 120 euro spesi bene.

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