Il braccialetto

L’avevi comprato chissà dove in vacanza. Il tipico braccialetto da quattro soldi da tenere sul polso abbronzato. Non l’avevo neanche notato, o forse si, con la coda dell’occhio. Erano più grossi fili intrecciati, quasi delle corde. Bianco e nero. Davvero orrendo. Era anche un po’ sporco, secondo me. Almeno il bianco era davvero zozzo, il nero non si capiva. Era piatto, perché nella mia testa doveva essere così, avendolo solo notato quando mi mandavi le seghe via mail. Del resto a parte il tuo cazzo che sborrava si vedeva poco o niente. Poi c’era il braccialetto che era un bel segno di riconoscimento, dopo tutto.

Quell’oggetto insignificante ha preso forma e tridimensionalità quando mi stavi dietro. Io mani contro il muro, tipo perquisizione polizzotto americano nei telefilm porno soft, come il mitico e inutile Banshee.

Tu che mi respiri la nuca e mi schiacci per infilarlo da dietro. Che appoggi le mani al muro e io noto subito che i tuoi polsi sono liberi. Sento il cerchio di corda sudicia tra le cosce. Te lo sei messo tipo anello, una boa che fa attrito e mi fa godere. Spingilo con forza dentro. Lo sento, mi sfrega, mi entra, mi esce, mi stringe, mi spinge, mi apre, mi chiude, mi sporca e tu sborri e io vengo.

Dammelo in bocca quel cazzo di braccialetto schifoso che mi piace da pazzi.

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Leaving New York

torri_gemelle

“Mi sono innamorato”. Quando me l’hai detto ero talmente presa, ero talmente presa, che pensavo stessi parlando di me. Matematico, cento per cento. Quindi ti chiesi di chi, solo per una gratificante conferma. E tu risposi “di Sara”. Come nei cartoni animati giapponesi in cui ti cade la tegola in testa e ti viene la bolla al naso. Ah, di Sara.

Cristo, Sara è lesbica. Come fai a esserti innamorato di Sara? Ricordo che io feci una sceneggiata madre delle mie: pianti, strepitii, calci al lampione, singhiozzi, lacrime, urli e spunti.

Ma come? A noi che veniva così bene il gioco delle parti. Io facevo la padrona e tu il giardiniere. Ma dico, lo vuoi fare anche con Sara? Non era accettabile che io mi trovassi in un punto così alto della vetta e non mi fossi accorta che tu l’avevi già scalata quella cazzo di montagna e manco me n’ero accorta.

Passò un mese e da amici partimmo per New York. Due biglietti oltreoceano a dicembre. Fu li che entrammo nel club dieci mila metri. Ovviamente.

Avevamo un mese davanti e un alloggio gratis in un convento, da tua zia suora. Anzi due, perchè se non si è sposati non si dorme insieme. Tu avevi un appartamento ed io una celletta, esattamente nella stessa posizione, ma su due piani diversi. Abbiamo sempre dormito insieme e poi alle 4, avevamo la sveglia per separarci.

Un mese d’inverno a New York. Girare come turisti, ma evitare di usare le mappe, per non sembrarlo mai.

Andare per mall, ai musei, nel Bronx, sperando di beccarsi una sparatoria, ai giardini botanici, a Staten Island, sulle torri gemelle. Lasciare sempre un pezzo liquido di noi, ovunque.

Da Macy’s il mercoledì c’erano i saldi e tu avevi quel vizio tipico dei ragazzini di buona famiglia. La mano lesta, la tasca a disposizione. Non era necessità di qualcosa in particolare, era la bravata, un modo di passare il tempo, il voler portare il trofeo a me, istigatrice, che ordinavo di tutto. Ce l’ho ancora la tovaglia di Natale rossa damascata coi 6 tovaglioli. I perizomi, no, quelli non li ho più.

Tornammo il 24 dicembre, ma non tornammo più insieme.

London calling

  
Erano i tempi in cui lavorare era un optional. 

Ero partita con tre amiche per Londra. Senza casa, senza soldi, senza lavoro, senza cellulare perché non esisteva. La sfida era sopravvivere per un mese e mezzo. Ricordo che andammo all’ufficio di collocamento e mentre tutte trovarono un lavoro serale io ne presi uno che durava giusto la mattina, per non consumarmi troppo. E soprattutto per andare all’Hippodrome la sera. 

Iniziai in una stazione di polizia. Ero l’unica bianca e non capivo un’acca. La cosa peggiore era dover stare in piedi tutto il tempo, soprattutto per una che non aveva mai lavorato in vita sua e che giocava a fare la barbona.

Dormivamo tutte e quattro in un unico stanzone, un letto matrimoniale e un letto a castello. Per far contente tutte, a ruota, ogni notte dormivamo in un posto diverso.

Di queste mie amiche ce n’era una molto cattolica. Tanto cattolica. Andava a messa tutte le domeniche e si vociferava che fosse addirittura vergine.

A metà della vacanza (vacanza?) venne a trovarmi un caro amico. Il quale candidamente dormiva con me, nella stessa stanza delle altre. Insomma eravamo in 5 in 3×3 metri.

Ricordo che si fermò una settimana e la passammo a scopare come ricci, infastidendo non poco le amiche, soprattutto quella cattolica, che penso mi odiasse o forse avrebbe voluto unirsi a noi. Sfiga vuole che ci sorprese almeno 5 o 6 volte, come dire sul più bello. Quel pomeriggio che eravamo in vasca da bagno, la notte, nel silenzio della camera condivisa, in cucina, per strada, davanti al portone.

Alla fine della settimana ripartì, col sospiro di sollievo di tutte, lasciandomi tutti i pound avanzati, cosicché smisi di lavorare e inizia a godermi Londra come turista.

Anni dopo andai sempre con lui a New York. Dormivamo in convento, ma questa è davvero un’altra storia.

Festini privati


Anni e anni fa frequentavo una coppia parecchio alternativa, fumavamo popper e sicuramente sapevano divertirsi. Lei era minuta, bionda tinta, molto peperina. Una cosa mi colpì, raccontava che si dipingeva di blu i peli della fica. Ma una volta le fece infezione e dovette tagliare tutto e stare una settimana a casa sdraiata con il ventilatore altezza cosce. Non ho potuto mai verificare, ma me la sogno ancora adesso questa cosa.

Lui era molto tranquillo e gigione, con gli occhialini tondi, pareva John Lennon, più volte lo beccai in bagno, con i pantaloni calati, a pecorina passiva con altri uomini. E mentre io tranquillamente facevo pipì, i due o tre ci davano dentro.

Non frequentai particolarmente quel giro, però ricordo che ebbi il mio primo (e unico) bacio saffico proprio da lei. Mi prese con le due mani sulle guance e mi staccò un limone indimenticabile. Era un bacio avvolgente, caldo, goloso. Proprio diverso dal bacio di un uomo. Eravamo in un locale underground che all’epoca andava fortissimo, per ragazzi alternativi di sinistra a cui piaceva pogare musica ska e infrattarsi nei sottoscala a staccare pompini.

Questa coppia viveva già da sola, mentre io miseramente ancora coi miei e ogni tanto organizzava festini a numero chiuso.

Devo dire che tutta questa parte della mia vita me l’ero proprio scordata, mi è venuta in mente tipo flash per colpa o grazie al blog, non saprei dire.

Io all’epoca ero molto timida per cui non andavo mai da sola, ma cercavo sempre qualche accompagnatore adatto allo scopo, anche se poi alla festa magari quasi non gli parlavo. Non era un ambiente che mi creava imbarazzo e probabilmente un po’ avrebbe dovuto, anche solo perché molto diverso dal background in cui vivevo tutti i giorni. Ma neppure mi creava quella smania curiosa di partecipare a tutti i costi. Se ero invitata andavo, altrimenti amici come prima.

Ricordo perfettamente la casa, la disposizione dei mobili, il piano, le stanze, le luci. Ricordo che la festa iniziava sempre in maniera molto tranquilla e amichevole, fatta di risate, luci soffuse, fumo leggero e alcol. Poi lentamente degenerava, ma non per tutti. Chi voleva iniziava con le effusioni, ma altrimenti si poteva continuare a chiacchierare come se nulla fosse. Non era un orgia, era un luogo tranquillo in cui se volevi potevi scoparti qualcuno, davanti a tutti, oppure guardare, unirti, altrimenti conversavi, guardavi dalla finestra o andavi via.

Ora che ci penso era davvero la perfezione.

Il regista

regista

Ti osservavo assorta mentre allestivi il set, con precisione maniacale. La luce continua su cavalletto, i riflettori, gli ombrelli, l’esposimetro.

La cinepresa era piccola e maneggevole. Ti piaceva poterla fissare oppure tenerla in mano e aggiungere movimento e soggettiva, a lavoro finito. Eri sempre tu, ricoprivi tutti i ruoli, regista, sceneggiatore, esperto in luci. Passavi poi i giorni a montare le scene. Giorni lunghi e meditati. Rivedevi le scene più intense per capire se avevi reso nero su bianco l’immagine impressa nel tuo cervello. E ti toccavi, affondando la mano nei jeans.

Era un piacere osservarti all’opera. Ma ero talmente presa fino al midollo, che ti avrei osservato con la stessa attenzione in qualsiasi altra circostanza: mentre mangiavi un panino, lavoravi, dormivi o chattavi con me. Mi ero ripromessa di non abbandonare quella corazza che mi serviva quando inizio a spingere con l’acceleratore, a testa bassa verso il dirupo. Chissà se ce l’avevo ancora. Non riuscivo a capirlo perché i miei occhi, il mio corpo erano rivolti fissi su di te, come un fermo immagine che dura una vita.

Archiviavi i video per categoria e per data, come un vero professionista. Li backuppavi scrupolosamente su un hard disk esterno e poi anche su web. Eri bravissimo a fare queste cose, ti muovevi con sapienza.

Riuscivi ad immaginare le scene, una dopo l’altra con una intensità struggente. Ci infilavi dentro tutte le tue perversioni, il gioco delle parti, il tuo desiderio costante di avere tutto sotto controllo e avere in pugno la scena, comandare noi, che altro non eravamo che burattini erranti, completamente assoggettati a te.

E quando tutto era pronto, partiva il primo ciak.

Ed io felice salivo sul palco, per te, mi umettavo le dita e iniziavo ad eseguire ogni tua direttiva, rapita.

Tu eri il mio unico diletto spettatore, come in quei cinema retrò di periferia, seduto al fondo della sala, che ti godevi in solitaria lo spettacolo, affondando la mano nei jeans.

Le luci su di me: adoravo sapere che mi stavi guardando, che eri qui con me e che mi desideravi.

Avrei fatto tutto per te. Lo sai.

L’aperitivo

bacio

Me l’hai fatta vedere in foto, come se dovessi scegliere una cosa da comprare. Eccola lì. Me l’hai presentata a voce, scegliendo i particolari giusti, un sapiente equilibrio tra rassicurazione e trasgressione. E’ mia cugina, è molto simpatica, è bisessuale, ci sa fare. Tu non hai idea che feste organizza. E’ molto dolce, è bionda, occhi azzurri come i tuoi. Pensa che l’altro giorno ero a casa sua e mi ha mostrato il suo materasso. Aveva delle macchie enormi. Sai… squirta alla grande.

Ok, va bene, organizziamo. Gli appuntamenti combinati sono sempre un gran casino. Tutti sanno tutto, e fanno finta di non sapere. Per cui c’è quel misto di imbarazzo nell’aria, per una timida come me.

Poi, alla fine ho capito perché eri così gentile. Come un cupido, volevi a tutti i costi esaudire la mia fantasia. Perché? Ti avevo detto che tu non dovevi partecipare. Era la mia prima volta, non volevo cazzi tra i piedi. Però potevi guardare, se volevi. Potevi adagiarti sulla poltrona comoda davanti a noi e goderti la scena. Potevi fumare una di quelle canne, che non sai minimamente rollare. Potevi toccarti. Potevi. Tu, unico spettatore e noi sul palco.

Un aperitivo. Si, un aperitivo sei. Sei simpatica. Sorridi, inclinando leggerissimamente il capo. Hai gli occhi profondi ed io non so da che parte iniziare. Invece si, come quando non sai nulla e questo invece che spaventarti ti rende spavalda. Con quella sicumera, da prendermi a schiaffi.

Ma tu sei più brava, più esperta di me. Sai muovere i piedi sotto il tavolo. Sai allungare la gamba, che scorre tra le mie cosce. Sai infilare le dita dei piedi nella mia fessura. E godi a vedermi imbarazzata, con le gote vermiglio.

Sono tua. Le mie gambe divaricate e il mio sguardo mi rendono accessibile. Sono tua mentre tuo cugino spara cazzate seduti al bar, che né io né te ascoltiamo.

Sono tua, mentre ti seguo come un cagnolino, mano nella mano a casa tua, in centro. Sono tua mentre affondi il viso nella mia fica fradicia sul pianerottolo di casa, mentre mi inchiodi a quattro zampe e mi penetri col cazzo di gomma, mentre infili le tre dita ad uncino.

Vorrei avere più spazio, in questi 3×3 che ci circondano. Vorrei essere parte attiva, dimostrarti tutto il mio amore di una sera. Vorrei soffermarmi lentamente e con foga sulla tua fica glabra. Lo so, lo so cosa si deve fare. Sono sapiente, la lingua, la punta della lingua, il naso, i polpastrelli. Ci posso stare delle ore. Non ho fretta, voglio vederti gemere, urlare, squirtare. Come un dono, apposta per me.

Tu sei l’aperitivo e io so già che da oggi non potrò più farne a meno. Forse non sarai più tu, ma come una dipendenza, un vizio, ne cercherò altre e mi chiederò come ho potuto farne a meno fino ad ora.

Adescatrice

adescatrice

Odio andare a mangiare da sola nei locali pubblici. M’imbarazza. Credo di averlo fatto due sole volte nella mia vita. Piuttosto mangio un panino per strada. Farei finta di essere molto impegnata a leggere o a chattare, per non dare l’impressione di essere una sfigata. Oppure proverei ad osservare intorno, accavallando sapientemente le gambe, con un braccio adagiato sulla sedia accanto. Con lo sguardo un po’ inclinato, passerei la lingua impercettibilmente sul rossetto. Inizierei a squadrare tutti i commensali, chiedendomi chi sono, provando a indovinare la loro vita. La loro vita sessuale. Se desiderano essere presi, se amano comandare, se tutto sommato sono soddisfatti, oppure sono sempre alla ricerca di qualcosa, qualcuno.

E poi incrocerei il tuo sguardo. Ah, che meraviglia. Lo so, lo so che i miei occhi vivono di vita propria. Parlano. Ricordo che nel viaggio in India, riuscii a fare dei gran discorsi, inequivocabilmente espliciti solo con gli occhi. Non avevamo una lingua comune, ma ci siamo parlati, desiderati per ore, per giorni, mio caro sikh. Mi regalasti anche una collana, che conservo ancora.

Dicevo, ti fisserei da maniaca. Sarebbe una meravigliosa sfida, provare ad usare solo un senso dei cinque a disposizione. Senza proferire parola, muovendomi appena con sapiente lentezza, ti farei capire il mio desiderio. Mi darei un tempo, per fare le cose per bene. Ti sorriderei, con dolcezza, facendoti credere che siamo qui, siamo soli. Azzeriamo il rumore, la gente, l’odore dei burgher, la musica anni ‘80, i piatti sporchi, i bicchieri col segno del rossetto, i bambini che urlano, l’odore della birra caduta sul pavimento,le cameriere squillanti, il trillo del cellulare, le porte che sbattono. Come in un fermo immagine, siamo io e te, ora, adesso.

E quando sono sicura di averti promesso l’eccitazione, di aver creato l’aspettativa, mi alzerei piano, aprendo le gambe leggermente, per trasmetterti il desiderio di averti dentro. Mi alzerei, ti passerei accanto e andrei nel cesso. Ad aspettarti, sicura che è l’unica cosa che ti interessa ora. Entrerei e ti aspetterei di spalle, mani contro il muro. Accessibile e consapevole che in pochi minuti saresti qui.

E infatti arrivi, non ne puoi fare a meno. Ti avvicini col fiato strozzato e sai già cosa devi fare. A questo punto la vista non serve più. Siamo noi, siamo la cerniera che scende, la cintura, le mutande, l’odore del tuo cazzo sul mio culo.

The end

Il rosario

fuma

Ti aspetto al solito posto, nel magazzino in campagna. Non devi venire, non devi venire in auto. Voglio che imbarazzato tu chieda un passaggio a un amico, adducendo scuse del cazzo. Perché non c’è altra ragione al mondo che ti spinga a venire qui, in questo luogo sporco, che sa di piscio, in mezzo al nulla.

Entra dal retro, ti aspetta il guinzaglio.

Vieni, vieni dentro e chiudi la porta. Puoi tenere gli occhi aperti, questa volta non ti bendo, dentro è buio pesto.

Sentimi, sentimi armeggiare alle tue spalle. Riconosci dall’odore la mia mano decisa ed esperta che fissa lo strapon. Il freddo del cristallo contro il tuo buco. Gemi, gemi, mentre te lo spingo dentro.
Il mio bacino si muove con ritmo lento e regolare, affondo sapientemente. Ti tengo la testa con le mani, respiro il tuo collo e quando mi va, ti lecco dietro, dentro le orecchie. Sì, sono la tua padrona. Lo sai.

La mia scarpa rossa sulla tua testa e il guinzaglio ti fanno inarcare ancora di più la schiena. Strofina, strofina la testa contro il mio polpaccio, cagnetto fedele.

Non devi venire, non devi venire ancora. Apri la bocca, mostrami i denti e mentre te li bacio ad uno ad uno, ad uno ad uno, ti appoggio il cristallo sulle labbra. Lecchiamolo insieme, pregno dei tuoi umori.

Le nostre lingue si cercano, si sfiorano, si incrociano. Ora continua tu. Voglio fissarti mentre lo spompini. Io, seduta accanto a te, apro le cosce, mi godo la scena, affondo le mani.

Poi, poi mi avvicino a te, senza alzarmi, ferendomi, strisciando sul pavimento come un serpente. Siamo sudati, siamo polverosi, siamo due animali che si annusano. Allungo la lingua sui tuoi reni e l’affondo nel solco peloso e morbido. Scivola giù, fino al buco e li ci rimane per lunghi minuti, forse per ore, non ne ho idea. Poi all’improvviso, come se mi fossi risvegliata, afferro il rosario che è lì per terra e mi balena un’idea.

Strappo coi denti il cerchio ingranellato, in modo da formare una corda e inizio a infilare ad uno ad uno, ad uno, ad uno i chicchi grossi come monete su per il tuo culo, madido di sudore.

Arrivo fino a metà del rosario e ogni volta che infilo un chicco, tu sussulti eccitato.

Poi, chiudendo gli occhi, fisso il cervello sui chicchi freddi, ovali, duri come pietre e me li infilo, ad uno ad uno, ad uno ad uno, nel mio buco grondante. E mi avvicino a te sempre di più, come se fossimo solo più un unico serpente, facendo aderire perfettamente le mie grosse tette alle tue scapole sporgenti, la tua schiena fradicia e pelosa al mio ventre glabro, i nostri bacini e quel filo di perle che scorre così bene, trattenuto e poi lasciato dalla forza e dal controllo dei nostri muscoli.

Siamo legati da un filo, ormai cortissimo ed io ti abbraccio forte, i palmi delle mani aperti sul tuo petto.

Sbatto il bacino sul tuo culo: qualche grano mi esce dalla fica, entra dentro di te.

La mia mano scende sul tuo addome, ti sfioro l’ombelico, apro le dita e penetro i tuoi peli pubici. E ti afferro il sesso e ti sego con entrambe le mani, mentre sbatto il mio bacino contro i tuoi reni e sfrego il clitoride contro il rosario.
Poi al culmine, smetto. Sfilo il rosario. Mi stendo per terra, mi accendo una sigaretta e mi godo la vista di te, perplesso e attonito.

Non venire, non venire neanche ora.
Annusa il mio fumo, riempiti i polmoni. Sono io che comando. Lo so, lo so cosa farai adesso, sei il mio cagnetto fedele. Ti avvicinerai e inizierai a leccarmi le scarpe rosse.

L’ultimo tiro. Dai, vieni qui. Finiamoci. Distenditi, voglio prenderti così. Mi accovaccio su di te come se dovessi pisciare e mi impalo.

E finalmente rivestiti, ti porto a casa.

Voyeur 

  

E mi piazzo qui, seduta. So esattamente dove. Ci metto la sedia, non la poltrona. Perché non voglio stare comoda, voglio stare dritta e attenta e godere dello spettacolo.

La metto qui, perché è il posto in assoluto dove si vede meglio. I particolari, i tuoi dettagli inutili, che ti fanno perdere il filo della storia, per me sono pura essenza. Non tagliarli, davvero, non tagliarli più.

Tu lo stai facendo per me, anche se non lo sai ancora. Tu sei il regista, io la spettatrice. Tu non lo sai ancora, ma io ho iniziato a guardarti prima ancora di avvisarti. Perché il buco (della serratura), ecco il buco è importante.

Sei li, proteso, in ginocchio che le afferri i fianchi. Lo riconosco il tuo cazzo eretto, quando mi hai mandato la foto, era solo una conferma. Ma quante conferme mi hai servito su un piatto d’argento. Sapevo tutto di te. ‘Questo sbilanciamento di nozioni non è corretto’, mi dicesti. O qualcosa del genere.

E poi c’era lei, perfetta, a carponi davanti a te. ‘Accessibile’, diresti. E anche lui che ti leccava i coglioni. 

Ed io ero li, inchiodata alla sedia, che seguivo ogni tuo passo con lo sguardo. 

Avrei voluto affondare i polpastrelli nelle mie labbra, ma no, non ci riuscivo. Eri tu il regista.

Avrei voluto avvicinarmi a te. In ginocchio, come si adora un padrone. 

Quasi patetica avrei anche scodinzolato con la coda sintetica.

Avrei voluto chiederti di legarmi le mani, così da essere sicura che non avrei fatto gesti inconsulti che non avresti approvato. 

Sei tu il regista ed io ti adoro.

Mi hai lasciato guardare, come in un film porno dal vivo. Inconsapevole, tu. Ed io, io come un deus ex machina mi sono presentata e ora che mi chiedi di partecipare, ti lecco i piedi e ti dico si.

Massaggi full optional

massaggi

Frequentavo un centro massaggi in centro città. Il mio amico mi invitava tutte le settimane con un messaggio in chat. Era un servizio completo, il suo ed io lo ringrazio ancora adesso.

Arrivavo puntuale e lui mi aspettava sulla porta, come se fosse a casa sua. Era un posto discreto, una casa signorile, con parcheggio interno e balconcini vista giardino. Due baci sulle guance di benvenuto, come vecchi amici e si iniziava a fumare una canna. Si chiacchierava. I temi giravano sempre intorno al sesso, ovviamente. Quello era il preambolo, lo sapevamo. Ci rilassavamo, passandoci il cannoncino da una bocca all’altra. Poi mi accompagnava in una delle tante stanzine con lettino. Chiudeva la tenda e mi lasciava da sola per pochi minuti. Non ho mai capito perché la svestizione fosse sempre un momento solitario.

Poi lui arrivava e mi trovava sul lettino, nuda, solo con quei terribili, orribili tanga di carta, che non coprono nulla. E iniziava, con calma a massaggiarmi, partendo dai piedi, le dita, i polpacci, le ginocchia, le cosce, il culo. Saltava giusto le parti più intime. Prona, supina. E mentre affondava le mani nervose e muscolose, chiacchieravamo amabilmente, godendoci la nebbia che iniziava ad avvolgere i nostri cervelli. Si scherzava, si giocava, ci si prendeva in giro. Si stava bene. Si beveva Vermuth ghiacciato direttamente dalla bottiglia.

Finito il massaggio, con un asciugamano intorno ai fianchi si andava nel bagno termale. A sudare. Entravo prima io e poi lo aspettavo. In realtà aspettavo sempre anche l’estetista, ma cazzo non è mai venuta. Non ho capito se non le piacessi o fosse davvero sempre così impegnata con le altre clienti.

E poi arriva lui. Sempre con la bottiglia in mano. Gentile e rispettoso, mi versava delle gocce sul ventre e provava a leccare. Se gli prendevo con le mani la testa, voleva dire che poteva continuare. Era il segnale. E quando succedeva iniziava a leccare, al buio. In mezzo a quel vapore così spesso che neanche riuscivamo a guardarci. E mi prendeva.

Poi ci facevamo una doccia e andavamo a prenderci un caffè al bar, come vecchi amici. Infine un saluto sulla guancia e ciao, ci vediamo alla prossima.