È come quando (pensieri e scompensi, siamo alle solite)

  
E’ come quando sei invitato ad una festa e tutti portano qualcosa da mangiare. E c’è qualcuno che non porta niente. E tu dici viene a scrocco? No, risponde. Porto la musica. Ok, ci sta. Se porta la musica. Non è la stessa cosa, perché condivide meno, però se è la musica che mi piace, mi sta bene. Certo, l’ha detto subito, l’ha dichiarato nelle intenzioni per cui poi tutti si devono adeguare. Ma in fondo, in fondo non mi pare corretto. Lo accetto e penso: cazzo ma due lasagne, no?

È’ ok perché c’è tutto il contorno, che è bello perfetto e pure imperfetto e l’imperfezione a me piace, rende tutto più vivo e coinvolgente, magnetico. Come quel tuo pezzo di pelle impreciso di persona precisa, una, che mi piace leccare.

Ho scoperto il karaoke di Spotofy e non riesco più farne a meno. Le parole li esplicitate, da cantare stonata. Meraviglia. Come quando vado a spiare la musica che ascoltano gli altri: posso immaginare di vivere storie parallele. Cosa provavi mentre ascoltavi Pop porno? Che tutti conoscevano, tranne me?

Come quando finalmente hai iniziato a comandare. Mi hai trascinato nel bagno della stazione. Scusate, il bagno della stazione è nel mio immaginario erotico, nella top five, nella classifica delle peggio cose che devo fare nella vita nel giro di pochi giorni, minuti, ore, secondi. Devo avere i conati di vomito per godere, come quando me lo ficchi in gola, voglio farlo sparire, mi escono le lacrime, non respiro più. 

Ma tocca anche a me, tranquillo. Sono in fase bottom, ma basta un attimo per riprendere il comando. Anche se adoro quando mi dici In ginocchio e mi afferri per i capelli, che erano più lunghi e ora sono a caschetto spettinato e metà delle mie amiche mi han detto che sto malissimo e metà mi han detto che mi farebbero, implicitamente parlando, ovvio. Ma io leggo tra le righe, mi viene bene e mi faccio dei film così, dove sono spettatrice ed interprete, ispirata, come quando guardo Erika Lust, che mi piace. Tanto. Anche se a lei non piace usare il culo. Peccato, dico io. Non sa cosa si perde. Ma c’è sempre il tempo per recuperare. Se viene qui in turnee glielo dico. Al negozietto porno soft dove organizzano i corsi di boundage. Vuoi lasciare la mail per ricevere la newsletter? Cazzo, se la lascio. Uso pure quella ufficiale!

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A mio padre

flashdance

Ci reincontriamo, io e te. Nuovamente, come fosse la prima volta.

A volte serve far finta di non conoscersi per ricominciare da capo. Per giocare, per giocarsi tutto.

Voglio il mare, anche se d’inverno mi sa di tristezza. È così, mi chiedo?

Voglio mangiare con le mani, sedermi per terra, tenere gli occhiali da sole anche al buio. Che i miei occhi sono chiari e non c’è neanche bisogno di inventare scuse.

Voglio, voglio, voglio, sono talmente concentrata su me stessa che manco mi accorgo degli altri.

Ma ho risolto tanti nodi. Ho parlato con te, non ci parlavamo da vent’anni. Ho dovuto aspettare di essere sul tuo stesso piano, alla pari per poterti capire. Che poi alla fine la fantasia non mi manca, ma nei rapporti a due, non riesco ad immaginare. Devo sbattere la testa per capire.

Eri felice di poterti di nuovo confidare, di raccontarmi di lei per la prima volta. Che stupida, ci io messo dieci anni. Dieci anni persi e ora ritrovati. Verrò a trovarti, te lo prometto. In quella città del nord, che mi dicono tutti che è viva, universitaria, col castello e il fiume blu, che richiama valzer, concerti del primo dell’anno, quando tutti nel letto ci svegliavamo con la musica a tutto volume, che avevi scelto per noi.

Mettevi Paolo Conte, Bennato, Serge Reggiani, Flash Dance, senza neanche aver visto ancora il film ero già pazza di quella musica, che mi ricordava contrasti, sporco di grasso, docce e lap dance. Era il periodo di Madonna, del diario segreto con le foto di nudo, dei giradischi ed io che sbobinavo le canzoni per scoprire il testo.

Era già tutto un casino, erano lacrime e sangue, erano libri aperti alle 4 del mattino per ripassare i verbi greci, appiccicare con lo sputo i versi di Dante, ricordare dove appoggiava il cappello Renzo, i margini sui protocolli delle verifiche di algebra.

Eravamo noi quattro, eravamo noi tre, è tutto perduto, non ci siamo più ritrovati. Siamo sale, sparsi per il mondo, neanche il Natale ci unisce ormai, solo Whatsapp. Ah! Solo la cazzo di tecnologia ci salverà?

Il dono


Era un pacchetto di carta velina rosso, tutto stropicciato. Era legato malamente con un nastrino dorato, riciclato da chissà dove. Non ero mai stata brava a incartare e il fatto di averlo messo in borsa non aveva contribuito a renderlo presentabile,  anzi.

Certo, avevo provato ad appiattirlo con le mani, piano piano, ma il risultato era che la carta si era crepata di lato.

Un disastro, insomma. Ma non sono formale e neppure tu lo sei. Mi piacciono i tuoi regali, perché sono una foto, un biglietto, una frase. Che importanza aveva la carta? Giusto la sorpresa, anche se forse intuivi già il contenuto.

Avevo preso le misure, partendo da delle proporzioni mentali che avevo memorizzato, mentre sdraiati sul letto fumavamo insieme: avevi le dita lunghe quanto il mio iPhone.

Ci tenevo al mio dono e quando decisi di posarlo sulle tue cosce ero emozionata: guardavo il tuo viso stupito e mi chiedevo se davvero eri sorpreso o simulavi amorevolmente per me.

Scartavi il regalo con cerimonia, come solo tu sai fare. Le cerimonie, le investiture ti piacciono da matti, lo so. E scoprivi i guanti di morbida pelle nera che attendevano di essere indossati.

Rappresentavano sottomissione, puro amore, dedizione e remissione. Avevo pensato a lungo a un simbolo non scontato, che ti stupisse, che ti facesse venire voglia di desiderarmi ancora, all’infinito.

Eri in blazer grigio ferro, con la cravatta allentata. Ti eri accomodato sul divano, e appoggiavi mollemente le gambe sul puff di quell’appartamento, arredato con gusto. Lo avevi scelto con cura per lo specchio. Lo specchio è essenziale, dicevi, ed era posizionato esattamente dove volevi tu.

Era presto, ma già sorseggiavi un whisky liscio, che ti avevo servito io, nuda con i tacchi.

Li indossavi. Seguivo con lo sguardo le tue mani a contatto con la morbida pelle. Erano perfettamente calzanti: la tua misura. Ora sapevo cosa sarebbe successo, ed io non aspettavo altro. A un tuo segnale, capivo da dove iniziare per servirti e farti godere.

Ragazza di campagna 

  
Come quando cammini nel parco, sulle foglie gialle e rosse, gialle e rosse, e a un certo punto chiudi gli occhi. Li chiudi per sfida, li chiudi perché non ne puoi più, li chiudi perché vorresti smettere di vivere per un secondo, vorresti congelare la tua vita nel freezer di casa, anzi no, nel freezer professional dei cinesi qui sotto.

E diventa un gioco come quando da bambina appoggiavi i piedi senza toccare il perimetro delle piastrelle. E dicevi ora chiudo gli occhi, guidami tu.

Hai i Pink Floid che ti fanno compagnia, il sole caldo di novembre e i ragazzini che aspettano seduti sul ciglio della strada il prossimo concerto.

Another brick in the wall, talmente assordante che non sentì i tuoi pensieri. E ti piace riconoscere le parole in inglese, la stessa soddisfazione di quando parli con lei, cercando di colloquiare in maniera sfrontata con l’accento, dio l’accento. Andrei un mese in Inghilterra solo per coltivare l’accento. Non a Londra, andrei nella campagna che sa di umido, uova fritte e cesar salad, che profuma di biscotti, di sigarette accese, di casino che sono i posti dove la gente gioca a tombola.

E la campagna. Quando sono lì che scelgo lo smalto da mettermi, a volte vorrei avere gli stivali di gomma sporchi di terra e fregarmene di tutto e tutti, concentrata ad accendere il caminetto. Perché è quello il vero spettacolo, osservare il fuoco scoppiettare, respirare l’odore acre che ti brucia le narici e che ti fa starnutire.

E nella campagna io sarei isolata dal mondo, vorrei avere l’orto, che coltiviamo insieme, il pane, lo yogurt, il limoncello. Vorrei avere quattro soldi, quattro e stop. Via da questo cazzo di cemento che mi sta stretto, che mi sta stretto. E gli smalti Chanel, di quelli dimenticherei l’esistenza, pure YouTube, Tumblr, 3Bmeteo e Linkedin? Si, c’è la farei, esattamente come ho fatto con la TV settemila anni fa. Ciao proprio, ne?

Sei calamita, punto e a capo

Les Coquins

Spiegami perché quando non mi rispondi subito, io penso sempre che sia finita. Inesorabile, come la pioggia che cade.

Spiegami perché la mia tela non è mai pastello, ma colori a contrasto che fanno a pugni, che fanno uscire il sangue. Ma come sono le tele degli altri?

Forse perché mi sorprendi ogni volta che non è così, che mi cerchi ancora, e ogni volta benedico, anche da atea, il tuo desiderio.

E mi stupisco, mi stupisco da morire  che siamo così simili, così compatibili, con gli stessi difetti, pregi, arti, abilità. Ma non erano gli opposti ad attrarsi? Sei calamita, la mia calamita.

Sono un contrasto. Mia madre mi ha detto, mai più immaginavo fossi così. Mia madre, capisci? Possibile che io sia così imperscrutabile? Sia così brava a nascondere me stessa agli altri, senza quasi fatica? E abbia tendenze intellettualmente sudicie e suicide, allo stesso momento? Che voglia raccoglierti in ciabatte e impermeabile, col grembiule e i tacchi alti?

Spiegami perché mi sto facendo la lista delle cose da comprare, come fossi una buona padrona di casa, come fossi la signora di questa casa che non esiste, che ho visto in foto e ogni tanto ci passo davanti solo per rendermi conto che ha un indirizzo, una porta, un campanello da suonare.

E nelle giornate di sole, ti appare tutto più chiaro e anche se hai messo un punto e a capo, in realtà non hai messo neanche la virgola. Continui imperterrita, perché non riesci a dire basta, ragazzi, il gioco è finito. Ma il gioco è tutto per te, ti tiene in piedi, ti tiene in vita. E quando mi messaggia ho un cannone per te, ecco quello ci vuole tutto. E mi chiedo sempre perchè sia vietato, in questa terra di inetti e fancazzisti.

So che tutto ciò non ha senso, ma ora va bene così.

Voglio di più, ma lo voglio tutto e subito

Mango

Questa è una delle canzoni che più mi rappresenta. La ascolto da quasi vent’anni almeno, avvolgente come una coperta di finto cachemire e col volume in zona rossa, mentre corro.
Corro, corro mentre tu mi stai davanti e mi semini, e mi inciti. Ma io non voglio una gara, io odio correre, un po’ come scrivere, però lo faccio, perché mi fa sentire viva.

E quelle mattine gelate, in cui gli altri hanno il piumino e tu sei in t-shirt e pantaloncini cortissimi, con le cuffie alle orecchie, concentratissima a muovere le gambe e le labbra, canti a squarciagola fregandotene del mondo, anzi facendogli il dito, perché le canzoni sono sempre le stesse da vent’anni e le sai a memoria, e le reciti, come se avessi il microfono in bocca.

E gli altri ti guardano, a volte ti sorridono, spesso ti superano, qualche volta si girano.

Ma tu non sei lì per parlare, è un momento tutto tuo, che non vuoi condividere.

Correre non mi fa riflettere, mi fa spegnere il cervello ed estraniarmi dal mondo, dai doveri, dalle gabbie preconfezionate che tutti quanti sono pronti ad offrirti a trentasei denti.

Però io reagisco, sempre, sono una iena. Ci metto solo un po’ a mettere insieme i pezzi, ma quando alzo la testa e vedo lo sguardo d’insieme, il puzzle è fatto, esattamente come dici tu, amore.

Ringrazio, ringrazio come quelli che salgono sul palco e col braccio teso dispensano odiosamente omaggi, ringrazio tutti quelli che mi stanno vicini in un momento difficile.

Passerà ed io sarò più forte e consapevole di prima.